Sandro Bondi: sul cinema italiano avevo ragione


Sandro Bondi: sul cinema italiano avevo ragione.

di Antonella Piperno

Rintracciare delle affinità elettive fra il ministro della Cultura Sandro Bondi e Gabriele Salvatores è faccenda ardua. Eppure, sul cinema italiano la pensano un po’ alla stessa maniera: «Il nostro cinema non emoziona, è pieno di pessimismo e mestizia. Nessun regista sa più fare la commedia all’italiana né quel grande cinema corale che fu il neorealismo» ha scritto Bondi il 13 maggio sul Giornale, beccandosi un bel po’ di metaforici pomodori. «I nostri film non riescono a superare i confini nazionali, soprattutto perché non emozionano. Negli anni 60, invece, i registi avevano un modo universale di raccontare le storie, c’era l’invenzione di uno stile» ha analizzato il regista, giurato alla mostra del cinema di Venezia, cercando di spiegare la disfatta italica: nessun premio ai quattro titoli nazionali in gara, nessun riconoscimento agli attori e un «fuck you» del presidente della giuria Quentin Tarantino ai giornalisti che a suon di fischi contestavano le sue scelte.

Ministro Bondi, si sente una Cassandra?
Diciamo che ero consapevole da tempo delle difficoltà del cinema italiano. Mi hanno colpito i giudizi duri e sferzanti di alcuni registi, per esempio Salvatores. Quando ho scritto sul Giornale che sarebbe stato necessario al cinema italiano aprire una riflessione sul perché i nostri film non riescono più a emozionare e a superare i confini nazionali, sono stato sommerso di critiche e insulti. Ora i risultati del festival costringono tutti ad aprire gli occhi e a fare delle autocritiche.

A questo punto, però, parlare di semplici difficoltà sembra riduttivo, visto che a Venezia il cinema italiano è stato umiliato. Colpa di chi o di cosa?
La causa della crisi del cinema italiano affonda nei temi prescelti, solitamente di carattere sociale e politico, e nell’incapacità di comunicarli con la tecnica universale del cinema, che nel passato abbiamo trasmesso al mondo. Una parte della nostra cultura rifiuta di rivolgersi al cuore e alla ragione del popolo, cioè della somma delle persone in carne e ossa che compongono la nostra comunità. Manca un’autenticità delle sceneggiature, dei linguaggi e della stessa interpretazione degli attori. Se ci fosse autenticità, anche il nostro cinema potrebbe superare i confini nazionali.

Più soldi pubblici aiuterebbero la causa?
Per niente. Quello che accade dimostra che il finanziamento dello Stato al cinema non aiuta a girare buoni film, anzi incoraggia un clientelismo che è esattamente il contrario della vera cultura. Un buon progetto trova sempre gli stanziamenti privati necessari. Mi sono fatto consegnare tutti i film che sono stati finanziati in questi ultimi anni dallo Stato e, salvo pochissime eccezioni, ho visto pellicole davvero brutte.

Addirittura…
Non a caso tanti non sono neppure entrati nel circuito delle sale cinematografiche. Sono film prodotti per coloro che li hanno girati, non per il pubblico. A tutto questo intendo mettere fine con la mia proposta di legge che abolisce i finanziamenti dello Stato, mantenendo un aiuto per le opere prime dei giovani registi.

La sua assenza al Festival di Venezia, seguita a quella a Cannes, è stata criticata. Alla luce di com’è finita, è contento di non essere andato?
Non ho bisogno di fare passerelle e soprattutto non intendo più avvertire il disagio di essere guardato da questi esponenti del cinema alla stregua di un barbaro, con una supponenza, una puzza sotto il naso e un’ingenerosità che sono insopportabili.

Perché ingenerosi?
Perché sto lavorando per la riforma del cinema, come ho portato a compimento la riforma della lirica. Sto lavorando per il buon cinema e per la buona lirica, eliminando sprechi ingiustificabili con l’obiettivo di avvicinare la cultura al popolo, non solo alle élite. Anche se per certi intellettuali di sinistra ormai il popolo è qualcosa di fastidioso e di rozzo.

Ma a Venezia non è andato soltanto per ragioni familiari o proprio perché è convinto che quello che ha fatto per il cinema italiano non le venga riconosciuto?
Neppure i problemi familiari che ho avuto hanno fatto cessare le polemiche nei miei confronti. Comunque, lo ripeto, continuo a lavorare a favore dell’industria cinematografica italiana e contro le ideologie e la faziosità politica che mortificano la cultura e il cinema nel nostro Paese.

Assente lei, qualcuno ha fischiato sul red carpet il sottosegretario Gianni Letta.
In realtà Letta è stato applauditissimo. Qualche fischiatore (o, peggio, qualche violento) è sempre in servizio contro gli esponenti del centrodestra.

