Il soldato Cornacchia: non chiamatemi eroe


Luca Cornacchia: non chiamatemi eroe. Se lo fossi avrei salvato i miei quattro compagni

«Prima della missione avevo fatto loro una promessa: il vostro capomacchina vi riporterà a casetta sani e salvi. Invece loro sono morti tutti e io sono vivo. La promessa non sono riuscito a mantenerla». Panorama incontra il caporalmaggiore scelto Luca Cornacchia, 31 anni, quando è ancora ricoverato nell’ospedale spagnolo a Herat. Schiacciamento di una vertebra lombare, lesioni al fegato, alla milza, ai polmoni, ferite da piccole schegge alle gambe. Ma, tutto sommato, sta bene. Era sul Lince che è saltato in aria il 9 ottobre in Afghanistan mentre scortava insieme ai suoi commilitoni del 7° reggimento alpini una lunga teoria di camion. I suoi compagni sono morti tutti: Gianmarco Manca era il conduttore, Sebastiano Ville il mitragliere in torretta, Marco Pedone e Francesco Vannozzi i due fucilieri.

Luca era davanti a destra ed era il capomacchina. Si racconta per la prima volta, dopo che per qualche giorno ha allontanato la scena dell’esplosione e non ha mai voluto affrontare tutto ciò che si è dissolto in quell’attimo maledetto. Lo segue Antonella Tucciarone, una psicologa dell’Esercito. È andata a prenderlo in elicottero nell’ospedale americano dove era stato portato subito dopo il botto e ora cerca di seguirne i silenzi, le crisi, ma anche il bisogno di affrontare la realtà.

«Sono un miracolato» dice Cornacchia. «Ogni volta, prima di partire in missione, tiravo fuori dal portafoglio il santino di Padre Pio e la foto di mio figlio Alessandro e li mettevo sul cruscotto. Di Padre Pio non lo so, ma certo Alessandro mi ha tenuto in vita, è stato lui a dirmi: “Papà, tu non devi morire perché devi vedermi crescere”. Però, essere sopravvissuto da una parte mi fa stare male».

Che è successo esattamente?
Era un normale servizio di scorta a una lunga colonna di camion. Durava già da un paio di giorni. C’erano tensioni, ma
niente di speciale. Noi eravamo il primo mezzo della parte centrale della colonna.

Avevate inserito il jammer, il dispositivo che inibisce le radiofrequenze e quindi gli attentati col telecomando?
Sì, come sempre. Non so come l’abbiano fatto esplodere, forse era un ordigno con un piatto di pressione, come se fosse una grande mina.

Come procedeva la marcia?
Benissimo, eravamo tranquilli. Noi eravamo una squadra molto allegra, sempre pronti alle battute, molto affiatati. Certamente non abbiamo sottovalutato nulla, ma contro una bomba così c’è poco da fare.

Cosa ricorda dopo il colpo?
Il Lince si è ribaltato su un fianco e si è scoperchiato. Io potevo vedere solo il conduttore, che era Manca. Lui sopra di me. Non capivo bene. Lo guardavo e lo vedevo respirare, parlava, ma non so cosa mi dicesse: era come se avessi un sonno pazzesco. Le cinture ci trattenevano ai sedili. La mia gamba era incastrata sotto le lamiere. Non sentivo troppo dolore, solo una terribile stanchezza . Dei tre compagni dietro non sapevo, non immaginavo, non potevo vederli.  Dopo un po’ sono arrivati gli altri Lince e mi hanno tirato fuori. Sentivo le raffiche e ho anche preso il fucile in mano, ma non ero in grado di sparare. Poi ricordo una ambulanza o un elicottero e poi devo essere svenuto.

Ha saputo subito dei suoi quattro amici?
No. Me l’hanno detto quando sono arrivato a Herat, dopo cinque giorni. Di là c’era la camera ardente dei ragazzi e di qua c’ero io. È stato un altro colpo. Ma subito non ho reagito.

