

Un travaglio lungo, difficile. E in sala parto una discussione fra medici, in un viavai di camici bianchi. Il tempo passa, nessuno pensa a praticare un cesareo. Quando nasce, il bambino non ha abbastanza ossigeno al cervello: è in stato di ipossia. Riporterà lesioni cerebrali permanenti. Sembra cronaca di questi giorni. Invece è accaduto a Cagliari nel maggio 2004, nella clinica Sant’Anna. La madre del piccolo ha denunciato i medici. La sentenza è arrivata 6 anni dopo: un mese con la condizionale ai due ginecologi Salvatore Manca e Gabriele Melis, una provvisionale di 60 mila euro per i genitori del bambino. La difesa dei sanitari ha già proposto appello.
Mentre s’inseguono le denunce di clamorosi errori in corsia, dall’incredibile lite fra ginecologi al Policlinico di Messina, con i medici che si picchiano mentre il neonato va in ischemia cerebrale e la madre perde l’utero, alla tragedia della studentessa barese curata per influenza e morta di setticemia, una domanda s’impone: chi paga? E quando e quanto? La storia di Cagliari è esemplare: sentenze che arrivano dopo anni, pene miti per medici pure ritenuti responsabili, indennizzi che, spesso, non bastano a risarcire le spese per i danni provocati dall’errore.
È un sistema che scontenta tutti: le assicurazioni che lamentano l’esplosione del contenzioso e dicono di non poter coprire con i premi l’importo dei risarcimenti; ospedali e medici costretti a stipulare polizze a prezzi sempre più alti; cittadini che vivono nel terrore di finire vittime di un errore in corsia. Certifica Eurobarometro, l’agenzia di sondaggi che registra le opinioni degli europei nei 27 paesi dell’Unione: gli italiani sono fra i più spaventati. Il 55 per cento teme di poter subire un danno se va a curarsi in ospedale e il 51 prova lo stesso timore se ricorre a una struttura diversa dall’ospedale. Ma la stessa ricerca, varata nell’aprile 2010, segnala che il nostro Paese è un’isola felice in Europa: solo il 15 per cento dei cittadini sostiene d’avere dovuto affrontare davvero le conseguenze di un errore medico, sulla propria pelle o nell’ambito stretto della propria famiglia. Una contraddizione? «Piuttosto, la testimonianza di una situazione che non va bene a nessuno, in una sanità, come quella italiana, che è fra le prime cinque al mondo» sostiene l’avvocato Natale Callipari, presidente dell’Osservatorio sulla responsabilità medica.
Di sicuro le richieste d’indennizzo per errori medici sono in aumento vertiginoso. In Lombardia, secondo dati dell’assessorato regionale alla Sanità, nel 2009 sono state presentate 2.271 richieste di risarcimento, più di sei al giorno. E nella sola città di Roma, dimostra uno studio dell’Ordine dei medici, ogni 24 ore viene iscritta a ruolo, nel tribunale civile, una causa per responsabilità medica. Sostiene l’Ania, l’associazioneche riunisce il 91 per cento delle imprese d’assicurazione: tra il 1994 e il 2008 quelle richieste si sono triplicate. Erano meno di 10 mila nel 1994; 14 anni dopo erano schizzate a quota 30 mila. E i risarcimenti raggiungono a volte cifre milionarie. Lamentano le compagnie: si paga più di quanto si incassi in premi. Ma dall’Emilia-Romagna, dove 17 aziende sanitarie spendono 43 milioni di euro all’anno per assicurarsi contro il rischio clinico, Rossana De Palma, responsabile dell’Area di governo clinico della regione, avvisa: «La verità è che le riserve accantonate dalle assicurazioni sono basate sulle domande d’indennizzo e, dunque, sono sopravvalutate rispetto all’entità effettiva dei risarcimenti. Le somme liquidate sono molto inferiori alle richieste». Tuttavia aggiunge: «È vero pure che i risarcimenti sono aumentati in valore, tanto che gli ospedali con grandi aree parto non trovano quasi più chi sia disposto ad assicurarli».
