‘Ndrangheta, nella Calabria dei giornalisti infami


Un'immagine d'archivio (2 settembre 2007) della festa dedicata alla Madonna della Montagna di Polsi. ''Facciamo le cariche per la Madonna''. Cosi' Domenico Oppedisano, considerato il numero 1 della 'ndrangheta, diceva ad un suo sodale in un'intercettazione

Un'immagine d'archivio (2 settembre 2007) della festa dedicata alla Madonna della Montagna di Polsi. ''Facciamo le cariche per la Madonna''. Cosi' Domenico Oppedisano, considerato il numero 1 della 'ndrangheta, diceva ad un suo sodale in un'intercettazione

Taniche di benzina  sul balcone di casa, auto fatte saltare in aria o crivellate di proiettili, intimidazioni via citofono, foto di figli nel passeggino accompagnate da lettere di avvertimento. È difficile per chi non vive e lavora in Calabria farsi un’idea di cosa voglia dire essere cronisti (e magistrati, carabinieri, poliziotti) in una regione dove quello che sarebbe inaccettabile per qualunque giornalista diventa la quotidianità. Ma anche chi vorrebbe leggere di questa realtà e documentarsi fa molta fatica, perché le notizie calabresi raramente escono dai confini regionali.

Agostino Pantano, Giuseppe Baglivo, Michele Albanese, Gianluca Albanese, Antonino Monteleone, Angela Corica, Agostino Urso, Lucio Musolino, Riccardo Giacoia, Saverio Puccio, Giovanni Verduci, Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Guido Scarpino, Pietro Comito, Leonardo Rizzo, Filippo Cutrupi. Sono solo alcuni dei giornalisti e dei blogger che hanno ricevuto minacce, che sono stati aggrediti, sequestrati, intimiditi. Non per aver fatto uno scoop planetario, né per aver necessariamente messo in mezzo un potente famoso. Ma per aver riportato notizie raccolte in questura, in tribunale, in caserma: la routine del lavoro di cronista. In Calabria basta un articolo di ordinaria amministrazione per ricevere, puntuale, una pallottola in redazione. Senza che i giornali e i telegiornali nazionali se ne occupino, come d’altra parte succede per faide ed estorsioni, a meno che i delitti non tocchino un livello istituzionale impossibile da ignorare.

Abbiamo il diritto di non essere eroi”, hanno scritto pochi giorni fa in un editoriale i redattori di Calabria Ora. Dopo l’ennesima intimidazione provano a farsi sentire, non per avere pubblicità, ma per non essere lasciati soli e per dichiarare la volontà di “lavorare in pace”. “Presto ci spareranno addosso – denunciano –, perché capiranno che le cartucce, le bottiglie incendiarie, le telefonate, le minacce mafiose perpetrate nelle loro più variegate forme non funzionano”. Di questi inviati di guerra in casa propria si occupa anche un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno, Roberto Maroni e a loro Roberta Mani, giornalista di Mediaset, ha dedicato un libro, Avamposto-Nella Calabria dei giornalisti infami, scritto con Roberto Rossi. È lei che prova a fare da tramite con un pubblico non solo locale per conto dei colleghi di cui ha raccolto le storie.

Roberta, cosa succede ai giornalisti calabresi?

Succede che 23 di loro sono stati minacciati negli ultimi due anni e mezzo, dall’inizio del 2010 sono già 13. Sono giornalisti come tanti, non si tratta di eroi. Anche se di sicuro non gli manca il coraggio, non fanno nulla di più che il proprio mestiere. A differenza della maggior parte dei cronisti italiani però gli basta scrivere qualcosa di sgradito alla malavita, per ricevere poche ore dopo pallottole calibro 12 e lettere intimidatorie. I boss telefonano in redazione oppure citofonano a casa delle famiglie. Alcuni colleghi si sono visti arrivare i mafiosi sotto casa, uno di loro è stato preso a bastonate da uomini incappucciati a 50 metri dalla redazione, un altro si è ritrovato una tanica di benzina in terrazzo, a un altro ancora è arrivata la foto della moglie con il bambino nel passeggino e un biglietto che diceva “smettila di scrivere di ‘ndrangheta”. Negli ultimi mesi c’è stata un’escalation allarmante, nel silenzio generale.

