

di Stefano Lorenzetto
Anche a Maurizio Sacconi capitò di perdere il lavoro. «Avevo 43 anni, non ero né giovane né vecchio. Mi candidarono alla Camera per la sesta volta ma non venni rieletto. Fu uno shock». Da buon veneto, ne uscì con l’unico rimedio conosciuto dalle sue parti: la fatica. «Decisi di investire su me stesso. Mi misi a studiare l’inglese in modo parossistico. Vedevo solo film in lingua originale, leggevo unicamente giornali britannici e statunitensi. A Londra mi ritrovai scolaretto in una scuola frequentata da ragazzi. Ma alla fine la spuntai». Dopo un anno entrò alle Nazioni Unite. E il posto di direttore dell’ufficio di Roma dell’Organizzazione internazionale del lavoro, la più antica agenzia dell’Onu, nata con la Società delle nazioni nel 1919, fu suo.
Trascorsi 17 anni, il ministro del Lavoro e delle politiche sociali continua a metterci lo stesso impegno. S’è alzato alle 6 per poter infilare l’intervista con Panorama fra un dibattito a Cortina d’Ampezzo e una trattativa sullo stabilimento Gatorade che la Pepsi-Cola vuole chiudere a Silea (Treviso). Alle 18 sarà già di ritorno a Roma. Alle 21 dovrà presenziare a un ricevimento ufficiale. L’ultimo pensiero è l’appuntamento che aveva alle 11 in punto all’ospedale di Conegliano, la sua città d’origine. «Il dottor Giovanni Prosdocimo, primario di oculistica, è di una bravura pari solo alla sua pazienza. Mi aspetterà». La visita medica di controllo, ogni tre mesi, è per una rara forma di tumore alla congiuntiva che colpì Sacconi nel 2004. «Maurizio, tu mi hai insegnato che bisogna guardare le persone negli occhi» gli disse una sua cugina. «Io lo sto facendo in questo momento e vedo una pigmentazione strana intorno alla palpebra sinistra». Mai diagnosi si rivelò più precoce. «Sono stato fortunato, non ho dovuto patire né cure invasive né sofferenze» si consola il ministro. L’anno scorso una recidiva, di nuovo presa in tempo e senza conseguenze. «Tutto questo mi ha portato a riflettere sul valore della vita e a relativizzare le negatività. C’è sempre di peggio, se guardi intorno a te».
Come si sta sulla poltrona di ministro del Lavoro mentre molti italiani lo stanno perdendo, il lavoro?
Schiacciato dal peso della responsabilità. Ma anche consapevole che i posti di lavoro non li crea la politica. Il compito del governo è instaurare le condizioni per la crescita economica e occupazionale.
Compito assolto?
In questi due anni abbiamo garantito la coesione sociale e scongiurato l’instabilità di un Paese che era esposto più di altri alle turbolenze a causa del forte debito pubblico e del crollo del commercio globale. Il raggiungimento di questi due obiettivi non era affatto scontato. L’opposizione ci chiedeva di sostenere l’economia ricorrendo alla spesa pubblica, come hanno fatto gli Stati Uniti, che oggi si ritrovano con un debito più alto senza avere risolto il problema della disoccupazione. Noi invece abbiamo puntato su una rigorosissima disciplina di bilancio. L’opposizione ci chiedeva anche di rafforzare l’indennità di disoccupazione. Noi invece abbiamo preferito incentivare i contratti di solidarietà e preservare il mantenimento dei rapporti di lavoro attraverso la cassa integrazione. Il risultato è che il tasso di disoccupazione oggi in Italia è all’8,4 per cento, contro una media europea del 10.
E come pensa di ridurlo ulteriormente?
Ai primi d’agosto ho inviato alle parti sociali un piano triennale che poggia su tre pilastri. Primo: liberare il lavoro dall’illegalità. Penso al sommerso totale e a forme di sfruttamento come il caporalato, che generano malavita, da combattere attraverso l’incrocio di informazioni fra Agenzia delle entrate, enti previdenziali, Guardia di finanza e stazioni dell’Arma dei carabinieri sul territorio. Secondo: liberare il lavoro dal centralismo regolatorio e dal sovraccarico ideologico, riconoscendo alle parti sociali il diritto di stipulare accordi reciprocamente vantaggiosi in sede locale. Terzo: liberare il lavoro dall’incompetenza. A regime prevediamo indagini campionarie ogni tre mesi, d’intesa con le camere di commercio, per offrire a ogni singola provincia informazioni utili sulle mansioni più richieste.
