

di Stefano Zecchi
Ci chiediamo il perché di un gesto violento, e quando siamo in grado di darci una risposta ragionevole ci sentiamo rassicurati. Trovata la causa, si può correre ai ripari: come con una malattia. E, proprio come una malattia, prendiamo in considerazione dall’alto della nostra razionalità la violenza. L’organismo sociale avrà pure i suoi difetti – così ci consoliamo – ma comunque risponde alle esigenze della convivenza civile, e quando qualcosa non funziona a dovere abbiamo sempre trovato gli strumenti adatti per riparare l’organismo.
È un modo di pensare che appartiene all’eredità della nostra cultura illuminista, attenta a riservare alla riflessione razionale il primato nella guida dell’uomo sulla strada dell’emancipazione personale all’interno del contesto civile. In questi tempi, gli episodi di violenza quotidiana sono all’ordine del giorno, e senza troppo impegno e grande fantasia pensiamo sempre di individuare una valida risposta alle cause. L’insicurezza sociale, provocata dall’instabilità economica, il flusso migratorio che ci porta in casa gente non abituata ai nostri modelli di vita, sono generalmente i motivi più evocati per dare una spiegazione a episodi di violenza.
Motivi indubbiamente validi ma fragili, perché da questo quadro, in cui ci facciamo rientrare il nostro illuminismo, l’immigrazione, le incertezze sul futuro e tutte le paure legate all’instabilità economica, non rientra l’immotivato, cioè quella zona grigia della brutalità di cui non siamo in grado di cogliere le cause e quindi di comprenderla. Scacco matto alla ragione.
Guardiamo attoniti gli episodi di violenza, proviamo a interrogarci e sempre più sbalorditi ci accorgiamo di non trovare alcun perché. Una donna filippina che cammina per strada viene massacrata, il tassista milanese è ridotto in fin di vita perché chiede scusa ai padroni se ha travolto il cane che improvvisamente gli attraversa la strada, una ragazza romena pestata a sangue a una fermata della metropolitana di Roma e altri gesti efferati che ora mi sfuggono, che drammaticamente mi sfuggono: il pericolo più grande è assuefarsi, considerare questi episodi come normale cronaca quotidiana, dimenticare quello che è successo ieri perché oggi c’è già un nuovo fatto di violenza non meno brutale di quello del giorno prima.
Dobbiamo scandalizzarci, provare disgusto verso questa barbarie, accettare di essere considerati dei moralisti che non sanno come gira il mondo da chi pensa di essere così intelligente da conoscerlo bene. Finché proveremo e manifesteremo la nostra indignazione non risolveremo certo alcun problema, ma neppure lasceremo che quegli episodi di violenza diventino normali vicende di vita quotidiana. E forse, anche, riusciremo a darci qualche risposta.
In queste storie barbare c’è un denominatore comune: l’oggetto dell’aggressione. Ciò che viene aggredito è la pura e semplice fisicità dell’altro: non la sua identità culturale, etnica, religiosa, ma soltanto il suo corpo. Viene, cioè, negata l’evidenza più elementare, quella che ci dice che vivere significa stare insieme agli altri. Ma è da sottolineare, ancora una volta, che «altri» significa esseri fisici, corpi, non persone, con proprie idee, valori, storie. Quella violenza brutale nega l’altro nel suo semplice esserci, una negazione che non ha alcun fondamento culturale: per esempio, massacro il marocchino perché è un musulmano e io odio i musulmani. Non si tratta di questo, ma di un elementare annientamento fisico. Siamo arrivati al punto che su qualunque razionalità, sia pure perversa come quella che fa odiare il marocchino per la sua religione, prevale l’istinto. E quando in una comunità la ragione viene prevaricata dall’istinto si sgretola il tessuto connettivo che tiene insieme le persone. Si oltrepassa il principio elementare della convivenza, cioè l’accettazione della presenza dell’altro. Fin tanto che il rifiuto di questa accettazione si basa su motivazioni razionali, c’è la possibilità di intervenire «ideologicamente», evocando la tolleranza, il rispetto delle differenze, l’ospitalità, insomma i buoni principi della ragione illuminista. Ma quando questi principi sono inutilizzabili perché completamente fuori luogo, cosa ci resta da fare?
Dicevo che l’atteggiamento corretto è quello di non abituarsi alla brutalità, di non dimenticare, così diventa più facile ammettere qualche errore di superbia della nostra razionalità illuminista.
La forza cieca, immotivata, di un istinto che porta al gesto barbaro oltre ogni limite comprensibile non può essere fronteggiata da una occasionale giustificazione razionale che si affida a motivazioni sociologiche ed economiche. Sono convinto che si debba sempre, in ogni circostanza, cercare il fondamento del problema.
E allora ci si accorgerà che il fondamento del nostro problema è più semplice di quanto si possa immaginare. Poniamoci soltanto questa domanda: quando l’istinto prevale sulla ragione? Quando manca quell’educazione sentimentale a cui la ragione deve fare affidamento per orientare l’uomo sulla strada della vita. Educare i desideri, le speranze, le angosce, le paure, l’amore e l’odio, la passione e il dolore. A chi lasciamo quest’educazione? Al caso, all’amico di strada, alla televisione, al cinema, alla discoteca, alla droga? Una bella anarchia da cui non esce nessuna educazione sentimentale ma il caos dei sentimenti e la paura per i propri sentimenti.
L’educazione è innanzitutto compito del padre, poi della madre. La scuola, a sua volta, è chiamata a dare lo spessore culturale ai sentimenti di ogni singola persona. Non ci sono scorciatoie.
- Martedì 19 Ottobre 2010
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Commenti
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Il 19 Ottobre 2010 alle 15:23 gratis ha scritto:
Dedica alla redazione:
http://www.youtube.com/watch?v.....w3BrtWfMAY
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