Perché questo silenzio?
Dei fatti calabresi, non solo quelli che coinvolgono giornalisti, si parla pochissimo. Se non quando, e giustamente, si verificano fatti eclatanti come la bomba a casa del procuratore generale Salvatore Di Landro. Eppure la ‘ndrangheta è la mafia più potente del mondo, non è certo un problema locale. La scarsa attenzione mediatica è forse causata tra l’altro dal tasso di lettura, che in Calabria è il più basso d’Italia e non attira gli interessi degli editori. Anche se oggi c’è una vivacità giornalistica nuova, con quotidiani come ad esempio Calabria Ora, il Quotidiano della Calabria, diversi blog. Ho incontrato colleghi bravi e preparati e mi hanno detto che la Calabria di oggi sembra la Sicilia di vent’anni fa: manca ancora la consapevolezza piena del fenomeno ‘ndrangheta, in regione, ma soprattutto fuori.

Le minacce ai giornalisti sono soltanto un problema di categoria?
Certo che no. I giornalisti calabresi vivono sotto sorveglianza, c’è chi osserva ogni loro passo. È una condizione che va oltre la censura. Dove stampa, giustizia, politica sono minacciate dalla mafia, le libertà democratiche sono in pericolo. Questo significa rischi per tutti, non solo per una categoria. Ultimamente la ‘ndrangheta ha alzato il tiro. Ci sono stati molti arresti e la vecchia guardia è finita al 41 bis, così le nuove leve cercano di affermarsi, si espongono. Vogliono ristabilire un controllo assoluto e vogliono che si torni all’omertà di un tempo. Sono boss di vent’anni e hanno dimostrato che a sparare non ci vuole niente. Ma la storia ci ha insegnato che più si parla di mafia, meno rischi corrono coloro che la contrastano.

Commenti

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Il 3 Settembre 2010 alle 19:09 indigesto ha scritto:

Beh, che la drangheta sia la mafia più potente del mondo è da vedere. Che sia la più “provinciale” è certo, visto che non riesce a sostenere la stampa legittimamente avversa e la intimidisce con modi e metodi a dir poco pecorecci. Il fatto è che i mafiosi godono di prestigio nel loro ambiente e vedono nella stampa avversa un pericolo per la loro onorabilità, come se le Procure stessero poi a perder tempo! Finquando in questa Repubblica non verrà introdotto lo stato d’assedio in certe zone non se ne verrà mai a capo, delle organizzazioni mafiose e di chi le protegge!

Il 3 Settembre 2010 alle 20:27 ros77 ha scritto:

Questa ultima frase mi fa un po’ ridere… SCUSATEMI ma di morti ce ne sono stati e come… parlarne aiuta ma i rischi ci sono!
“Ma la storia ci ha insegnato che più si parla di mafia, meno rischi corrono coloro che la contrastano.”

Il 5 Settembre 2010 alle 8:24 cavallotti ha scritto:

Non ce’dubbio che;sele mafie durano da tanto tempo e’perche’riscuotono consenso proprio tra i non camorristi.Oltre alle relazioni politiche,istituzionali ed economiche esse ne tessano oltre di carattere sociale e culturale che interessano poco a chi affronta questo argomento.

Il 18 Ottobre 2010 alle 12:46 malitalia ha scritto:

18 ottobre 2010. Lucio Musolino, giornalista, licenziato da Calabria Ora, pubblica un articolo relativo al suo licenziamento sul sito Malitalia.
http://www.malitalia.it/2010/1.....abria-ora/

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