L’industria cerca ogni anno 70 mila figure professionali che la scuola non forma.
Col ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ho varato un piano d’integrazione fra apprendimento e lavoro che rivaluta la formazione tecnico-professionale e la manualità. Come consigliava San Giovanni Bosco, dobbiamo aiutare molti giovani a riconoscere che hanno l’intelligenza nelle mani, anziché pretendere di farne dei liceali disadattati. Su questo versante mi avvalgo della collaborazione di un camionista che poi è diventato docente in materie umanistiche, il professor Giuseppe Bertagna, la mente della riforma Moratti.
Dobbiamo aspettarci un autunno caldo soprattutto dopo la disdetta del contratto nazionale da parte della Finmeccanica?
I metalmeccanici sono protetti dal ben più conveniente contratto del 2009. E comunque dobbiamo temere un autunno freddo. È caldo quando c’è ricchezza da distribuire. Ma sono ottimista circa la capacità del nostro sistema produttivo di raggiungere i nuovi consumatori nei continenti dove essi vivono. Nella manovra è previsto un forte sostegno alle reti d’impresa. Le piccole e medie aziende possono internazionalizzarsi solo se si collegano fra loro.
Sarà contento il popolo delle partite Iva della sua regione. Ma al Sud?
Il basso tasso di crescita dell’Italia è legato al fatto che da decenni cresce solo mezzo Paese, inutile nascondercelo. E tuttavia proprio il Meridione può ritagliarsi un ruolo decisivo all’interno di un’economia emergente: quella del Mediterraneo. Pomigliano d’Arco docet: se l’investimento Fiat va in porto, diamo un segnale importante.
Che cosa pensa delle ultime uscite di Sergio Marchionne?
Marchionne è l’unica chance che abbiamo, non ne conosco un’altra, per inserire la capacità produttiva e l’intelligenza progettuale della Fiat in una dimensione multinazionale. Ci ha fatto una proposta che si chiama programma «Fabbrica Italia». Ha chiesto ai sindacati una condizione che considero persino ovvia: sostenere gli investimenti con una tregua sociale e con il superamento dell’assenteismo e delle altre anomalie improduttive, spesso ascrivibili non solo ai lavoratori ma anche a un management distratto. A me pare che l’amministratore delegato della Fiat e della Chrysler abbia ragione nel pretendere il superamento di forme di lotta non più accettabili. Se un dipendente sciopera, non può impedire al suo collega di lavorare.
Tre operai licenziati dalla Fiat a Melfi, per i quali la magistratura ha disposto il reintegro in azienda, scrivono al capo dello Stato. Giorgio Napolitano risponde. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, plaude a Napolitano. Le pare normale?
Tanto il monito di Napolitano quanto quello di Bagnasco sono rivolti a ciascuna delle parti. Basta volerli leggere per intero.
Sì, però si metta nei panni della Fiat, che ha un contenzioso aperto con tre dipendenti sospettati d’avere sabotato l’azienda, come ha documentato «Panorama», e deve fare i conti con Stato e Chiesa coalizzati nel metterci becco.
Mi auguro che tutti i testimoni dei fatti siano messi nella condizione di poter concorrere all’esatta ricostruzione della vicenda affinché sia fatta giustizia.
Concorda con Cesare Romiti, ex presidente della Fiat, che dalle pagine del «Corriere della sera» ha detto a Marchionne: «Il sindacato lo puoi battere, non lo puoi dividere»?
Di Romiti apprezzai il coraggio nel mettere ordine in una Fiat alle prese con la deriva terroristica. Ma non posso che rifarmi a quanto ha ricordato il segretario della Uil, Luigi Angeletti: fu proprio la Fiat di Romiti a concludere il primo accordo separato, senza la Cgil-Fiom. Ora come allora non è tollerabile che un’organizzazione sindacale eserciti un potere di veto su piani d’intervento volti a salvare una fabbrica.
In Italia abbiamo sempre avuto due miti: il posto fisso e il posto sotto casa. Che cosa ne resta?
