Fiat: a Melfi cade un muro (quello del silenzio)


Fiat: a Melfi cade un muro (quello del silenzio)

Soltanto due settimane fa Panorama era stato costretto a incontrarli nei luoghi più improbabili. Aveva ascoltato la loro versione continuamente intervallata da appelli all’anonimato. Era stata la condizione indispensabile per raccontare una storia diversa da quella imposta dall’ortodossia vigente. Alcuni testimoni rivelavano: la notte fra il 6 e il 7 luglio 2010 alla Fiat di Melfi il sabotaggio ci fu. Una verità inconfessabile per paura di ritorsioni. Inconfessabile perfino ai magistrati.

Ora, però, nello stabilimento lucano il vento è girato. Dopo l’inchiesta pubblicata su Panorama venerdì 3 settembre, adesso alcuni lavoratori chiederanno di essere sentiti da Amerigo Palma, il giudice che si occuperà della causa civile, per riferire che cosa accadde quel giorno.

Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli sono stati licenziati dalla Fiat con l’accusa di avere ostacolato la produzione. Il 9 agosto, però, una sentenza del tribunale di Melfi ha obbligato l’azienda a reintegrare i tre operai, iscritti alla Fiom. L’udienza di secondo grado è prevista il 6 ottobre. Solo quel giorno il giudice valuterà se sentire nuove testimonianze. Ed è da lì che potrebbe arrivare la conferma alla versione dei dipendenti della Fiat intervistati da Panorama: la pianificazione dell’ammutinamento, il blocco della produzione e lo stazionamento sulle linee produttive dei tre. Un copione radicalmente diverso da quello riportato nelle ultime settimane da quotidiani e televisioni. Raccontato però a Panorama solo dietro garanzia di anonimato. Ma la pubblicazione dell’articolo ha fatto cadere le ultime reticenze. Alcuni operai hanno già dato la loro disponibilità a essere ascoltati. Altri potrebbero farlo a breve.

«La prossima settimana, accompagnato dal mio legale, andrò dal magistrato per chiedere di essere ascoltato» annuncia Roberto Di Maulo, segretario nazionale della Fismic, sindacato autonomo dei metalmeccanici. «I fatti denunciati da Panorama sono veri. I nostri delegati presenti quella sera sono disposti a confermarlo ». Di Maulo assicura: «Rivelerò la loro identità al giudice. A condizione che vengano protetti da eventuali ritorsioni».

Nell’inchiesta di Panorama si riferiva anche degli insulti agli operai che non avevano manifestato. La Fiom l’ha definita un’accusa infamante: a Melfi non c’è mai stata nessuna intimidazione. «Invece, durante i cortei, sono cose che purtroppo accadono di frequente» spiega Antonio Zenga, segretario per la Basilicata della Fim, che rappresenta i metalmeccanici della Cisl. «Chi non vuole scioperare spesso viene insultato. Anche alle donne capita. Chi usa certi termini offende sia il sindacato sia i lavoratori. Bisogna convincere con le parole, non con l’insulto».

E se Susanna Camusso, probabile prossimo segretario della Cgil, si è limitata a cancellare un’intervista già concordata con Panorama dopo aver letto l’inchiesta del settimanale, la Fiom ha alzato le barricate contro l’altra verità di Melfi. Maurizio Landini, segretario generale dei metalmeccanici della Cgil, ha parlato di «una diffamatoria e agghiacciante campagna di stampa». E ha aggiunto di avere dato mandato ai suoi legali «di predisporre le azioni giudiziarie per procedere contro il settimanale»: cioè Panorama.

Ancora più risoluti sono stati i tre operai licenziati, spalleggiati dal numero uno della Fiom in Basilicata, Emanuele De Nicola. In una conferenza stampa convocata per l’occasione, il sindacalista ha attaccato: «Controinformazione militante». Barozzino ha rincarato: «Ristabiliremo la realtà dei fatti. Non consentiremo a nessuno di passare sulla nostra dignità».

Il delegato, quindi, ha detto ai giornalisti presenti: «Dopo la lettura dell’articolo, il collega Pignatelli è stato ricoverato in ospedale». Contestualmente gli avvocati della Fiom lucana hanno anticipato che chiederanno un risarcimento per i danni esistenziali e d’immagine subiti dai tre operai. «Marco però è stato veramente male» ha affermato Barozzino «e non è che lo diciamo perché c’è la querela». Excusatio non petita…

E De Nicola ha voluto rilanciare a suo modo provocatoriamente: «Se esistono persone pronte a parlare, io sono disposto ad accompagnarle in tribunale». Adesso forse il segretario regionale della Fiom potrà tranquillizzarsi: la sua disponibilità è meritoria, ma ormai inutile. I testimoni, in tribunale, ci andranno da soli. E persino di loro spontanea volontà.

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