

di Andrea Marcenaro
Sono disposto ad arrivare fino in fondo» scriveva dal carcere il pentito Giovanni Brusca alla moglie di Santo Sottile, suo prestanome in non si sa quali antichi affari. E aggiungeva: «Costi quel che costi, e non mi riferisco alle vie legali, tanto per essere chiari. Non pensavo di essere ripagato in questo modo da voi, e la cosa mi fa molto male e mi fa diventare una bestia, più di quanto non lo sia stato nel mio passato».
Bisogna immaginare che un brivido abbia percorso le schiene dei sostituti procuratori palermitani Francesco Del Bene, Lia Sava e Roberto Buzzolani, alla lettura di tanta prosa. Se «‘u Verru», cioè il porco, prometteva di poter diventare più bestia di quanto non fosse stato allorché aveva commesso 150 omicidi, tra cui quello di un bambino mangiato vivo dall’acido, forse il pentito non era poi così pentito del suo passato. Quanto al linguaggio della lettera, più mafioso non poteva certamente essere. Che fosse rimasto mafioso anche il suo autore? Pur essendo, ufficialmente assai pentito? Giovedì 16 settembre, una perquisizione disposta nella cella di Brusca, nel carcere di Rebibbia, aveva dato come risultato il sequestro di un computer, di una ventina di cd-rom, di manoscritti, di appunti con numeri e indirizzi telefonici stranieri, più alcune copie di una corrispondenza con San Giuseppe Jato, il suo paese in provincia di Palermo, che appariva assai fitta.
I magistrati adesso contestano a Brusca i reati di concorso in tentata estorsione, intestazione di beni a prestanome e riciclaggio di denaro. Non più in regime di 41 bis, da quando nella primavera del 2000 era entrato nel programma dei pentiti, Brusca aveva goduto di una quantità di permessi premio e di colloqui. Niente di strano. O meglio: se qualcosa di strano esisteva, nella scoperta che un mafioso potesse continuare a mafiare, era la sorpresa eccessiva che quella banale constatazione sembrava avere suscitato. «Ai tempi dell’arresto, nel 1996, Brusca non era obbligato a rivelare tutti i suoi beni, o beni che sapeva a disposizione di altri mafiosi » ha spiegato Piero Luigi Vigna, ex procuratore antimafia. E, intervistato da Radio 24, aveva di seguito sostenuto come sarebbe stata tranquillamente possibile l’esistenza di un tesoro nascosto di Brusca, e gestito dal carcere. Di un vero e proprio tesoro, per la verità, non è che finora si sia trovata traccia. A meno di non considerare tale i 188 mila euro trovati a casa della moglie dello stesso Brusca, ma che la signora spiega con lo stipendio percepito dal marito (grazie appunto al programma di protezione), più l’affitto di un magazzino.
Eppure, e per quanto il «tesoro» appaia per il momento modesto, e quantunque a chiarire questo punto provvederanno le senz’altro scrupolosissime indagini, le parole del nuovo Brusca restano, i suoi modi pure, le minacce sono provate e la sua ferma intenzione a non dimettersi da mafioso sembra a prova di bomba. Ciò che, se si volesse trattare la questione sul serio, potrebbe fare discutere sul modo pomposo, retorico, spettacolare spesso, e non di rado strumentale, con cui viene tuttora gestita la galassia del cosiddetto pentimento. La memoria soccorre, in proposito, e può partire da lontano.
Fu un protopentito di mafia, Totuccio Contorno, protagonista con Tommaso Buscetta del primo maxiprocesso di Palermo. Si parla addirittura del 1989. Contorno era sotto protezione, doveva trovarsi negli Stati Uniti, lontano dalla Sicilia. Il controllo su di lui, in teoria, era strettissimo. In maggio, invece, lo trovarono in una villa di San Nicola L’Arena, due passi da Palermo. Era armato fino ai denti in una zona in cui, fino a qualche giorno prima, erano avvenuti omicidi a raffica. Ci fu chi nutrì dubbi sul fatto che Contorno fosse stato utilizzato per una «pulizia» del territorio da mafiosi di varia estrazione, suoi nemici giurati. I processi per i delitti attribuiti a lui e agli uomini del suo nuovo clan, in virtù di un artificio giuridico che considerava più grave un tentativo di omicidio avvenuto ad Acate, provincia di Ragusa, furono giudicati a Siracusa. Si conclusero in nulla. Totuccio proseguì nella carriera di pentito, esaltato dalla stampa. Qualche anno dopo, e aveva dato ormai quel che poteva, o che doveva dare, venne di nuovo coinvolto in un traffico di droga a Roma.
