

I soccorritori al molo del porto di Genova dove un'auto è precipitata in mare mentre stava sbarcando da un traghetto proveniente dalla Sardegna (Ansa)
C’è una sottile linea rossa che unisce due tragedie accadute nei giorni scorsi: quella di Genova, dove due giovani turisti tedeschi di nemmeno trent’anni hanno perso la vita precipitando con l’auto in mare mentre sbarcavano dal traghetto, e quella di Palermo, dove un neonato è morto durante il parto. A questi due episodi, inoltre, potremmo aggiungerne un altro: l’incidente all’aeroporto Raisi (una tragedia sfiorata), sempre nel capoluogo siciliano, dove un aereo con 123 passeggeri è uscito di pista venerdì sera mentre stava atterrando, provocando una quindicina di feriti non gravi. L’elemento comune, in tutti e tre i casi di cronaca, ha un nome preciso: fiducia.
Il dizionario dice che è “quella sensazione di sicurezza, basata sulla stima o sulla speranza riposta in qualcuno o qualcosa“. E la fiducia, infatti, è un elemento centrale anche in società complesse - dicono i sociologi e gli antropologi - come la nostra, dove sono richieste specializzazioni e professionalità appunto settoriali. Ognuno è in grado di fare al massimo un mestiere o una professione, oggi, e per quanta cultura generale si possa avere in genere si tende ad avere una conoscenza parziale della realtà, cioè si vede una fetta (sin nei minimi particolari) e non tutta la torta: un avvocato è un esperto di diritto, ma salendo su una nave è probabile che le sue conoscenze e le sue abilità siano pari a quelle di un bambino di dieci anni. Lo stesso varrebbe per un capitano immerso tra i volumi di un archivio legale.
Per questo, appunto, ci si fida degli altri, soprattutto degli esperti. A questo si aggiunge il progresso tecnologico che ha scansato il rischio ineluttabile delle nostre esistenze: la morte. Ormai partorire, volare, navigare sono considerate esperienze sicure (o almeno dovrebbero esserlo) che viviamo spesso con leggerezza, come si sorseggia un caffè al bar. E di chi ha paura, si dice che sia prigioniero delle proprie fobie (ce ne sono a centinaia) e che in fondo, dice la vulgata comune, non bisogna temere alcunché. Ecco perché è difficile accettare le due tragedie (e la terza sfiorata) dei giorni scorsi.
Nel primo caso del traghetto di Genova, infatti, si sarebbe trattato (o almeno è l’ipotesi ammessa anche dalla compagnia Moby, proprietaria del traghetto) di un errore umano: durante le procedure di sbarco qualcuno deve “aver toccato le leve”, ha detto l’armatore, perché ci sono delle procedure rigide secondo cui i ”motori possono anche essere accesi, ma la frizione deve essere staccata, non ingranata per non trasmettere moto alle eliche”. Invece, qualcuno quella frizione deve averla spinta e così la nave si è mossa in avanti. Pochi metri, ma sufficienti per far precipitare in mare l’auto a bordo della quale viaggiavano i due turisti tedeschi. E allora, perché è stata spinta la leva? Si è trattato sul serio di un errore nello svolgimento delle procedure?
A Palermo nella sala parto dell’ospedale una partoriente avrebbe chiesto di essere sottoposta al parto cesareo. Il medico, come è previsto per legge, ha rifiutato la richiesta spiegando che non ce n’era bisogno, che sia la madre sia il nascituro erano in normali condizioni. Ma durante il parto ci sarebbero state delle complicazioni e il neonato è morto. Anche in questo caso, ancora al vaglio dei magistrati (è stata sporta una denuncia), le domande sono le stesse: si è trattato di un errore di valutazione del medico? Sono stati commessi degli errori per colpa di gravi negligenze dello staff medico (che hanno rilevanza penale) oppure si è trattato di una serie di cause sfortunate quanto inevitabili, visto che il personale ha seguito alla lettera il regolamento diagnostico e terapeutico, come sostiene la casa di cura Candela?
E all’aeroporto di Palermo, il velivolo venerdì sera avrebbe potuto schiantarsi a causa delle condizioni atmosferiche, come sostiene al compagnia aerea Windjet, o per un errore del pilota (la scatola nera è ancora al vaglio degli inquirenti)? I magistrati in tutti e tre i casi accerteranno i fatti, faranno chiarezza, trovando forse una riposta ai nostri perché. E se di fronte a una fatalità purtroppo c’è ancora poco da fare (non possiamo discuterne di persona con il Padreterno), dinnanzi all’errore umano non si può transigere: il medico, il capitano o il pilota che sbaglia, deve pagare (dal punto di vista civile, ma anche penale, se necessario e qualora sia previsto dalla legge). Ne va anche della nostra fiducia.
- Lunedì 27 Settembre 2010
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Commenti
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Il 28 Settembre 2010 alle 10:58 degrel0 ha scritto:
tutte le categorie nominate nell’articolo pagano per i propri errori tranne i magistrati:perchè?
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