Allarme fanghi tossici: in Ungheria? No, in Sardegna


Emergenze ambientali: allarme fanghi rossi (In Ungheria? No, in Sardegna)

di Anthony Muroni - foto di Francesco Nonnoi

Dal 1975 al 2008, il totale è di quasi 20 milioni di metri cubi di fanghi rossi, inquinanti e pericolosi. No, non è l’Ungheria. La bomba ecologica a orologeria è piazzata nel sudovest della Sardegna, a poche centinaia di metri dalla costa. E potrebbe fare impallidire l’allarme ambientale scoppiato nel cuore dell’Europa, lungo il Danubio.

Da una decina di giorni l’attenzione dei mass media del mondo è concentrata sull’emergenza ambientale dei fanghi rossi di Devecser, nell’Ungheria nordoccidentale, dove lo sversamento di 800 mila metri cubi di scarti della lavorazione dell’alluminio dell’azienda pubblica Mal ha provocato il disastroso inquinamento del fiume, ha causato otto morti, ha costretto alla fuga almeno 7 mila abitanti e ha trasformato un’area di 40 chilometri quadrati in un’immensa pozzanghera rossa.

Eppure, al centro del Mediterraneo nessuno parla più del bacino di Portovesme (vicino alla cittadina di Portoscuso, nella nuova provincia di Carbonia-Iglesias), dove l’emergenza oggi dorme ma rischia di essere molto più grave di quella ungherese. Esteso quanto 100 campi da calcio, piazzato a nemmeno 200 metri dal mare, il bacino di contenimento degli scarti scavato nel 1975 dall’Eurallumina contiene 20 milioni di metri cubi di residui della lavorazione della bauxite: 25 volte le dimensioni degli scarti che stanno creando il panico nel cuore dell’Europa, dall’Ungheria fino al lago Balaton.

Del resto, basta uno sguardo dall’alto per avere un’idea delle dimensioni, ciclopiche, del problema sardo: una serie di
enormi vasche piene di un liquido rosso acceso, e tutte vicinissime alla costa. Qui, per 33 anni, l’Eurallumina ha scaricato i residui delle sue lavorazioni: fanghi e scarti chimici velenosi. Prima del 1975, per almeno tre anni, la fabbrica ha scaricato direttamente in mare.

In Sardegna c’è chi lo ha definito, con qualche colorazione ideologica, «colonialismo industriale»: un sistema basato sullo scambio tra posti di lavoro (pochi e precari) e sfruttamento del territorio, uno sfruttamento che spesso ha fatto rima con inquinamento pesante. È così da quasi 50 anni, cioè dall’avvio del Piano di rinascita del 1962, con la legge che finanziò l’apertura dei primi poli petrolchimici di Sarroch e di Porto Torres. Un piano che ha punteggiato l’isola di insediamenti industriali, quasi tutti trasformati dal tempo in città fantasma.

A denunciare da anni il grave pericolo costituito dai fanghi rossi di Portovesme è il leader ambientalista Angelo Cremone, consigliere provinciale e comunale a Portoscuso, la cittadina da cui dipende amministrativamente la località di Portovesme. «Ma soltanto nel 2009 un giudice mi ha dato ragione» nota. È accaduto il 29 settembre 2009, quando l’Eurallumina, fabbrica acquisita l’anno prima dai russi del colosso Rusal, aveva già cessato le sue produzioni: quel giorno i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno dato esecuzione al decreto di sequestro del nuovo e del vecchio bacino (124 e 50 ettari) di stoccaggio dei fanghi rossi e della vicina area sulla quale insiste la sala pompe della centrale Enel. Il reato ipotizzato è il disastro ambientale doloso con inquinamento delle acque di falda, «cagionato dal bacino dei fanghi rossi».

La causa del sequestro? Per colpa della rottura di una tubatura, che collega la sala pompe della centrale elettrica al vicino stabilimento dell’Eurallumina, nel marzo 2009 si era scoperta una «rilevante fuoriuscita delle acque di falda», che si sono riversate sulla strada che separa i due stabilimenti. Le analisi avevano rilevato la presenza di fluoruri, boro, manganese e arsenico, in percentuali che oltrepassano i limiti consentiti dalle normative.

Ma questo è solo il coperchio di una gigantesca pentola di veleni, che a 25 metri di profondità è piena di una poltiglia che giorno dopo giorno s’insinua nelle falde acquifere del Sulcis e finisce in mare: non lontano dalla rotta dei tonni, che vanno a morire nelle vicine tonnare di Sant’Antioco e di Carloforte. Come se non bastasse, nella stessa operazione i carabinieri sono convinti di avere portato alla luce un traffico illecito di rifiuti speciali e pericolosi, costituiti dalle acque di falda contaminate che, dopo vari passaggi, confluivano nel bacino di stoccaggio della Eurallumina. Una distesa di 120 ettari, compresa tra fragili argini di terra compressa, dove per decenni sono stati scaricati i residui di lavorazione della bauxite.

Ora la patata bollente è finita tra le mani del ministero dell’Ambiente, che il giudice ha nominato custode giudiziale del sito. Roma ha appena finanziato l’appalto per nuove indagini sul bacino, commissionate dal Comune di Portoscuso. «Saranno eseguite indagini geotecniche nel sito, attualmente sequestrato da parte della magistratura e, ovviamente, bloccato dal fermo della raffineria di allumina» dice il sindaco Adriano Puddu. L’amministratore invita a non esagerare con l’allarmismo: «Dobbiamo aspettare i risultati delle analisi» dice «prima di decidere il da farsi. Siamo contro le esagerazioni, ma consci del fatto che in caso di disastro è a rischio la frazione di Paringianu, dove abitano circa 900 persone».

Nell’area di Sa Foxi, vicina a Portovesme, si dovranno eseguire studi geotecnici, sondando il bacino in profondità.  Cremone, l’ambientalista che dell’impegno per questa battaglia ha fatto una ragione di vita, sostiene che nelle grandi vasche l’altezza dei liquidi velenosi dai precedenti 36 metri è scesa a 25: questo può significare «che il bacino ormai ha sfondato nel sottosuolo, con tutte le disastrose conseguenze del caso».

I fanghi rossi sono rifiuti pericolosi: il loro smaltimento o utilizzo è ancora a livello di sperimentazione e non esistono forme di trattamento definitivo. Queste scorie, risultato della lavorazione della bauxite finalizzata alla produzione di alluminio, sono classificate come rifiuti industriali residuali da un processo industriale e il detentore deve disfarsene avviandoli allo smaltimento o al recupero.

Mentre si cerca di valutare i danni ambientali, forse irreversibili, i 500 operai dell’Eurallumina continuano a protestare: loro vorrebbero che lo stabilimento riaprisse, pur in condizioni precarie dal punto di vista della sicurezza. Una prospettiva decisamente improbabile. Anche perché i russi della Rusal, al tavolo governativo, hanno appena chiarito che le prospettive del mercato internazionale non promettono nulla di buono. E che, in assenza di certezze sull’autorizzazione a usare ancora i bacini di stoccaggio, la produzione non potrà riprendere.

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