Emergenza rifiuti: Vesuvio delle ipocrisie


Emergenza rifiuti: Vesuvio delle ipocrisie

di Maria Pirro

A 22 chilometri da Napoli, fra vigneti e cave, c’è il Vesuvio assediato dai rifiuti. L’area protetta che Bruxelles piange da lontano conta 8.482 ettari, 13 comuni, 509 specie vegetali e una quantità incalcolabile di spazzatura interrata lì da anni, nel silenzio. Il generale Mario Morelli, responsabile dell’unità stralcio e della struttura per l’emergenza in Campania, solleva la contraddizione nei giorni delle barricate di Terzigno. In audizione, davanti alla commissione bicamerale che indaga sulle ecomafie, racconta: «L’ho girato in lungo e in largo e mi chiedo come sia possibile considerarlo un parco: è un immenso immondezzaio». La zona dal 1995 è sotto tutela nazionale, ma «tutti sono andati a buttarci i rifiuti» continua Morelli, anche quelli tossici dal Nord, inquinando le falde acquifere. Prima ridotta dalla camorra a sversatoio incontrollato, poi individuata dallo Stato per inghiottire i rifiuti urbani.

Ma sono gli atti parlamentari che riversano nell’area di Terzigno altri veleni. Svelando incongruenze e contraddizioni. «Sbagliato realizzare la seconda discarica nella zona vesuviana» sostiene oggi Ermete Realacci. «Il Pd è sempre stato contrario a tale ipotesi e ha votato contro il decreto legge n. 90 del 2008 del governo Berlusconi» aggiunge sul suo sito internet. La smentita arriva a stretto giro, attraverso la verifica delle operazioni in aula. Due anni fa Realacci (con 195 democratici) si era astenuto, mentre la legge veniva «approvata, peraltro, a larghissima maggioranza» ricorda il sottosegretario Guido Bertolaso. Tutti favorevoli i campani del Pdl. Anche Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli.

«Questo non significa nulla, le norme si fanno e si cambiano. Noi stiamo lavorando» taglia corto il sindaco di Terzigno, Domenico Auricchio. Eppure, non esistono (per ora) ipotesi alternative né proposte di legge. L’unica possibilità è trovare una soluzione complessiva per i rifiuti della Campania, individuando altre cave, nelle province meno popolose.

Aspettando una svolta, i sindaci restano sulle barricate. E finiscono sotto protezione. Accade subito dopo le prove di dialogo in prefettura. «Siamo stati minacciati da persone che non conosciamo. Vogliono strumentalizzare la nostra lotta per ragioni politico-ideologiche, ma anche per favorire oscuri interessi. I gruppi in azione sono numerosi, e sfuggono a ogni forma di controllo» rivela il sindaco di Boscoreale, Gennaro Langella.

«Il clima è brutto» conferma il sindaco di Trecase, Gennaro Cirillo. «Sere fa c’è stata una sommossa popolare solo perché dovevamo esporre la proposta di accordo di Bertolaso. Non siamo neppure riusciti a finire di leggere il documento». Respinto a priori. Tra fischi e aggressioni.

Racconta Langella: «Tra la folla abbiamo notato facce strane, qualcuno che calava il passamontagna sulla faccia. All’improvviso siamo anche diventati bersaglio di un lancio di petardi. Ma vado avanti».

Il primo cittadino è anche in lotta con il suo Pdl, di cui ha stracciato la tessera. È trasversale, infatti, il «partito del tricolore» in rivolta. Imbarca esponenti del Pdl, dimissionari pdl, udc, ex pd, pd convinti. Squadra politicamente disomogenea, dalle risposte variabili. A volte in contrasto tra loro. Solo sull’obiettivo finale decisamente compatta: fermare l’allargamento della discarica nel parco. Anche a costo di ritrovarsi loro, i rappresentanti dello Stato tra i cittadini, contro lo Stato. E contro la legge.

La protesta era già esplosa durante l’estate a causa dei miasmi avvertiti nei paraggi della prima cava adibita a sversatoio. «Ha sbagliato l’Asia, la società di igiene del Comune di Napoli che aveva avuto in consegna l’impianto dalla Protezione civile» afferma Giovanni Romano, l’assessore regionale all’Ambiente. «Il cattivo odore» spiega «è dipeso dalla velocità con cui sono stati smaltiti i rifiuti provenienti anche da alcuni siti di stoccaggio provvisorio e dai problemi nell’assicurare la copertura giornaliera della spazzatura. Fino a oggi l’operazione non era stata fatta con criteri idonei: abbiamo provveduto noi, dall’arrivo di Bertolaso, attraverso la sospensione dello scarico di rifiuti a cava Sari per procedere alle analisi, ai controlli e all’attività di sistemazione della discarica».

Intanto un altro allarme piomba sul Comune di Napoli direttamente dal Veneto. Ci sono «elementi di preoccupazione ai fini antimafia» nella nota della prefettura veneziana (trasmessa all’Asia) che allunga le ombre su «soggetti» inseriti negli appalti e riguarda l’Enerambiente, la società che assicura la rimozione della spazzatura nel centro storico partenopeo e a cui l’Asia si è affidata fino a oggi.