Diffido della mitizzazione opposta. Non può diventare un ideale il randagismo. Però un giovane deve sapere che un lavoro è meglio del non lavoro, anche quando ti viene offerto lontano da casa. E deve sapere che il lavoro è uno dei due ingredienti della vita buona. L’altro è la famiglia, intesa come comunità d’affetti che si fonda su una stabilità anche logistica dei suoi componenti. Ciò che è finito per sempre, tranne che nel pubblico impiego, è il posto che dura a prescindere. Resta il diritto inalienabile della persona, anche se non occupata, a essere riconosciuta occupabile, cioè utile a sé e agli altri.
Un terzo degli infermieri del nostro Paese proviene da ben 142 nazioni. Nel contempo 2 milioni d’italiani si dichiarano disoccupati. Qualcosa non quadra.
È un disallineamento che nasce dal rifiuto di alcuni mestieri pesanti seppure ben remunerati. Il peggior prodotto del nichilismo degli anni Settanta è stato il ripudio della fatica, che invece, insieme col dolore, fa parte della nostra esistenza. Io credo che lo stupore della vita nasca dal rapporto con gli altri. La professione infermieristica è molto faticosa, ma ha anche un alto contenuto relazionale. Non c’è senso della vita se non c’è senso del lavoro.
Mio figlio mi ha consegnato il curriculum di un amico pieno di buona volontà, appena diplomatosi ragioniere programmatore, nella speranza che lo aiuti a trovare il suo primo lavoro. Lo tengo sulla scrivania da giorni e non so come comportarmi. Lei che farebbe al posto mio?
Gli consiglierei di prendersi una laurea triennale e intanto di impegnarsi in esperienze lavorative anche senza rapporto continuativo, usufruendo di qualche tirocinio. L’importante è non ritardare troppo il primo contatto col mondo del lavoro. In Italia l’età media della laurea è di quasi 28 anni: troppi. Abbiamo una classe di giovani
vecchi che non esiste in nessun altro paese al mondo.
La politica è un lavoro?
(Ci pensa. Sospira). È un impegno che, se correttamente vissuto, richiede più tempo, fatica e concentrazione mentale di un lavoro ordinario.
Lei fu eletto per la prima volta a 28 anni, quando la Camera era presieduta da Nilde Iotti, e poi fu nominato sottosegretario nel governo di Giovanni Goria, che è morto nel 1994. Un politico non va mai in pensione?
L’età della pensione la decide l’elettore, il nostro datore di lavoro. Sono un sincero ammiratore di Silvio Berlusconi, ultrasettantenne dotato di un vitalismo che vorrei vedere nei giovani.
I sondaggi mensili di Ipr Marketing per «La Repubblica» la danno stabilmente in testa nel gradimento degli italiani col 64 per cento, seguito da Roberto Maroni, ministro dell’Interno, col 62. Come se lo spiega?
Non me lo spiego. Spero che siano fatti bene.
L’ex ministro Francesco Forte sostiene che «a Sacconi si dovrebbe fare un monumento per la sua pazienza di Giobbe e la sua umiltà».
Ammesso che sia vero, lo debbo a mio padre Antonio e a mia madre Alina, un bancario e un’insegnante elementare che mi hanno lasciato questa eredità.
Paziente tranne quella volta che, durante una discussione in Senato sulla class-action, si tolse una scarpa e la picchiò sul banco come Nikita Krusciov all’Onu.
Il presidente Franco Marini non mi stava ascoltando in un passaggio procedimentale.
Viene dal Psi, è un allievo di Gianni De Michelis. Che cosa resta del socialismo dentro di lei?
Moltissimo. Ho imparato da Bettino Craxi il nesso fra visione e azione, la capacità di rischiare, di decidere, di rifiutare i veti se ritieni d’essere nel giusto. Sono stato segnato dal patto di San Valentino nel 1984, quando la Cgil all’ultimo momento si sottrasse all’accordo che bloccava gli effetti perversi della scala mobile sui salari e sull’economia. Bettino decise di andare avanti lo stesso e affrontò il terribile referendum abrogativo che chiamava gli italiani a scegliere fra la decisione del suo governo e 300 mila lire di contingenza in busta paga. Ci mise la testa: se lo avesse perso, si sarebbe dimesso.
A sorpresa lo vinse col 53,3 per cento. Perché?
Vede, io in politica distinguo fra antropologia positiva e antropologia negativa. La prima ha fiducia nella persona, la seconda nell’«homo homini lupus». La sinistra di radice comunista non crede nella persona, nei suoi desideri e nelle sue attitudini più profonde. Craxi ieri e Berlusconi oggi sono l’espressione visibile dell’antropologia positiva, che Bettino aveva sintetizzato in uno slogan «L’ottimismo della volontà», dopo i peggiori anni della nostra vita, quelli dal 1970 al 1980.
