

Sono carte vecchie e impolverate quelle che documentano il rapporto fra il governatore della Sicilia e un capomafia, poi condannato all’ergastolo. Giacevano dimenticate nella cancelleria del tribunale di Enna. Dieci telefonate, due informative e un’agenda: testimoniano la frequentazione tra Raffaele Lombardo e Raffaele Bevilacqua, capomandamento della provincia. Carte riemerse solo adesso, dopo l’inchiesta della procura di Catania sui legami tra Cosa nostra, affari e politica. Il 3 novembre 2010 sono state arrestate 48 persone. Il governatore e il fratello Angelo, deputato dell’Mpa, sono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella richiesta di misura cautelare vengono ricostruiti i legami con alcuni mafiosi. E i magistrati fanno riferimento anche ai rapporti tra Lombardo e Bevilacqua e alle carte abbandonate e poi recuperate in quel piccolo tribunale, che delineano «un desolante quadro d’insieme».
È la primavera del 2003: per il futuro governatore siciliano, all’epoca europarlamentare, è periodo di elezioni. A giugno si voterà per la Provincia di Catania: lui è il candidato presidente. Ma si va alle urne in quasi tutte le province siciliane, e Lombardo è un capocorrente dell’Udc. Nell’Ennese ha un amico di vecchia data che gli fa campagna elettorale: Salvatore Bonfirraro. Un commerciante del piccolo paese di Barrafranca, ma anche un affiliato a Cosa nostra: nel suo mobilificio si tengono le riunioni provinciali della cosca. Bonfirraro verrà arrestato nel luglio 2003, due mesi dopo aver ricevuto l’ultima telefonata di Lombardo. A febbraio del 2006 sarà condannato a 3 anni e 6 mesi per associazione mafiosa.
A tutti però può capitare una frequentazione sbagliata: Bonfirraro era incensurato e Lombardo poteva essere in buona fede. Il punto non è questo. Oltre che amico dell’attuale leader autonomista, il commerciante era fedele servitore del compaesano Bevilacqua: un avvocato penalista con trascorsi democristiani. E soprattutto boss della zona, forte anche dell’avallo di Bernardo Provenzano, capo dei capi arrestato nell’aprile del 2006. Che in un pizzino scriveva ad Antonino Giuffrè, capomandamento di Caccamo, proprio di Bevilacqua: «Ho avuto notizie che è una brava persona. E te lo sto comunicando». Per i magistrati è l’investitura: il penalista diventa il rappresentante provinciale di Cosa nostra.
Arrestato a novembre del 1992, l’avvocato viene condannato nel 1995 a 11 anni e sei mesi per associazione mafiosa. Ma il processo, due anni dopo, è annullato per incompetenza territoriale. Nel 2006 viene ricondannato a 13 anni e sette mesi. Due anni dopo prende l’ergastolo per avere ordinato l’uccisione di un affiliato che chiedeva il pizzo senza il suo permesso.
Nel 2003, però, è «solo» un sorvegliato speciale in attesa di giudizio. Con cinque anni di carcere alle spalle. Ma anche le pietre, a quei tempi, sanno chi è Bevilacqua. E lo sa pure il politico. Per questo, scrivono i magistrati, gli appuntamenti tra i due «erano fissati di buon mattino»: a dimostrazione dell’«estrema prudenza di Lombardo», che sa di avere a che fare con un «esponente della mafia nissena».
Il primo incontro, secondo i pm, ci sarebbe stato il 28 aprile 2003: il tramite è Bonfirraro, amico di Lombardo e sodale del mammasantissima. Quattro giorni prima, il commerciante chiama una persona dello staff del politico. Gli dice che «Raffaele», cioè Bevilacqua, ha un appuntamento la settimana successiva con Lombardo. Ulteriore riprova dell’incontro c’è nell’agenda che verrà sequestrata al penalista al momento dell’arresto. Il 28 aprile 2003 annota: «Ore 8 da Raff». Per gli investigatori «Raff» è Lombardo. Tutto torna. Anche perché, sempre su quell’agenda, scrive la Dia il 25 agosto 2006, «sono annotati anche alcuni numeri di telefono riconducibili all’onorevole Lombardo».