E per dare nomi e cognomi alla camorra, chiamata in causa ogni volta che si parla di rifiuti, ma difficilmente connotabile in volti e colpevoli, la Dda della procura di Napoli ha aperto un fascicolo su infiltrazioni tra i responsabili degli scontri con le forze dell’ordine. Accanto ai soliti reati (devastazione, resistenza e danneggiamento), prende infatti corpo l’aggravante della finalità mafiosa. Tra gli interessi emersi, il mercato dello spaccio di droga in una «piazza» non lontana dalla discarica. Poca roba, qualcuno dirà. Ma l’impressione, a sentire la polizia, è che si farà sul serio. C’è un bollettino dei contestatori, alla prossima mossa sbagliata la reazione non sarà all’acqua di rose. Lo ha capito anche il sindaco di Boscotrecase, Agnese Borrelli, che lancia l’appello ai suoi elettori: «Non cedete al ricatto dei violenti».

La mediazione con la Protezione civile, irrisa fino a lunedì 25 ottobre, è sembrata aprire qualche spiraglio. Il piano proposto da Bertolaso (messa in sicurezza della discarica, congelamento del secondo impianto e ripresa dell’arrivo dei camion solo dai 18 comuni dell’area vesuviana) è parso convincere l’ala meno intransigente dei «no discarica ». Ma ciò non ha impedito intanto di tirare le somme sul racket dei rifiuti. Secondo la Fondazione Chinnici, che anticipa a Panorama una ricerca sul campo, la cifra ammonterebbe a 950 milioni l’anno.

L’estorsione sembra intaccare «poco meno del 2 per cento del prodotto interno lordo regionale» si legge nel lavoro a cura di Giacomo Di Gennaro e Antonio La Spina, docenti di sociologia delle Università di Napoli e Palermo. Che sottolineano: «Il pizzo sul trattamento dell’immondizia è l’entrata più cospicua per le casse della camorra». Con un prelievo medio di 9.506 euro al mese, che sale a 10.270 nella provincia di Caserta (dove è attivo il clan dei casalesi, ndr), «il settore dello smaltimento dei rifiuti solidi e delle acque di scarico risulta il più vessato».

L’inquinamento del sistema è infatti al centro di inchieste giudiziarie, che si intrecciano con l’ultima crisi nella rimozione della spazzatura dalle strade. «La camorra, come qualsiasi altra impresa, riesce ad approfittare dell’emergenza per ricavare guadagni» ritiene il procuratore capo della procura di Napoli, Giovandomenico Lepore. I clan coinvolti? «Per il passato» dice Lepore «e forse anche per il presente, i casalesi sono i più organizzati, ma stiamo indagando anche su politici locali coinvolti con la criminalità».

Tirare le somme giudiziarie della spazzatura napoletana non sarà cosa di subito. Ma un bilancio diverso è forse possibile. Il Parco del Vesuvio è un immondezzaio che fino a pochi giorni fa non interessava nessuno; la politica che oggi s’indigna per le nuove discariche in Parlamento non ha battuto ciglio mentre la legge veniva approvata. E ancora: i residenti esasperati dai miasmi si sono mescolati ai lanciatori di molotov rendendo illegittima, perché indistinguibilmente violenta, la protesta di Napoli. È il desolante quadro che fa da sfondo ai «giorni di Terzigno». Dopo un mese di rivoluzione, intrappolati ai piedi del vulcano, si può scorrere il bollettino di guerra: 50 camion distrutti o danneggiati (che hanno fatto schizzare alle stelle i costi del trasporto nella discarica), almeno 2 mila tonnellate «extra» di rifiuti accumulati, 44 feriti tra le forze dell’ordine. Più un morto sul lavoro dell’emergenza in un impianto: Silvano Di Bonito, travolto di domenica da una pala meccanica. Può bastare?

Commenti

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Il 2 Novembre 2010 alle 14:59 Napolibit »  Rifiuti: Terzigno;Attesa e preoccupazione per ritorno camion – ANSA.it ha scritto:

[...] amaro di Bertolaso «Terzigno-2 andava aperta …Il MattinoEmergenza rifiuti: Vesuvio delle ipocrisiePanorama (Blog)(ami) Agenzia Multimediale Italiana -Il Riformista -CronacaLivetutte le [...]

Il 2 Novembre 2010 alle 16:35 Napolibit »  Emergenza rifiuti – Angelo Caruso: “Via anche Andretta dalla legge” – Irpinia News ha scritto:

[...] Panorama (Blog) [...]

Il 2 Novembre 2010 alle 18:58 indigesto ha scritto:

Eh la provincia! E per provincia è da intendersi anche il subburbio di Napoli, come Secondigliano, che il fascismo “regalò” alla Città di Napoli, ma che prima contava Comuni a sé! A Napoli, città da sempre mite ed accogliente, la “provincia” viene solo per le proprie faccende, non escluse quelle del malaffare! E la Città, un tempo Capitale, culturale e non solo, ne va di mezzo. Poi, quando essa provincia si ricorda di essere solo tale diventa intransigente. Complici la malavita locale, il superpotere dei Sindaci, della Provincia, della Regione (soprattutto quando governata come lo è stato fino ad ora), questa irripetibile Città, per bellezza e per ricchezza di monumenti, diventa un mondezzaio, per la goduria dei suoi detrattori: una malapianta che alligna nel Belpaese fin dai tempi del “risorgimento”.
Ma, a ben guardarci dentro, tutto il Belpaese soffre dello stesso male: l’abbandono! Lo vediamo con le frane e le alluvioni. L’orda dei politici, sempre crescente, per numero e per avidità, poco o nulla fa per prevenire; troppo occupata a scannarsi per le poltrone e per i benefici che ne derivano. E la piaga del “decentramento” ancora deve mostrare tutte le sue patologie. Quando ce ne si accorgerà tutto il Belpaese sarà franato da un pezzo, in tutti i sensi!

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