
Una foto d'archivio datata 1 febbraio 1999 di Giovanni Senzani al suo primo giorno di lavoro presso una casa editrice a Firenze
Quella di Roberta Peci è una lettera dura, commovente, sprezzante. Una lettera che non fa sconti a Giovanni Senzani, l’ex ideologo delle Br appena tornato in libertà dopo 23 anni di carcere. Fu lui, quattro mesi prima che lei nascesse, a condannare a morte suo padre, Roberto Peci, il militante brigatista la cui unica colpa era quella di essere fratello di Patrizio, il primo storico «pentito» dell’organizzazione terroristica. Era il 3 agosto 1981. Ora il professor Senzani, dopo aver interamente scontato la pena senza essersi pentito né dissociato, torna in libertà. Vive a Firenze con la moglie e lavora come consulente editoriale: «Sono stato in galera 23 anni, ho riconosciuto i miei errori davanti al tribunale di sorveglianza (nel 1999 ha ottenuto la semilibertà beneficiando della legge Gozzini ndr). Ora sono un uomo libero. La politica del resto l’ho abbandonata da un pezzo. Ma non le mie idee di sinistra», ha dichiarato. Una dichiarazione sulla quale è durissima la reazione del giornalista Giampaolo Pansa, intervistato da Il Fatto. «Da uno che ha commesso degli omicidi, guidato un’organizzazione terroristica come le Br ed è stato autore di sequestri, sentirsi dire mi ritengo ancora di sinistra è un fatto possibile solamente in Italia», dice chiedendo ai leader del Pd di aprire una riflessione: «Se fossi uno dei leader dei partiti della sinistra italiana, se anche non volessi arrivare a querelare Senzani, mi spaventerei per quelle parole».
La lettera aperta di Roberta Peci
Mi chiamo Roberta Peci e sono nata soltanto qualche mese dopo, nel dicembre del 1981.
Per uno strano gioco del destino l’unica possibilità che ho avuto di sentire la voce del padre che non ho mai conosciuto è stata proprio grazie ai video del signor Senzani, quello in cui lo accusa di essere stato un brigatista e di aver tradito un movimento in cui come tanti allora, forse aveva sperato senza aver il tempo di rimanerne deluso.
Roberto Peci fu tenuto segregato 53 giorni in una tenda, non gli permisero mai nè di cambiarsi nè di radersi (se non nel giorno dell’esecuzione, per alimentare chissà quali speranze) al fine di costringerlo a dire davanti alla telecamera la verità che avevano scritto per lui.
Vale la pena ricordare quei fatti. Patrizio Peci, il fratello di mio padre, si penti nel febbraio del 1980. Grazie alle sue rivelazioni finirono in carcere tantissime persone. Fu la fine delle Br, sia politicamente che militarmente. Uno dei capi, aveva ammesso che stavano sbagliando e si aprì una voragine. In molti seguirono il suo esempio.
Quando Senzani diventa il capo delle Br “Fronte delle carceri”, le Brigate rosse sono allo sbando e reagiscono come un lupo all’angolo colpendo senza criterio, seguendo più la logica della ritorsione che del movimento rivoluzionario.
Sono divise e confuse. Quelle di Senzani decidono di colpire Peci, ma ormai son quattro gatti e non riuscirebbero mai ad entrare nel carcere dove si trova Patrizio, quello che da quel momento per tutti è diventato l’Infame.
Allora si ricordano di Roberto, mio padre. Un ragazzo finito in carcere per aver aiutato il fratello in qualche azione e che in quel momento stava pensando a sua moglie incinta.
Un commando di 5 persone arriva a San Benedetto del Tronto, munito di mitra e pistole (Roberto non ha scorta nè ha mai maneggiato un’arma) e lo sequestrano.
Poi forse si accorgono che Roberto non è come il fratello, ma ormai è troppo tardi e gli cuciono addosso la verità di cui hanno bisogno.
