

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani (Ansa)
Il Partito Democratico è di nuovo in fibrillazione. La vittoria di Pisapia, candidato appoggiato dalla sinistra radicale alle primarie di coalizione per le amministrative a Milano, che è riuscito a battere il candidato sostenuto dal Pd, l’architetto Boeri, ha provocato le dimissioni dei dirigenti locali. Ancora una volta, infatti, l’apparato del partito si è incagliato in quel meccanismo che esso stesso ha introdotto in Italia.
E non è la prima volta: nove mesi fa in Puglia, un finale analogo. Il Pd, per volontà soprattutto di D’Alema, propose un candidato (Francesco Boccia) che fu silurato alle primarie di coalizione dagli elettori di centrosinistra che incoronarono per la seconda volta il governatore uscente Nichi Vendola.
Anche a Bologna, città rossa per eccellenza, si profilava un esito analogo per il Pd, se Cevenini - il candidato della “gente” a differenza di Giacomo Venturi, ben visto dall’apparato - non si fosse ritirato, dopo un attacco di ischemia. Dall’altra parte dell’Appennino, poi, nel 2009 vinse Matteo Renzi, candidato sui generis, entrato in forte collisione con la segreteria di partito e che ancora oggi continua a chiedere la “rottamazione della classe dirigente” del Pd.
E ancora. Nella prospettiva di elezioni anticipate entro la prossima primavera il centrosinistra ha detto che farà le primarie di coalizione e i sondaggi, tanto per cambiare, danno in testa Nichi Vendola, leader di Sel, e non appunto il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.
Episodi che fanno capire come l’apparato e le primarie siano difficilmente conciliabili. Il primo, infatti, si avvale spesso di un processo decisionale che va dall’alto verso il basso, dalle segreterie (nazionali e locali) agli elettori. Un meccanismo che si ricollega alla prassi della Prima Repubblica, quando Pci e Dc decidevano tutto a tavolino e il voto della base era in gran parte ideologico, improntato alla disciplina.
Alle nazionali poi si votava per il partito e non per il candidato premier: è una prassi della seconda Repubblica indicare il nome del leader della coalizione sul simbolo nella scheda (Berlusconi, Prodi, Rutelli, Veltroni ecc.) Con l’avvento del Partito democratico, quindi, le cose sarebbero (con il condizionale più che mai d’obbligo) dovute cambiare.
Veltroni, infatti, deus ex machina del Pd, gli aveva dato un’impostazione americana nel contesto però di un sistema bipartitico che lasciava fuori i partiti più piccoli della sinistra radicale. E in questo scenario i leader, locali e nazionali, avrebbero dovuto essere selezionati dal basso, ossia tramite le primarie, nelle quali gli iscritti con il loro voto scelgono il candidato più idoneo a sfidare le altre coalizioni.
Due processi decisionali (quello dell’apparato e quello delle primarie), come si vede, opposti: l’uno annulla l’altro. Eppure il Pd oggi si ostina a muoversi con entrambi. Così prima organizza le primarie, aprendole anche a partiti “concorrenti” nell’arco della sinistra. Poi pretende di “indirizzarle” dall’alto, appoggiando ufficialmente un candidato (come è successo a Milano e in Puglia), che puntualmente viene bocciato dalla “gente”.
Ciò fa pensare che forse il meccanismo delle primarie funzioni appunto solo nel contesto immaginato da Veltroni (due partiti, uno a destra, l’altro a sinistra), ossia solo se interne al Pd. Ma in uno scenario diverso, dove a prevalere è la strategia dalemiana delle alleanze (con la sinistra radicale e con il centro), le primarie allargate ad altre forze paradossalmente sembrano destinate a punire il maggior partito che dovrebbe guidare la coalizione e che si trova, invece, sempre più al traino dei vari partiti minori.
E così pare sempre più difficile portare a termine quella rivoluzione ”americana” (dal basso) immaginata da Veltroni. Che, infatti, si è tolto qualche sassolino dalle scarpe: “Prima perdevamo le elezioni, ora anche le primarie”. Una battuta che suona anche come un avvertimento per i prossimi mesi. Ma questo Bersani, non sembra ancora averlo capito.
