

Il direttore de il Giornale Alessandro Sallusti e il vicedirettore Nicola Porro (ANSA/MILO SCIAKY)
Quando i giornalisti parlano (male) dei giornalisti vuol dire che: o non hanno più niente da dire o si è arrivati a un punto molto basso della professione. Sta accadendo in questi giorni. A un anno dal caso Boffo e dopo l’inchiesta condotta dai quotidiani di centrodestra sull’appartamento di Montecarlo, infatti, lo sport preferito da alcuni quotidiani (spesso di centrosinistra) è screditare il lavoro dei colleghi che scrivono in testate con una linea politica opposta.
Non solo. Le accuse rivolte alla stampa di centrodestra di voler manipolare l’informazione si sono fatte sempre più insistenti dopo il fallito attentato al direttore di Libero Maurizio Belpietro (messo in dubbio su molti quotidiani di centrosinistra) e, soprattutto, dopo la perquisizione della redazione milanese de Il Giornale, ordinata dai pm Woodcock e Piscitelli della Procura di Napoli, che stanno indagando per violenza privata il direttore Alessandro Sallusti e il vicedirettore Nicola Porro, rei di aver fabbricato un presunto dossier contro la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e di aver minacciato di pubblicarlo. Un dossier che, come poi si è visto, non esiste affatto.
Le indagini, infatti, sono scaturite dall’ormai nota boutade telefonica (intercettata, l’audio è stato pubblicato su il Fatto) di Porro al portavoce della presidente di Confindustria. E quello che sarebbe stato uno scherzo alla fine si è rivelato una molla che ha innescato un meccanismo perverso finito su tutte le prime pagine dei quotidiani.
E invece di incassare la solidarietà da parte dei colleghi (l’hanno espressa solo alcuni politici, l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi), perché vedere venti carabinieri dentro una redazione non è mai una gran cosa in una democrazia, i cronisti de il Giornale si sono dovuti sorbire pure le lezioni di giornalismo da parte dei soliti campioni della stampa nostrana (su tutti Repubblica, Unità e il Fatto). Intere paginate in cui il lavoro dei quotidiani di centrodestra viene etichettato in questo modo: killeraggio, fango, campagne, dossieraggio, fabbrica dei veleni e non inchieste, articoli ed editoriali. Il leitmotiv? Ve la siete cercata. E se a essere intercettato fosse stato il vicedirettore di Repubblica, le reazioni della sedicente società civile sarebbero state forse le stesse?
Il sospetto, difatti, è che non si tratti in molti casi solo di una critica dell’opera collettiva di altri colleghi (e parlare male dei giornali concorrenti non è il massimo dell’eleganza), ma piuttosto del solito doppiopesismo di una certa parte culturale d’Italia. E per capirlo basta porsi qualche domanda, come ha fatto Vittorio Macioce su il Giornale: “Perché se Bondi scrive poesie è patetico e se Veltroni scrive romanzi è un’intellettuale? Perché Floris è un professionista e Paragone un raccomandato? Perché D’Avanzo (vicedirettore di Repubblica, ndr) è uno che si fa un mazzo così sulle carte giudiziarie e Chiocci (cronista de il Giornale che ha seguito l’affaire Montecarlo, ndr) è uno che puzza di servizi?”.
La risposta (anch’essa scontata) l’ha data un altro giornalista, di sinistra. Giampaolo Pansa, sul Riformista: “Se l’obiettivo è il maledetto Berlusca, tutto è lecito. Se invece sotto tiro stanno gli oppositori del premier, allora devono entrare in scena i pompieri”.
IL VICEDIRETTORE DE IL GIORNALE INTERVISTATO SU LA7
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