Ponzellini: Massimo, come sei caduto in Bossi


Ponzellini: Massimo, come sei caduto in Bossi

L’agilità intellettuale di Massimo Ponzellini è proverbiale. Da Prodi a Dini, da Dini a Tremonti, da Tremonti alla Lega senza disdegnare l’Udc (hai visto mai…). Salvatore dell’Unità, banchiere e manager industriale (ramo costruzioni), milanese ma anche romano, rutelliano ma anche berlusconiano e, in ogni caso, veltroniano dentro. Instancabile, gioviale, raffinato: per Massimo Ponzellini cambiare idea non è una scelta, è una legge naturale come la fotosintesi clorofilliana. Come la foglia trasforma l’anidride carbonica in ossigeno, lui trasforma le amicizie in presidenze. I suoi cambiamenti di opinione sono talmente fluidi da sembrare necessità storiche.

Per dire: quando i sindacati che governano la Banca Popolare di Milano, senza sapere nemmeno perché (lo hanno detto loro), lo elessero presidente su informale indicazione della Lega, lui nel discorso di insediamento si scagliò contro i «trentenni poliglotti e arrivisti» per vellicare gli azionisti pensionati. Peccato che quando era quarantenne parlava solo in inglese o francese e guidava Ferrari. Trent’anni fa i giovani sembravano i padroni del mondo, oggi le banche sono governate da ultrasettantenni. È il mondo che cambia, non lui. Solo che fino a quando era un «semplice» trasformista lo si guardava con simpatia, ora che è «il banchiere della Lega», meno.

Era contrario al Ponte sullo Stretto quando era il braccio destro di Romano Prodi in Nomisma (con il quale ruppe improvvisamente e inspiegabilmente), è favorevole adesso da presidente dell’Impregilo. Sua moglie è un’erede della dinastia dei Segafredo e sua madre della fabbrica di mobili Castelli, adora auto e donne, ma questo non gli impedì di partecipare alla rinascita dell’Unità. Banderuola? No. Tutti sanno che Ponzellini non cambia mai idea. Al massimo l’affitta.

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