L’Ania stima in 30 mila euro la media dei risarcimenti. Cifra credibile? Sarà forse possibile saperlo in novembre, quando l’Agenas, l’agenzia per i servizi sanitari regionali, concluderà la prima indagine su risarcimenti e sinistri in sanità. L’ha commissionata il ministero della Salute, preoccupato per le dimensioni assunte dalla spesa delle regioni in assicurazioni: 538 milioni di euro, secondo l’ultima stima disponibile, datata settembre 2006. Un’indagine pilota sul rapporto fra richieste d’indennizzo e risarcimenti porta la firma dell’Ordine dei medici di Roma, che l’ha svolta insieme con l’Università di Tor Vergata, analizzando 1.966 sentenze del tribunale civile, emesse tra il 2001 e il 2007, sulla responsabilità medica. Il risultato? Mentre un terzo delle richieste d’indennizzo vengono rigettate, il 55 per cento risulta accolto pienamente e il 10 per cento accolto parzialmente. L’ammontare degli indennizzi va da un minimo di 62 euro a un massimo di 2.360.000. Dettaglio da sottolineare: il 73,9 per cento delle sentenze assegna l’indennizzo riconoscendo che c’è stato un errore chirurgico o terapeutico.
Sono cifre che possono fare impressione, ma da Verona il presidente dell’Osservatorio sulla responsabilità medica, Callipari, segnala: «Su 8 milioni di ricoveri nelle strutture pubbliche, le cause penali pendenti davanti ai giudici sono 12 mila circa e le richieste di risarcimento 150 mila». Rivolgersi alla magistratura, sia penale sia civile, non è la via più comoda. Lo sa per esperienza Ermanno O. che a 23 anni, nel 1995, ebbe un incidente stradale, fu operato nell’ospedale di Tivoli per una frattura al femore, contrasse un’osteomielite durante l’intervento e oggi, 14 anni dopo, dopo avere perso il lavoro come istruttore in palestra ed essere diventato invalido, ha ottenuto la prima sentenza penale sul suo caso: il riconoscimento di un’invalidità del 3 per cento. «Quella che si dà per un colpo di frusta» commenta l’avvocato Massimo Laurenti, legale di fiducia del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanza attiva, che segue il caso.
«La via del processo penale è lunga e costosa, anche perché bisogna provare il danno e accertare di chi è la responsabilità » spiega Mimma Modica Alberti, responsabile del settore giustizia per i diritti del Tribunale del malato. Ma l’inchiesta penale scatta automaticamente nei casi di morte. E a volte la malagiustizia si aggiunge alla malasanità. Lo testimonia Alfonso Scutellà, un insegnante che, nell’ottobre del 2007, ha perso uno dei suoi cinque figli, Flavio, caduto da una giostra alle 4 del pomeriggio e morto nella notte, in una carambola di ospedali che rifiutavano il ricovero, ambulanze che non si trovavano, elicotteri dell’elisoccorso che non volevano saperne di alzarsi in volo dopo il tramonto. Lunedì 4 ottobre, in un’aula del tribunale di Reggio Calabria, Scutellà ha ascoltato l’ennesimo giudice, il quinto, annunciare che, causa trasferimento, doveva rinunciare al processo (nove medici chiamati a rispondere di omicidio colposo) e ha perso ogni speranza: «Voglio chiedere il fascicolo dell’inchiesta su mio figlio, nessuno deve più toccarlo». Scutellà non ha chiesto alcun risarcimento: «Un figlio non ha prezzo». E alza il velo su una realtà sconcertante: «Basta andare su internet, digitare: vittime della sanità. E subito appaiono siti, associazioni, studi legali che ti offrono un contratto: garantiscono avvocato e medico legale, ti fanno fare la causa. Se perdi, paghi le spese; se c’è il risarcimento, loro trattengono dal 15 al 25 per cento. C’è un gigantesco mercato del dolore sul quale volano gli avvoltoi».