Al convegno dei giovani imprenditori a Santa Margherita, lei ha detto che «la giustizia è l’anomalia italiana, il male oscuro, il cancro cominciato in occasione del colpo di Stato mediatico-giudiziario di Tangentopoli».
Lo ribadisco. Come fa l’economia italiana a crescere se l’Italia non può offrire un quadro di regole semplici e certe? La giustizia civile, penale, del lavoro, amministrativa, contabile è certa? Il processo è certo? E se non v’è certezza, se la giurisprudenza è schizofrenica, se la norma è affidata all’imponderabilità, se la giustizia penale anziché essere chirurgica, sobria e veloce si dimostra estensiva, mediatica e lunghissima, secondo lei tutto questo attrae investimenti dall’estero?
Stando alle rivelazioni della pentita Cinzia Banelli, era Sacconi l’obiettivo alternativo delle Brigate rosse quando nel 2002 fu assassinato il giuslavorista Marco Biagi. Ha paura di fare la fine del professore bolognese?
No, perché alla mia sicurezza provvede una scorta. Ho paura per quelli che non sono protetti, perché il pulviscolo terrorista è ancora nell’aria e può raggrumarsi andando a posarsi su un obiettivo inerme, come nel caso di Marco. Ero consapevole di questo rischio e non fui capace di difendere un amico. Una colpa che mi
porterò dentro per sempre.
Perché la Cgil di Guglielmo Epifani non è mai d’accordo su nulla?
Perché ha una leadership debole. La sinistra di derivazione comunista è da tempo fuori dalla storia. Possono riportarcela dentro soltanto personalità forti, capaci di assumersi responsabilità e costruire mediazioni.
Però Epifani, socialista come lei, le diede una mano per essere rieletto alla Camera nel 1992.
Non esageriamo: partecipò a un comizio. Abbiamo un buon rapporto personale.
Lei stesso ha militato nella Cgil.
Nel 1968, per pochi mesi. Non mi è mai piaciuto il radicalismo studentesco e, siccome la Fiom lo avversava, aderii. Sono cresciuto con un’idea politica: la centralità della fabbrica. Parto dal presupposto che lo studente sia un privilegiato che deve studiare.
Ha messo in guardia Epifani in un modo un po’ ruvido: «Badi di non fare la fine di «Rifondazione comunista».
Non ricordo. Ma ho ben presente che in Italia i lavoratori sindacalizzati sono un terzo del totale e che meno della metà di questi è iscritta alla Cgil. Mi auguro che la nuova dirigenza riesca a ritrovare il dialogo con Cisl e Uil, perché la Cgil, per com’è messa oggi, mi ricorda quel tizio al volante che sente alla radio la notizia di un pazzo contromano in autostrada e commenta: «Mi sembrano 100, non uno». Quando resti solo, devi chiederti il perché.
Va ancora a cantare il karaoke col segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, nella casa romana del deputato democratico Renzo Lusetti?
Sì. Ma a casa di Lusetti solo due volte.
Inclusa quella in cui arrivarono i carabinieri, chiamati da un vicino esasperato?
Quella volta non c’ero.
Bonanni canta «Je so’ pazzo» di Pino Daniele. E lei?
No, cantiamo insieme My way di Frank Sinatra. All’unisono. Scelta non casuale.
Quando Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, fa la paternale al governo e lo invita a darsi una mossa, si sente chiamato in causa?
Abbiamo una leader robusta che ha deciso di decidere. Non facile, in casa sua. E questo è molto apprezzabile.
Da ministro del Welfare mandò gli ispettori nella casa di riposo La Quiete di Udine per impedire che Eluana Englaro fosse lasciata morire. Lo rifarebbe?
Sì, perché si trattava di un percorso eutanasico incompatibile con la missione del Servizio sanitario nazionale. E perché credo nella laicità adulta, che muove dai principi cristiani della nostra tradizione. Tutt’altra cosa rispetto alla cattolicità adulta che consente a Romano Prodi di prendersi licenze molto ampie nell’appartenenza alla Chiesa. La laicità adulta riguarda anche i non credenti che si riconoscono nel valore della vita. Quello solo, ho difeso.
- Martedì 14 Settembre 2010
Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.