
di Giovanni Fasanella
Sergio Chiamparino e il sogno di una sinistra di governo con un leader credibile. Sì, in questa intervista a Panorama, il sindaco di Torino muove all’attacco di Pier Luigi Bersani, attuale segretario del Pd, e si candida alle prossime elezioni primarie contro Nichi Vendola.
Sindaco, ora che ha visto Bersani all’opera, che giudizio ne dà?
Trasmette valori positivi. Ma questo non basta per accreditarsi come alternativa di governo.
E che cos’altro occorrerebbe?
Una nitidezza politico-programmatica e una leadership che la rappresenti.
Dunque lo ritiene inadeguato?
Il Pd non mi sembra ancora un’alternativa di governo.
Pensa che dipenda solo dalla persona?
Non è solo un problema personale. In tre anni il Pd ha perso e in modo sempre più pesante con tre segretari diversi. Il buon senso ci imporrebbe di cercare una spiegazione. Evidentemente occorre qualcosa di più di un volto nuovo.
E che cosa ci vorrebbe, secondo lei?
Dovremmo riscoprire le ragioni originarie del Pd. Il partito è nato per essere il nucleo centrale di una sinistra di governo anche se quello italiano non è un quadro bipartitico.
Al di là della persona Bersani, che cosa impedisce al Pd di essere quello che lei vorrebbe che fosse?
È un po’ come se avessimo introiettato la logica della vecchia Unione, si media continuamente sulle parole e sulle virgole per evitare fratture, e non si riesce a esprimere una posizione chiara su nulla. Forse c’è un difetto d’origine: il verticismo che ha caratterizzato la nascita del Pd. C’è stato un momento magico subito dopo il Lingotto, quando con Walter Veltroni il Pd suscitò aspettative e speranze, perché aveva parlato non solo al partito, ma ai partiti e alla società. Poi però è prevalsa la logica dei caminetti, delle mediazioni estenuanti. Il leader del Pd dovrà essere un uomo capace di portarci fuori da questo pantano.
Lei ha parlato di mancanza di chiarezza programmatica. Possibile che non ci sia un tema su cui si sappia con chiarezza che cosa vuole il Partito democratico?
Forse il fisco, che è uno dei tre scandali nazionali, visto che si parla di 125 miliardi di evasione. Su questo punto abbiamo un’idea abbastanza chiara: spostare il carico fiscale da chi investe per produrre ricchezza e occupazione e dai lavoratori dipendenti a chi patrimonializza.
E gli altri due scandali nazionali quali sarebbero?
Il nostro è il paese con la più bassa produttività e i più bassi salari d’Europa. E anche quello con il più alto tasso di lavoro precario.
La sua ricetta?
Occorrono scelte radicali per creare più ricchezza, più occupazione e avere salari più alti e maggiori garanzie del posto di lavoro.
Lei ha partecipato al corteo della Fiom del 16 ottobre a Roma?
No, anche se è giusto ascoltare e capire tutte le piazze. Però non condivido: a Roma non c’era solo lo specifico sindacale Fiom, c’era un insieme di «no tutto». Il Pd avrebbe dovuto dire prima qual era la propria posizione. Invece, come al solito, ha rincorso. Perché si tenta sempre di tenere insieme tutto. Così uno va alla manifestazione della Cisl, l’altro a quella della Fiom… Ma il partito?
Lei, se fosse stato il leader del Pd, che cosa avrebbe detto ai manifestanti della Fiom?
Facciamo come in Germania, dove c’è un sistema di relazioni sindacali che consente una produttività tripla e salari doppi di quelli italiani. Si trovi un modo che consenta ai sindacati di partecipare ai consigli di amministrazione delle aziende, oppure ai dividendi, comunque una qualche forma di concertazione, di cogestione, in cui imprenditori e lavoratori si sentano reciprocamente responsabili.
E sull’assenteismo lei che opinione ha?
Entro certi limiti è fisiologico. Ma se degenera in una patologia, allora il sindacato deve responsabilizzarsi per tornare alla fisiologia.
Fra i temi caldi dell’agenda politica c’è anche la giustizia. Come giudica la posizione del suo parito?
