

Uno degli articoli, pubblicato il 21 ottobre su Repubblica.it nella sezione di Bari, sul caso di Avetrano
Se in Italia gli inquirenti rispettassero sul serio il segreto istruttorio (ora segreto investigativo) e se ci fosse una legge severa che punisca chi lo viola e chi pubblica di conseguenza indiscrezioni durante lo svolgimento delle indagini, come per esempio avviene in Gran Bretagna, probabilmente non assisteremmo al can can mediatico sul caso dell’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi.
Non ci sarebbe alcun colpo di scena, tanto meno l’orco di turno da sbattere in prima pagina. Gli inquirenti, forze dell’ordine e magistrati, indagherebbero a 360 gradi senza stare di continuo sotto il riflettore dei media, cercando di capire e di ricomporre un puzzle che sembra di difficile soluzione. E se ancora non si è aperto un processo in aula, sulle prime pagine dei giornali si è già scritto di tutto e anche di più. E il processo così è diventato mediatico.
Prendiamo il caso di Michele Misseri, lo zio di Sarah: secondo le ultime indiscrezioni, le quali - come ci ricorda su Panorama.it Claudia Daconto - non provengono dagli avvocati dei familiari indagati, ma dagli inquirenti, Michele non avrebbe ucciso e poi violentato la ragazza. Lo zio avrebbe partecipato solo all’occultamento del cadavere della nipote, mentre a uccidere la quindicenne sarebbe stata la cugina, da sola. Lo dimostrerebbe il referto del medico legale: la forza impressa nello stringere la corda attorno al collo della povera Sarah potrebbe essere stata quella di una donna, purché non esile.
Una vicenda con continui colpi di scena, dopo sei versioni dei fatti rese da Misseri a cui si aggiungono le altre delle persone coinvolte nella vicenda, mentre la figlia Sabrina dal carcere continua a professarsi innocente. Lo dimostrano tre titoli (tra i tanti): “Ho violentato Sarah dopo averla uccisa” (Corriere), articolo costruito sulle indiscrezioni dell’interrogatorio a Michele Misseri; Il medico legale e i suoi sospetti: “Può avere ucciso lei” (Corriere.it), articolo che si basa su un’intervista al medico legale dopo il fermo della figlia di Misseri; “Sabrina come la Franzoni” (Repubblica.it), articolo che riporta un’indiscrezione del pm a proposito dell’ipotesi di un movente familiare.
Non è difficile intuirie come il caso appaia più ingarbugliato di quello che sia. Ma è normale che sia così durante le indagini, perché appunto i pm cercano di arrivare a un capo di imputazione, ricostruendo uno scenario che cambia di giorno in giorno: Michele prima era un orco, ora sembra che non lo sia più, domani chissà.
Il caso ricorda quanto avvenuto a proposito dell’omicidio della britannica Meredith Kercher a Perugia. Allora l’uso disinvolto di indiscrezioni da ambienti giudiziari della stampa italiana indignarono i colleghi inglesi. Un autorevole editorialista come Magnus Linklater del Times tre anni fa si scagliò contro le ricostruzioni apparse sui quotidiani italiani dove “fatti e speculazioni si intrecciano liberamente”, chiedendosi quanti dei sospetti nel caso di Perugia potessero “aspettarsi un giusto processo”, perché “un processo sui media non è il miglior modo per garantire che la giustizia sia fatta” (e chi si ricorda, poi, di Patrick Lumumba, accusato ingiustamente di aver partecipato al delitto? Passò 14 giorni in carcere e finì su tutti i giornali: era innocente e ha ricevuto appena 8 mila euro come risarcimento).
Tornando al caso di Avetrana, molti dei particolari di questa vicenda (il referto del medico, le parole di Misseri nei suoi interrogatori, il contenuto delle intercettazioni ambientali, l’indiscrezione secondo cui Misseri probabilmente all’ora dell’omicidio dormisse, il referto medico) se fossimo in Gran Bretagna probabilmente non li avremmo letti durante lo svolgimento delle indagini così come è accaduto in Italia, ma solo durante il processo.
Lì, infatti, c’è un reato che si chiama Contempt of Court: il giornalista, spiega la Bbc nel suo sito, che magari allude alla colpevolezza di una persona indagata, prima del verdetto della giuria, rischia il carcere. Per questo i cronisti al di là della Manica sono molto cauti sulle questioni giudiziarie.
Ma il sistema giudiziario anglosassone, si potrà contestare, è diverso e si basa sulle giurie popolari: pubblicare articoli tendenziosi potrebbe turbare l’imparzialità di chi deve esprimere un verdetto. Da noi decidono i giudici, magistrati esperti in materia e abituati ai polveroni sui giornali. Ma i processi sui media hanno effetti come questi: Cosima, la madre di Sabrina, pure lei interrogata, uscita dal commissariato è stata accolta da una folla che le ha gridato contro “assassina”. Il popolo, guardando la tv e forse leggendo anche i giornali, aveva già espresso il suo verdetto. Il giudice ancora non lo ha fatto.
- Giovedì 21 Ottobre 2010
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Commenti
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Il 8 Dicembre 2010 alle 0:35 Circolo Luce Del Sud » Il caso Yara, la giustizia e il pericolo dell’odio per gli stranieri ha scritto:
[...] lettori o degli spettatori. E, quindi, il marocchino fermato e i due italiani indagati, così come Michele e la figlia Sabrina ad Avetrana, sono (e non “potrebbero essere”) gli autori di due efferati delitti; così come [...]
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