È questo mercato che spaventa i medici. Secondo il Cimo, sindacato degli ospedalieri, ognuno di loro, in vent’anni di professione, ha l’80 per cento di probabilità di ricevere un avviso di garanzia. «Io stesso ne ho avuti due e non sono arrivato neppure al rinvio a giudizio» ricorda il presidente, Riccardo Cassi. «Però è un problema serio, anche perché incide sui costi dell’assicurazione». In Toscana, secondo Cassi, i 7 mila medici ospedalieri hanno stipulato polizze contro la responsabilità per colpa grave per un importo compreso tra i 400 e i 600 euro ciascuno. Ma per chi esercita la libera professione i premi salgono parecchio. Segnala Maurizio Maggiorotti, presidente dell’Amami, l’associazione dei medici ingiustamente accusati di malpractice: «In soli 10 anni, tra il 1994 e il 2004, gli importi delle polizze sono cresciuti del 230 per cento. E continua no ad aumentare: un chirurgo può arrivare a pagare 2.500 euro l’anno, un ginecologo 6 mila euro. E ci sono colleghi che, solo per avere ricevuto delle denunce, senza che mai sia stata provata alcuna loro responsabilità, non trovano più chi li assicuri». C’è in questo un risvolto sottovalutato. «Va affacciandosi, nella professione, un medico spaventato che, per pararsi dai rischi, chiede più esami di quanto sarebbe necessario» suggerisce Mario Falconi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma. «E questo alla sanità costa: secondo una nostra indagine, almeno 1,2 miliardi di euro l’anno».
Sono anche le regioni a correre ai ripari, per esempio rinunciando a sottoscrivere contratti d’assicurazione con le compagnie e provvedendo in proprio ai risarcimenti. Una scelta che, in Toscana, ha dato risultati sorprendenti. Spiega Riccardo Tartaglia, responsabile del Centro gestione rischio clinico della regione: «Nel 2006 ci accorgemmo che, anche nello scenario peggiore, se tutte le richieste di indennizzo fossero andate a buon fine, avremmo speso il 30 per cento in meno di quanto pagavamo alle assicurazioni e abbiamo disdetto le polizze. Risultato: negli ultimi tre anni sono diminuiti i sinistri. Un miracolo? Macché, semplicemente abbiamo invitato gli ospedali a imparare dagli errori, a discuterne, a fare di tutto per prevenirli. Il prezzo della sicurezza è un costante stato di tensione». Naturalmente, non sempre tutto va bene. «C’è anche l’alea terapeutica» ricorda Cassi. «Al medico non fanno ricorso le persone sane e in ospedale entrano malati, anche gravi».
E se, a volte, la richiesta di un indennizzo è la reazione di chi non riesce a rassegnarsi alla malattia o alla morte, è anche vero che, spesso, i cittadini accettano di ritirarla se ottengono spiegazioni convincenti. L’ha dimostrato l’esperienza di Accordia, uno sportello di conciliazione creato dall’Ordine dei medici di Roma. Aperto nel 2005, ha funzionato per tre anni, assicurando, a chi chiedeva risarcimenti inferiori ai 40 mila euro, una risposta in meno di 90 giorni. Su 1.000 richieste l’anno, la metà presentate contro gli odontoiatri e l’altra metà in prevalenza contro ortopedici e ginecologi, solo il 10 per cento si concludeva con un indennizzo. Ricorda Francesco Caroleo, consulente legale dell’Ordine: «L’80 per cento delle controversie si esauriva quando il paziente incontrava i medici. Erano persone che volevano soltanto essere ascoltate».
Dal marzo del 2011 la conciliazione diventerà obbligatoria, prima di avviare un procedimento civile. Lo prevede un decreto varato dal governo. Pazienti, medici, ospedali dovranno spiegare le loro ragioni davanti a un organismo che proverà a metterli d’accordo. Maggiorotti è scettico: «La conciliazione va bene per i parafanghi, non per i medici. Noi aggiustiamo roba rotta». Il presidente dell’Ordine di Roma, Falconi, è fiducioso: «Con Accordia ho visto risolvere in pochi mesi contenziosi che, davanti al giudice, si trascinano per anni». La speranza di tutti è che gli avvoltoi del dolore restino senza prede.
- Martedì 5 Ottobre 2010
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