Balduccio Di Maggio fu un grandissimo pentito. Ufficialità vuole che avesse portato i Ros nel covo di Totò Riina. L’ufficialità. Fu esattamente il contrario: fu la squadra del capitano Ultimo, coordinata dal colonnello Mario Mori, a portare Di Maggio a riconoscere Riina, arrestato subito dopo. I magistrati coniarono per lui la definizione di «attendibilità intrinseca». Da «intrinsecamente attendibile», per avere fatto catturare il capo dei capi, divenne prezioso testimone del bacio andreottiano. Contemporaneamente, era il 1993, l’indiscutibile pentito si prendeva privatissime vacanze dal programma di protezione, tornava in Sicilia e faceva la guerra al suo nemico di sempre, Giovanni Brusca. Disse a Giuseppe La Rosa, pentito a sua volta: «La mia collaborazione è finta, userò i carabinieri per continuare come prima».
La faida fece una caterva di morti. Con Di Maggio si schierò Santino Di Matteo, pentito, fondamentale per la ricostruzione della strage di Capaci. Di Matteo, in regime di protezione, riprese i contatti con Di Maggio e con la mafia per vendicare il figlio, ucciso da Brusca. Le intercettazioni delle telefonate tra Di Maggio e Francesco Reda provavano senza possibilità di dubbio che il pentito Di Maggio continuava imperterrito il suo lavoro di capomafia. L’onorevole Enzo Fragalà, avvocato, ucciso a bastonate in febbraio, rese pubblici quei nastri. Venne macellato dalla stampa.
«Uso dinamico del pentito sul territorio » fu l’espressione coniata dalla procura di Palermo per definire i comportamenti complessivi di Di Maggio. Il quale, condannato in primo grado all’ergastolo per due omicidi, in appello ebbe la riduzione a 20 anni. Beneficiò dei domiciliari per motivi di salute: non poteva muoversi. Si scoprì che saliva e scendeva le scale senza problemi.
La storia di molti altri pentiti si è mossa sulle stesse orme di Contorno e Di Maggio. Il sospetto è orrendo. Eppure, dal 16 settembre scorso, è dilagato: troppi si chiedono, senza motivo, se l’improvvisa inchiesta contro Brusca sia del tutto normale o se non sia figlia del desiderio di qualcuno che Brusca, ‘u Verru, si ripenta in un modo finalmente «utile».
- Martedì 28 Settembre 2010
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Commenti
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Il 28 Settembre 2010 alle 12:29 indigesto ha scritto:
I mafiosi hanno capito da tempo che da loro si vuole un “certo” tipo di pentitismo. In molti hanno cercato,ed ottenuto, di beneficiare del regime di “protezione”; alcuni col rivelare cose di mafia, utili ad entrare nelle maglie della organizzazione malavitosa, ed altri, tentando il gran balzo, alludendo cioè a rivelazioni appettibili ad un certo tipo di inquirente, vantando magari posizioni di un certo “livello” ed essere pertanto in grado di offrire “rivelazioni” sul coinvolgimento di “alcuni” politici. Molti di quelli che hanno beneficiato del regime di protezione hanno continuato a “mafiare”, ma nulla esclude che chi, “pescato” con le mani nel sacco, si riproponga come pentito, alzando questa volta la posta in cambio di “rivelazioni” puntuali sul coinvolgimento di “tali” politici nelle attività mafiose. E nulla esclude che ridiventeranno credibili e che rientreranno per questo nel regime di protezione. Dal quale continueranno, ovviamente, a “mafiare”.
Il 13 Novembre 2011 alle 1:51 l1e2t3t4e5 ha scritto:
I veri pentiti si riconoscono dal fatto che ripudiano talmente il loro passato indegno, i loro abominevoli gesti e comportamenti che cercano, tranne nei casi in cui per dovere spirituale e di giustizia non è possibile, di non parlare di quel pezzo buio della loro vita e se potessero perfino di non ricordare, poichè chi si è pentito davvero vive con un dolore perenne dentro di sè, accompagnato da una interminabile angoscia interiore sapendo di aver fallito nella vita facendo del male prima a se stesso e poi a tutte le persone che per sfortuna hanno avuto modo di conoscerlo. Il vero pentito sarebbe un perfetto incensurato a vita.Il vero pentito non si vanta di quello che ha fatto, si vergogna battendosi il petto. Il vero pentito piange perchè sa che non è stato un buon esempio per i suoi conterranei. Sa che ha contribuito a non far crescere la propria terra di onestà e di legalità; sa che ha speso la sua vita nel peggiore dei modi; sa che non c’è cosa migliore nell’essere ricordato come persona dabbene, persona onesta e da esempio positivo cosa che purtroppo non può più raggiungere nella propria terra se non in quella nuova, ma non sarà mai la stessa cosa e allora dolore che ti percuote. Questo è il vero pentito tutt’altra persona dal collaboratore di giustizia e aggiungo che il vero pentito non può prescindere se non da un pentimento profondo, doloroso e sincero innanzi a DIO.
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