Roberto è il grande traditore, la causa della loro sconfitta. Nessuno ci crederebbe, quindi al Senzani venne in mente di filmare una confessione.
Col miraggio di poter tornare a casa, mio padre che mai avrebbe pensato che le Br avrebbero potuto comportarsi come la mafia, accetta convinto che presto avrebbe riabbracciato sua moglie.
Senzani usa le sue parole per condannarlo a morte. Forse però anche lui ha dei dubbi e chiede pubblicamente l’appoggio dei comitati di fabbrica e degli altri compagni in carcere.
Nonostante nessuno appoggi la sua decisione, lui andò avanti lo stesso.
Nello stesso periodo Senzani teneva prigioniero anche Ciro Cirillo, un esponente della Democrazia Cristiana. I servizi segreti entrarono in contatto con lui e si accordarono per un riscatto, che l’irriducibile professore accettò di buon grado.
Per arrivare a questo, i nostri 007 si servirono dei contatti che aveva il camorrista Raffaele Cutolo, il quale si offrì pure per la liberazione di mio padre. Gli venne risposto che Roberto Peci non interessava. Un mistero dopo l’altro. Perchè?
Il professor Bazooka, come lo chiamavano i suoi compagni durante la militanza, non si è mai pentito o dissociato ma nonostante la condanna all’ergastolo ha saldato il suo conto con la giustizia dopo 23 anni.
Qualche anno fa disse di essere dispiaciuto per le sofferenze che aveva inflitto alle sue vittime e che se avesse avuto i soldi per pagare li avrebbe dispensati volentieri.
Un discorso abbastanza borghese per uno che aveva ucciso in nome della giustizia del popolo.
Io mi chiedo, esiste un prezzo per un padre?
Ma la coerenza di certi atti forse sta soltanto nella follia che li ha ispirati.
Se veramente il Senzani fosse animato dalla voglia di espiare, una qualcosa potrebbe farla. Potrebbe incontrarmi, in privato, lontano dalle telecamere o dai giornalisti.
Sono cresciuta sentendo addosso il peso dell’essere la figlia del terrorista. Ho visto il cadavere di mio padre con sopra il cartello “Morte ai traditori”.
A lui che si proclama uomo cambiato, rinato, faccio un invito, quello di incontrarmi e parlare, non per conoscere dettagli inediti della vicenda di Roberto, ma per avere risposta ad un enorme quesito.
Qualche anno fa, il sindaco della città dove vivo, dopo l’uscita de “l’Infame e suo fratello” un film documentario su questa storia disse alla stampa che avrebbe voluto dedicare una via a mio padre. La piccola via a pochi passi dal mare dove Senzani ed altri lo sequestrano, attirandolo in una trappola.
Tutto si è fermato tra la perplessità della gente che ancora mi chiama la figlia del terrorista.
Io voglio che lei parli con me. Nessuno può cancellarle il peso dei suoi errori, ma se davvero lei è un uomo nuovo deve aiutarmi a capire il perché lei 3 agosto del 1981, ha deciso di privarmi di mio padre
- Martedì 26 Ottobre 2010
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Commenti
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Il 26 Ottobre 2010 alle 13:11 catod ha scritto:
Che tristezza, vergogna e ingiustizia.
Accecato dall’odio, ma forse non solo, ha ucciso e fatto uccidere indisciminatamente persone innocenti. Non si è pentito, condannato all’ergastolo ha scontato solo 23 anni dei quali solo 12 effettivi poichè dal 1999 usciva regolarmente a “lavorare”. Ma questo riprovevole individuo non sa nenache che cosa voglia dire lavorare! Vergogna!
Il 26 Ottobre 2010 alle 14:49 cantastorione ha scritto:
Solo in Italia, Paese ancora fortemente dominato dall’ideologia comunista, un bandito, della peggior schiatta, poteva cavarsela con una pena assolutamente inadeguata ed irrisoria….
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