Viterbo: fuga dal palazzo dei tumori


Mistero nell'ex ufficio delle entrate di Viterbo: fuga dal palazzo dei tumori

La decisione l’hanno presa quando in settembre l’ennesimo collega ha lasciato la scrivania per trasferirsi in ospedale, a farsi operare di cancro. Era il quarto in 10 mesi. Come in una inquietante riedizione dei Dieci piccoli indiani, due s’erano ammalati di tumore al pancreas, uno al cervello, un altro all’intestino… A quel punto i dipendenti dell’Agenzia delle entrate di Viterbo hanno fatto la conta dei malati, dei morti e dei vivi e hanno messo giù due stringate paginette per un esposto destinato alla procura della Repubblica.

Consegnato ai primi di ottobre, firmato da 71 dei 160 dipendenti oggi in servizio, l’esposto mette sotto accusa la sede del Palazzo di Vetro, l’edificio anni Settanta alla periferia di Viterbo che, fino al 1999, ospitò gli uffici finanziari: tra coloro che allora lavoravano nei sei piani congestionati e fumosi del palazzo, è scritto nel documento, «si è avuto un numero elevato e crescente di ammalati e decessi per patologie tumorali che appaiono, per quantità e modalità, quanto meno sospetti». Nell’esposto, i 71 dipendenti annotano nome, cognome, patologia e storia clinica di 34 malati, il 15,7 per cento dei 216 dipendenti del Palazzo di Vetro (furono trasferiti nel 1999 in una nuova sede). E spiegano quando e come 23 di quei malati siano morti, mentre 11 sono ancora in cura. Riparandosi dietro l’anonimato con la stampa, per paura di ritorsioni sul luogo di lavoro, gli impiegati in angoscia riferiscono che le patologie dei colleghi sono adenocarcinomi e leucemie, linfomi e tumori a polmone, pancreas, intestino.

Proprio quella diversità rende prudenti gli esperti dello Spisll, il Servizio di prevenzione, igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro che ha sede, ironia della sorte, al sesto piano del Palazzo di Vetro, svuotato come un uovo, completamente ristrutturato e trasformato, dalla primavera 2008, nella moderna sede della Cittadella della salute. «Nel 2003» ricorda il dirigente dello Spisll, Augusto Quercia, «venne da noi un gruppo di dipendenti dell’Agenzia delle entrate preoccupati da ciò che ritenevano un’epidemia di tumori. Ci chiesero di controllare se c’era amianto nell’edificio. Trovammo solo un paio di pannelli di eternit sulla balconata del sesto piano».

Denunce, allarmi, proteste di sindacati e dipendenti sono stati una costante negli anni in cui il palazzone di via Pietrare accoglieva gli uffici finanziari. Tanto che, nell’estate del 1992, lo Spisll, braccio operativo dell’Asl di Viterbo, sottopose i sei piani dell’edificio a un’analisi approfondita. Nei verbali di quelle ispezioni c’è un dettaglio inquietante. Certifica lo Spisll, citando la testimonianza dell’intendente di finanza del tempo, che il palazzo, costruito dalla società Le Pietrare e ceduto al Cpdel, la Cassa per le pensioni ai dipendenti degli enti locali dell’Inpdap, aveva fin dall’origine un «impianto con componenti radioattivi per la rilevazione di fumo». Smontati nel 1987, i vecchi rilevatori, nell’ispezione del 1992, vengono trovati nel piano interrato, chiusi in uno scatolone «con contrassegno per radiazioni ionizzanti», benché un funzionario dichiari che da 5 anni una ditta è stata incaricata di portarli via. Semplicemente, certifica lo Spisll senza stupore, «la ditta incaricata del ritiro non lo ha poi effettuato».

Ma nell’esposto alla magistratura i dipendenti dell’Agenzia delle entrate non rievocano quella vecchia storia. Puntano il dito, piuttosto, contro i lavori di manutenzione straordinaria del 1998. Nel palazzo, in quegli anni, lavoravano circa 370 persone. Il piano terra era riservato all’Ufficio iva. Nel primo piano convivevano addetti all’iva e impiegati dell’Ufficio registro. L’Intendenza di finanza occupava per intero il secondo piano. Al terzo, la direzione provinciale del Tesoro. Al quarto, l’Ufficio delle imposte dirette. L’Ute, Ufficio tecnico erariale, si era riservato il quinto piano e divideva il sesto con la Ragioneria provinciale dello Stato. Gli uffici erano gelidi d’inverno e torridi d’estate e gli impiegati lavoravano in enormi locali, suddivisi da tramezzi di metallo.

Al culmine di numerose proteste del personale, si decise nel ’98 di rinnovare l’impianto di riscaldamento, lasciando però gli impiegati al lavoro. Squadre di operai smontarono i vecchi impianti, smantellando anche i controsoffitti nei quali erano stati collocati (annota lo Spisll) «tappeti isolanti in fibre di lana di vetro». Gli impiegati ricordano d’avere lavorato per settimane in una nube di polvere e d’avere visto filtrare dai pannelli smossi una sorta di semolino grigiastro. È quella polvere responsabile delle malattie, dei tumori?

Con un decreto datato 1998, il ministero della Salute ha classificato come dannosa per la salute di coloro che vi entrano in contatto diretto e ripetuto la lana di vetro che contenga fibre di diametro inferiore a 3 millesimi di millimetro. Ma l’Airc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, indica la lana di vetro come prodotto con possibile, ma non certa, attività cancerogena. Un primo responso, a Viterbo, si avrà il 25 novembre. Quel giorno la magistratura civile dovrà pronunciarsi su un ricorso presentato dalla vedova di un impiegato dell’Ufficio iva, stroncato da un tumore ai polmoni.

Nel mistero del Palazzo di Vetro, proprio l’Ufficio iva è il luogo nel quale si addensa l’inquietudine. Il maggior numero di malati lavorava lì. E il primo brivido di paura i loro colleghi l’hanno provato quando hanno visto morire, nell’arco di un paio d’anni, quattro impiegati di quell’ufficio, tra i 40 e i 65 anni. Tre di loro lavoravano al primo piano, nella stessa stanza, e uno in un ambiente contiguo, oltre il tramezzo. È solo un caso? Alla procura, i dipendenti chiedono di stabilire il giusto confine tra timori e verità. Non sarà facile.

Dei materiali con cui era costruito l’interno del Palazzo di Vetro, dopo l’ultima ristrutturazione, non resta nulla. Dell’edificio originario è rimasto il guscio, le macerie sono state portate via. Con i loro segreti, se ne avevano.

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