Quando ha cominciato?
Di giorno cerco di allontanare tutto, provo a sorridere con i tanti che mi vengono a trovare, i miei compaesani abruzzesi, gli altri alpini, gli spagnoli. Ma la sera, quando si spengono le luci e cala il silenzio, ecco che arrivano. Gianmarco, Francesco, Sebastiano e Marco: tutti qui, intorno al mio letto. Sorridono, non sono arrabbiati. Chiudo gli occhi e li vedo: c’è Vannozzi che è pisano e mi parla male dei livornesi; c’è Pedone che ripete come una cantilena «San Cimino, San Cimino» che è un suo intercalare; c’è Ville che era tanto innamorato. Per prenderlo in giro lo chiamavamo Roshan, che è l’operatore di telefonia mobile afghana, perché spendeva tutti i soldi della missione per stare al telefono con la ragazza. E poi arriva sempre Manca, il mio amico, il driver preferito con cui abbiamo fatto altre due missioni: a Kabul nel 2006 e a Farah nel 2009.

Sono allegri, nei suoi sogni?
Sorridono sempre. Altre volte me l’immagino lassù, non so dove, e mi sembra strano non esserci. Li vedo e vorrei urlare: ragazzi, aspettatemi, ci sono anch’io. L’avventura era iniziata insieme, insieme doveva finire.

Si sente in colpa?
Avevo fatto una promessa. Tra noi ci chiamavamo sempre «cucciolo». Quando vedevo uno di noi un po’ nervoso o un po’ spaventato, mi avvicinavo e gli colpivo il pugno destro col mio, sa come fanno i rapper americani? Invece del cinque, ci davamo il pugno e io gli dicevo: «Cucciolè, tranquillo, ti ci riporto io a casa ». E invece non ce l’ho fatta.

Il capomacchina è sempre responsabile?
Sì. Perché di solito è quello che ha più esperienza. Si parla, si discute, ma poi scelgo io. Eravamo cinque fratelli. Adesso sono quattro angeli. Ha presente la canzone di Vasco Rossi, Gli angeli? Dice: «Quando ormai si vola, non si può cadere più». Mi sarebbe piaciuto farglieli conoscere e fare questa intervista tutti insieme, magari davanti a una pizza di Ciano (il bar della base di Herat, ndr). E vorrei che nessuno mi chiamasse mai «eroe».

Perché?
Perché se ero un eroe voleva dire che li avevo salvati. E se li avevo salvati, ora staremmo a festeggiare con una birra.

Ora tornerà a Roma, dalla sua famiglia. Che cosa farà?
Mi godrò mia moglie Monica e mio figlio Alessandro, ma vorrei chiedere al mio comandante la possibilità di andare presto a trovare le famiglie dei miei compagni. Se non mi darà il permesso, andrò in licenza, ma io devo incontrare e abbracciare i genitori, i fratelli, gli amici di questi quattro angeli. Devo vedere le loro tombe, le case, le stanze. Devo vedere i visi di tutti quelli di cui mi parlavano e di cui mi ero fatto un’idea.

Il rientro in servizio?
Certo, la botta è stata grande. Ne parlerò con mia moglie, ma è il mio lavoro e quindi, se serve, sono pronto a tornare laggiù.

Pensava mai a questa eventualità?
Tutte le volte che un soldato muore ci pensi. Impari ad avere paura, e a gestirla. E se sei un ragazzo positivo e pieno di gioia di vivere, come lo è nel 99 per cento dei casi chi viene in Afghanistan, pensi che a te non capiterà mai.

Se trovasse il talebano che ha fatto saltare la bomba?
Quella parola che lei vorrebbe sentire non la dico, perché sono un ragazzo tranquillo, che non ama la violenza né la vendetta. Ma, se lo trovo, stia pur certo che da quella sabbia non si rialza: ha rubato qualcosa di sacro. E non lo perdonerò mai.

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