Come giudica le scelte del presidente della giuria Quentin Tarantino?
Tarantino è espressione di una cultura elitaria, relativista e snobistica, che non tiene in alcun conto i sentimenti e i gusti del popolo e della tradizione, considerati rozzi e superati. E la sua visione influenza anche i suoi giudizi critici, pure quelli verso i film stranieri.

E cosa pensa del suo conflitto di interessi, considerando che Tarantino ha premiato la ex fidanzata Sofia Coppola e Monte Hellman che ha prodotto le sue «Jene»?
Questo è un aspetto minore e in fondo trascurabile.

Lei ovviamente non l’avrebbe messo a capo della giuria.
Ferma restando l’autonomia della Fondazione Biennale, siccome i finanziamenti sono dello Stato, d’ora in avanti intendo mettere becco anche in queste scelte, a nome del popolo che il governo rappresenta.

Che cosa pensa della proposta provocatoria di Natalia Aspesi che sulla «Repubblica» ha consigliato, vista l’assenza di capolavori, di cambiare il nome alla mostra del cinema trasformandola in «mostra del divertimento»?
No, Venezia deve tornare a ospitare un vero festival del cinema. Possibilmente un festival internazionale dove però, accanto ai grandi film prodotti nel mondo, partecipino da protagonisti anche dei bei film italiani, capaci di essere visti e apprezzati anche all’estero.

Il presidente della Biennale Paolo Baratta e il presidente dell’Anica Riccardo Tozzi hanno detto che la mostra ha bisogno di rianimarsi anche alla voce infrastrutture. Venezia è carissima, anche per questo gli americani mandano i loro film a Toronto. Come se ne esce?
Hanno ragione. Il problema però non riguardo solo Venezia, ma altre città d’arte italiane che avendo un turismo eccessivo non si curano di mantenere un rapporto accettabile fra prezzi e servizi offerti. Al di là dei problemi di ricettività, la mia opinione è che Venezia ha perduto soprattutto il ruolo che aveva nel passato: non tanto di rassegna, ma soprattutto di mercato cinematografico, che invece Toronto e Cannes hanno saputo conquistare.

È polemica anche per il cantiere del nuovo Palazzo del cinema: che tempi prevede?
Me ne occuperò personalmente nei prossimi giorni con il nuovo responsabile dell’unità di missione di Palazzo Chigi.

Il mandato del direttore della mostra Marco Müller scadrà alla fine del 2011. Che succederà?
Non lo so, ne discuteremo.

Müller sostiene che la mostra di Venezia potrebbe crescere con un aereo privato e un motoscafo a disposizione. Che cosa ne pensa?
Non posso credere che la città di Venezia non sia in grado di mettere a disposizione del festival un motoscafo. Per quanto riguarda l’aereo, non mi sembra questo il problema, oltretutto in un periodo di austerity come questo.

Müller ha escluso Pupi Avati a favore di Ascanio Celestini…
Ritengo Avati uno dei migliori registi che il cinema italiano oggi esprime. Non ho ancora visto il suo ultimo film, ma lo farò presto. Per essere onesto, tuttavia, devo ammettere che i suoi ultimi film non mi hanno convinto appieno.

Müller ha scartato anche «Gorbaciof» di Stefano Incerti, acclamato invece dalla critica internazionale.
Müller commette qualche volta gli errori che compiono solitamente gli allenatori delle squadre di calcio: si innamorano dei propri schemi fino al punto di non privilegiare i talenti e le novità che sono di fronte agli occhi di tutti.

A ottobre prende il via il Festival del cinema di Roma. Tanta frammentazione è un bene o un male?
Le iniziative della società civile sono sempre un bene. Il Festival di Roma in pochi anni ha saputo conquistarsi un prestigio e un ruolo internazionali, grazie all’autorevolezza del presidente Gian Luigi Rondi. Il suo bilancio, oltretutto, non grava sul ministero della Cultura, ma sugli enti locali, i privati e sull’impegno del sindaco Gianni Alemanno.

Ministro, lei è stato criticato per avere detto in un’intervista che gli ultimi film che ha visto sono quelli di Ugo Tognazzi. Nel frattempo è andato al cinema?
Vengo criticato per qualsiasi cosa dica o faccia. Piaccia o non piaccia, vado moltissimo al cinema e ho il piacere di rivedere molti film del passato. In questo periodo, lo ripeto, ho rivisto molti film interpretati da Tognazzi e li ho trovati meravigliosi. È una colpa anche questa? Dal Corriere della sera subisco un trattamento speciale: prima mi hanno chiesto un’intervista e il giorno dopo l’hanno criticata. Credo che sia un caso unico. E solo perché avevo detto di avere rivisto i film di Tognazzi. È singolare, vero?

Ha intenzione di andare a vedere i film presentati a Venezia? Quali?
Certo che andrò a vederli. Comincerò proprio dall’Italia. Con La solitudine dei numeri primi, il film di Saverio Costanzo.

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