Dovremmo innanzitutto fare autocritica seria, perché non siamo riusciti a risolvere quel gigantesco problema che è il conflitto di interessi, che nessuna democrazia liberale ha. Condiziona il dibattito sulla giustizia, perché ogni volta che si parla di riforma sembra che lo si faccia esclusivamente nell’interesse di qualcuno, e quindi non si muove nulla. Mentre la giustizia è un problema che esiste a prescindere da Silvio Berlusconi, e va affrontato.
E lei da dove comincerebbe?
Dai tempi del processo, anzitutto: troppo lunghi. Un mio amico imprenditore mi ha raccontato di avere acquistato un’area nei Paesi Bassi per un investimento. Siccome non gliela cedevano, ha fatto ricorso e in 21 giorni (dico: 21 giorni) ha avuto giustizia e un rimborso di 10 milioni di euro. Da noi quanto tempo pensa che passerebbe? Poi la struttura del processo: troppi gradi di giudizio, che contribuiscono ad allungare i tempi. E la funzionalità del lavoro delle procure: non soddisfa, per scarsità di mezzi, ma anche per una pessima organizzazione. Il Pd ha delle idee. Ma non sono percepite chiaramente dall’opinione pubblica.
Federalismo?
Stesso discorso. Non è che non abbiamo proposte. Ma ancora una volta appariamo a rimorchio, più che trainanti. Ma se vai al bar sport a prendere un caffè, su federalismo, immigrazione, sicurezza è difficile che trovi uno che associ immediatamente una di queste tre parole chiave al Pd. La gente normale non ci capisce. E passa l’idea che il Pd vuole solo mantenere le cose come stanno.
Viene cioè percepito come un partito conservatore?
Sì, questa è l’idea che si ha di noi. E non riusciamo a liberarcene. Non riusciamo a spiegare che ci sono settori dove quello che c’è va bene; ma ce ne sono altri, e tanti, dove bisogna cambiare radicalmente.
Bersani le direbbe, appunto, «ma abbiamo presentato una proposta».
D’accordo, ma non basta. Quello che conta non è avere i cassetti dei gruppi parlamentari pieni di proposte, ma che queste siano percepite come messaggi programmatici capaci di rendere il Pd credibile come forza di governo. Sa cosa pensano di noi, sempre in quel bar sport, per esempio sull’immigrazione? Che siamo lassisti.
Ma allora, se i cassetti sono pieni di proposte e la gente non vi capisce, che cos’è che non funziona? Non dirà anche lei che «non siamo capaci di comunicare»?
No, non è un problema di comunicazione, ma di cultura politica. Lo stesso problema che, all’epoca dei governi conservatori di Margaret Thatcher, aveva il Labour inglese. Era guidato dalla sua componente di sinistra, con una cultura minoritaria e perdente. Poi, a furia di sconfitte, fu costretto a trovare un Tony Blair capace di parlare all’insieme della società.
E come si arriva a un Tony Blair italiano?
Intanto, riaprendo il confronto interno ed esterno attraverso elezioni primarie in cui competano progetti politici e leadership.
Lei è pentito di non essersi candidato a suo tempo?
No, perché avevo ancora il mio lavoro da fare al Comune di Torino. Se oggi i sondaggi dicono che la nostra amministrazione ha un gradimento intorno al 70 per cento, è perché sono rimasto al mio posto e i cittadini non si sono sentiti abbandonati.
Non è un caso allora se, dopo Veltroni, Roma è governata da un sindaco della destra?
Non lo so. Quello che mi sento di dire è che Torino sarà con ogni probabilità amministrata di nuovo dalla sinistra perché i cittadini non si sono sentiti abbandonati.
Le primarie, diceva…
Primarie vere e aperte. Il problema non è cambiare Bersani. Occorre introdurre un meccanismo che consenta a tutti, e sul serio, di competere con i rispettivi progetti politico-programmatici. Finora la competizione è stata tutta interna al Pd e mai su base programmatica.
Lei ha accennato anche ad «apertura esterna» delle primarie.
Certo, apertura a Nichi Vendola, per esempio. E a tutti coloro che si riconoscono nell’obiettivo di costruire un partito della sinistra di governo.
Dice sinistra, non centrosinistra. Perché?
Perché dobbiamo una volta per tutte costruire un partito della sinistra che abbia una propria capacità di governo, che venga identificato come partito credibile come tale senza dover ricorrere sempre a una copertura da parte del centro.
Un partito autosufficiente anche dal punto di vista delle alleanze?
