«Reggio non tace»: in migliaia dicono no alla ‘ndrangheta

Il corteo del 25 settembre 2010 a Reggio Calabria

Il corteo del 25 settembre 2010 a Reggio Calabria

di Roberta Mani*

Di nuovo in piazza. Di nuovo per dire no ‘ndrangheta. Esattamente come il 25 settembre scorso, quando Reggio Calabria si è fermata per dire basta, per dire noi non ci stiamo. E’ successo ancora. Poche ore fa, dopo l’ultimo avvertimento contro i magistrati. E questa volta è stato sufficiente un giro di telefonate, qualche messaggio. E riecco la voglia di esserci,di reagire. Alla fiaccolata organizzata dai ragazzi di “Reggio Non tace” erano in migliaia. Migliaia di fiaccole si sono accese per solidarietà al Procuratore Capo della Repubblica Giuseppe Pignatone. Il messaggio lanciato dalla mafia era troppo forte, insopportabile per non opporsi subito. E la Calabria pulita è tornata in prima linea.

”Andate a vedere davanti alla Procura. C’e’ una sorpresa per il procuratore Pignatone’. La telefonata arriva al 113 e non lascia spazio a interpretazioni. E’ ancora lei, la ‘ndrangheta. La mafia più potente e ramificata. La sorpresa è un bazooka, un’arma da guerra di fabbricazione slava. E’ inoffensiva, ha già sparato, ma fa rumore. Il rumore dell’intimidazione che in Calabria rimbomba nella vita di tutti i giorni. Magistrati, amministratori, giornalisti, imprenditori. Quel bazooka già utilizzato piazzato sulla strada che ogni giorno percorrono i pm  è un messaggio chiaro, è un pugno sul tavolo. Non ci fermerete. Possiamo colpire in ogni momento. Non ci sono macchine blindate o misure di sicurezza che tengano. Siamo sempre noi i più forti.

La ‘ndrangheta alza il tiro. Fa sentire la sua voce. Non solo cosche, specifica il Prefetto di Reggio Calabria. Dietro all’ultimo attacco c’è anche la zona grigia, quel mondo sommerso, quel mondo contiguo alla mafia che trama nel buio, che si infiltra nei luoghi del potere, che succhia l’energia vitale di uno stato democratico. Strategia della tensione, la chiamano. Qualcuno parla di clima analogo a quello che respirava in Sicilia nel 1992. Gesti eclatanti, che accendono i riflettori,  gesti decisamente inusuali per una mafia abituata a crescere nel silenzio, per una mafia che, soprattutto, sul territorio non ha mai avuto bisogno di gridare. “I riggitani”, le ‘ndrine più potenti, hanno sempre deciso la vita e la morte, i traffici internazionali di droga, gli affari sporchi da miliardi e miliardi. Hanno benedetto e rotto alleanze. Dato e concesso potere alle famiglie ndranghetiste. Tutto da padroni. Coperti da omertà e collusioni. Da politici compiacenti e da giudici disposti a fare sconti.

“La minaccia in Calabria è un modo per risolvere conflitti, per acquisire privilegi” mi ha detto una volta il Procuratore Nazionale Antimafia  Pietro Grasso. E il conflitto ora è diventata guerra . In gioco ci sono privilegi da 44miliardi di euro, il giro d’affari della ‘ndrangheta, quasi il 3 percento del nostro prodotto interno lordo.  Il nemico è la Procura di Reggio, quei magistrati antimafia che stanno facendo il loro lavoro. Un migliaio di arresti in due anni. Sequestri di beni per milioni. Boss e padrini al 41bis, l’odiato 41bis che rende difficile comandare da dietro le sbarre. E allora ecco gli avvertimenti.

Un anno di intimidazioni. Dalla bomba alla Procura del 3 gennaio, all’auto arsenale fatta ritrovare nei giorni della visita del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E poi due proiettili ai sostituti, l’auto del procuratore generale Salvatore di Landro sabotata nel garage del tribunale, fino all’ultima, eclatante. Tritolo in pieno centro. Il portone di Di Landro scardinato dall’esplosione, poco dopo il suo rientro. Ma niente. La Procura continua ad indagare.

E allora si deve fare in fretta. Si deve agire. Giocare il tutto per tutto contro questa pressione investigativa. E allora la ‘ndrangheta grida, per far sentire la sua voce sopra il coro dei no. Per paura. Sì, per paura. Il bavaglio ai giornalisti. Minacce di morte, taniche di benzina sui balconi, proiettili. Per paura di perdere il consenso sociale o l’appoggio del colluso di turno, o di quel mondo oscuro contiguo alla ‘ndrangheta. E allora si deve fare in fretta. Ed ecco quel bazooka al Procuratore capo. Proprio alla vigilia di importanti processi di appello. Proprio pochi giorni dopo la notizia del pentito, uno dei pochi, pochissimi. Un Tegano, uno dei signori della ‘ndrangheta. Sì perche’ le cosche calabresi non conoscono la breccia degli “infami”. Lo sanno bene magistrati e poliziotti impegnati in questa terra di frontiera che stanno per  rompere il muro di omerta’ sugli affari di una cosca potente e pericolosissima. Roberto Moio, nipote dei Tegano di Archi, ai magistrati starebbe raccontando  vita, morte e misfatti dei riggitani. Ci voleva un messaggio forte, chiaro. Un lanciarazzi per dire, adesso basta.

Un’arma da guerra micidiale. D’altronde i clan hanno a disposizione arsenali da far impallidire un esercito. E sono pronti a usarli. Perché il bazooka è uno status symbol, ha raccontato un collaboratore di giustizia crotonese nel corso di un interrogatorio. Se ce l’hai, acquisti credibilità, sei rispettato. Il bazooka.  Proprio l’arma che nel 2004 ha ucciso il boss di Isola Capo Rizzuto (Kr) Carmine Arena. Viaggiava su un’auto blindata. Tre razzi l’hanno centrato in pieno. Il resto l’hanno fatto i kalashnikov. Ecco cosa vuol dire bazooka in Calabria. Ecco vuol dire il messaggio arrivato a Pignatone.

Roberta Mani è autrice, insieme con Roberto Rossi di “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami”



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