- Mercoledì 17 Novembre 2010
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Commenti
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Il 17 Novembre 2010 alle 19:13 fercas ha scritto:
Ma ha ragione il sindaco di Firenze Renzi, qui c’è un sacco di gente da ROTTAMARE!!! I D’Alema, i Fassino (coniugi), i Bersani, i Franceschini, la Bindi (ma che ci fa nel PD?) la Finocchiaro; insomma tutta gente che deve tornare o iniziare a lavorare!!! Invece che mangiano a sbafo del contribuente italiano (15.ooo euro al mese netti! - cose da pazzi!!). Avevano detto che riducevano i parlamentari (945 unità pazzesco!) e i costi della politica (il solo Quirinale ci costa 248 milioni di euro l’anno contro i 135 della Casa Bianca! Pazzesco due volte!!). Politici fate schifo ed il 27.3.2011 ve lo sc rivo sulla scheda elettorale. Cordialità.
Il 17 Novembre 2010 alle 19:18 fercas ha scritto:
P.S. scusate ho dimenticato Veltroni (pensionato da 10.000 euro netti mensili più lo stipendio di 15.000 totale 25.000 euro!) Dimenticavo, la pensione la da in beneficenza agli africani!!! Cordialità.
Il 17 Novembre 2010 alle 23:59 aldo1110 ha scritto:
Speriamo che il Premier Berlusconi,non si rompa le scatole ;ascoltando le stupidaggini di questi pusillanimi della sinistra e quindi ci mandi tutti a farci fottere.Credo che in caso di una consultazione popolare ,la squara di Berlusconi ritornerebbe a vincere facilmente,sgominando per sempre questi mercanti nel tempio rappresentati da Bersani, Franceschini(Dio ci guardi da questo umanoide)Di Pietro,D’Alema, ovviamente il traditore Fini,del quale nessuno ha capito l’incoerenza del suo gesto contro la sua stessa fazione,per guadagnare che? A mio avviso ,Fini,politicamente e’ bruciato.
Chi avrebbe il coraggio di costruire un sodalizio con lui? Sarebbe come allearsi con un Jago ,neanche tanto malvagio come l’originale .
Aiutiamo il Premier Berlusconi.Se lui molla siamo fritti.
Quello che dobbiamo fare dopo aver ascoltato e visto,questo putridume della sinistra e dintorni,E’ non reagire alle provocazioni,finche’ per consulta popolare si confermi la coalizione attuale.
Il 19 Novembre 2010 alle 12:30 cini ha scritto:
Il Bersani farebbe bene a seguire l´esempio del leader dell´opposizione in Svezia che essendosi resa conto della sua impopolarità ha rassegnato dignitosamente le proprie dimissioni.
Bersani dovrebbe ammettere che l´elettorato di sinistra e centrosinistra non lo apprezza, infatti lo ha palesemente giudicato incompetente per la occupare leadership del PD.
Il 20 Novembre 2010 alle 18:46 pv21 ha scritto:
IPERTROFIA da primarie.
Le primarie sono uno strumento di democrazia interna di un singolo partito. Non possono diventare test di selezione della leadership di una coalizione di forze politiche. La “rappresentanza visibile” di una coalizione deve corrispondere al reale peso specifico delle forze componenti. Pena la disaffezione e l’astensionismo.
Applicate al singolo partito le primarie non devono echeggiare una sorta di concorso per candidati “tronisti”. Le strutture territoriali di un partito raccolgono la voce del cittadino-elettore. Dai bisogni e dalle aspettative nascono quelle indicazioni che diventano “proposte” oggetto di confronto nei momenti assembleari. Privilegiare un percorso di massima “convergenza” equivale a qualificare la migliore “rappresentanza visibile”.
L’eventuale ricorso alle primarie non deve mai “mortificare” il senso di identità e di appartenenza al partito. Pena la perdita di valore e significato di PAROLA e MERITO …
http://www.vogliandare.it/nat/.....nc1.html
Il 15 Dicembre 2010 alle 0:23 Circolo Luce Del Sud » L’ermeneutica di Marcello Pera: “Berlusconi è l’unica alternativa a se stesso” ha scritto:
[...] tornando a farsi sentire in Aula. E ce n’è stato un po’ per tutti. A partire dall’opposizione di sinistra, che si regge sulla “stessa classe dirigente del 1989″ e che in vent’anni non è stata capace [...]
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