No, questo è un altro problema. Le alleanze si fanno, ma noi dobbiamo avere comunque una nostra identità di partito di sinistra credibile come forza di governo.
E con chi si fanno le alleanze?
Con Pier Ferdinando Casini, per esempio. Ma con una nostra anima.
Lei questa volta si candiderà alle primarie?
Se saranno davvero libere, tali cioè da consentire una competizione vera, certo che ci sarò. Anzi, ritengo doveroso esserci, perché penso di essere portatore di un’esperienza utile.
E un «papa straniero» ce lo vede?
Se saranno primarie aperte, mi sta benissimo anche un papa straniero, purché sia portatore di un progetto politico, non solo di visibilità personale. Le primarie non dovranno mica essere un concorso di bellezza.
Butto lì un nome: Luca Cordero di Montezemolo.
Perché no? A condizione che una sua eventuale candidatura non sia nella logica della chiamata: ci sono le salmerie, adesso chiamiamo il generale.
Un Pd di sinistra con una cultura di governo. Bisognerà dire qualche no…
La manifestazione della Fiom era un aggregato di gruppi e partitini (c’erano più bandiere di Rifondazione che della Fiom) che non connotano una sinistra di governo. Questo è un paletto: la sinistra che voglio io deve sapersi misurare con il problema del governo.
Si è parlato di un tandem Vendola-Chiamparino. Ritiene che Vendola possa rappresentare una sinistra di governo?
Vendola pensa che con quell’aggregato si possa governare l’Italia? Benissimo, confrontiamoci. Io ritengo
che ci voglia non dico l’opposto, ma quasi.
C’è anche per lei il rischio di una ripresa della violenza politica?
Il rischio c’è. La violenza non è solo di fatti ma anche di parole. E l’esperienza storica dimostra che può esserci una continuità tra parole e fatti. Occorre anzitutto condannare. Ma non basta: bisogna anche isolare le idee e gli atteggiamenti violenti. Questo, purtroppo, non viene sempre fatto.
- Martedì 26 Ottobre 2010

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Commenti
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Il 26 Ottobre 2010 alle 17:46 nhico ha scritto:
Per Lupo, segretario de Pd siciliano, nel panorama politico italiano e in quella stessa Isola “Ci sono fatti nuovi.” Anzi, nuovissimi. E giù il carico di briscola che fin’allora aveva tenuto celato all’intero mondo della politica: “Berlusconi è al tramonto. “ A questa che per ora è solamente una sua opinabile speranza, ci si sarebbe aspettato un serrate le fila all’interno del Pd. Una veloce riappacificazione fra le tantissime fazioni l’una contro l’altra armata. E una contemporanea richiesta di elezioni anticipate. Morta un’alleanza politica votata dai siciliani, ai siciliani si chiede di tornare alle urne, per decretare il nuovo governatore. Invece, non succede niente di tutto questo. E dalle ceneri di Palazzo d’Orleans nasce un fungo velenoso che dà la possibilità a Lombardo di varare il suo governo quater . Che Vendola, con il quale Lupo non disdegna il “confronto”, così commenta: “Si dice che c’è in campo un’operazione molto nuova, mi pare che il rischio sia di replicare il copione del trasformismo, del gattopardismo”. Peraltro, nel benedire questo trasformismo dal sapore gattopardiano, il segretario siciliano del Pd ha creato nuove altre lacerazioni al livello nazionale e locale. Se il suo obiettivo è davvero “Vincere con gli occhi aperti”, allora forse sarebbe meglio che Lupo si sforzasse il più possibile di tenere gli occhi spalancati, verrebbe da dire. Perché così facendo non può il suo partito che continuare a perdere voti. Eppure questo vecchio modo milazziano di procedere alla regione siciliana ha messo le ali ai piedi dei vari D’Alema, Fini, e Casini. Così un transfuga e due leader dell’opposizione con il sapore della sconfitta ancora sulle labbra tramano, forse convinti anche di potere avere l’assenso del Colle, per mandare a casa Berlusconi. Se questo è il Pd, è fino a prova contraria è questo, le speranze di Sergio Chiamparino resteranno deluse in eterno. Perché “un Tony Blair” può nascere solo dalla voglia di un reale cambiamento e dell’altrettanta voglia di conquistare il diritto a governare attraverso una democratica elezione popolare. Obiettivi non previsti nei desiderata del Pd (e dei suoi donchisciotteschi compagni di cordata).
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