L’abbreviazione ricompare il 2 maggio. Il capomafia scrive: «Ore 8.30 da Raff». E poi: «Dire a Raff a chi fare domanda per aeroporto». Probabilmente si riferisce alle assunzioni nello scalo catanese di Fontanarossa. Ma il 1º maggio il boss telefona a Bonfirraro per annullare l’incontro. Sono passate da poco le 7 di sera: «Fammi il favore di chiamare a quel tuo amico là, che domani avevo un appuntamento». A scanso di equivoci, chiarisce: «Quello dove siamo stati l’altra volta». Bevilacqua aggiunge: «Digli che ci faremo sentire noi». E Bonfirraro esegue. Contatta immediatamente la segretaria di Lombardo: «L’onorevole c’è?» chiede. La donna risponde che è in riunione. Lui allora le spiega il motivo di quella conversazione. E ripete: «Ci faremo sentire noi per un nuovo appuntamento».
Il pomeriggio del 17 maggio Bonfirraro, ricostruiscono gli investigatori, è assieme a Lombardo a un convegno. Alle 20.45 lo chiama Bevilacqua: «Dov’è? Lì?» gli chiede riferendosi al politico. «Sì, qua ce l’ho» risponde il commerciante. «Me lo passi?» domanda il boss. La conversazione si interrompe per 7 secondi: gli agenti che intercettano sentono due persone confabulare in sottofondo. «No» risponde alla fine Bonfirraro. Ancora conciliaboli. Fino a quando una terza persona dice: «Allora lunedì sera». Per i magistrati è Lombardo: «Che si rifiuta di parlare al telefono con il Bevilacqua se non per il tramite del Bonfirraro» perché si rende conto di «intrattenere rapporti con un soggetto ormai divenuto impresentabile».
Tre giorni più tardi, il 20 maggio 2003, è il politico invece a chiamare Bonfirraro, poco dopo le 23.30: «Raffaele Lombardo sono». Lamenta il mancato sostegno a un suo candidato: «Raffaelluccio», dice il futuro governatore riferendosi al capomafia, ha chiesto di votare un altro «e tu stai eseguendo questa cosa». «Il tuo omonimo non c’entra niente» risponde il commerciante. Il chiarimento non placa il politico: «Non è che puoi sfasciarmi quei quattro amici che c’ho, gioia mia». Il giorno successivo, comunque, ne parleranno di persona. È il 20 maggio 2003. Il 24 luglio, poco più di due mesi dopo, Bonfirraro viene arrestato assieme al capomandamento.
Una domanda è d’obbligo: non è stata mai chiarita «l’esatta natura del rapporto che legava Lombardo a Bevilacqua», sebbene una relazione interforze inviata alla Dda di Caltanissetta il 28 ottobre 2003 ribadisse che servivano «accertamenti mirati». Perché allora nessuno si è mosso?
Curioso: nella stessa inchiesta, i magistrati indagano un politico per associazione mafiosa, Vladimiro Crisafulli, per tutti «Mirello». Un ras elettorale, ora senatore del Pd. Uno che dice di sé: «A Enna vinco con il proporzionale, con il maggioritario e perfino con il sorteggio». Nel 2001, mentre è vicepresidente del consiglio regionale, i carabinieri lo filmano casualmente in un albergo di Pergusa mentre parla con Bevilacqua. Non è un colloquio concordato: c’è un congresso della Cgil. E il capomandamento si fa avanti, per parlare di affari e appalti. Discussione che si chiude con un
eloquente «Fatti i cazzi tuoi!», pronunciato dal voluminoso pieddino a Bevilacqua.
«L’inchiesta su Crisafulli si è conclusa con un’archiviazione, ma bisogna leggere la sentenza. Dice che un pubblico incontro con un boss di quella caratura è un fatto gravissimo e inquietante, anche se non esce di per sé dal quadro della legalità». Parole di un collega di partito di Mirello: il senatore Giuseppe Lumia. Che sul tema si esercita da tempo: «Il crisafullismo è un modo vecchio e spregevole di fare politica» sostiene. «Ho sempre combattuto Crisafulli. Ho cercato di impedire che entrasse nel Partito democratico».
Bene, Lumia, gonfaloniere dell’antimafia, è artefice e garante del patto Pd-Lombardo da poco siglato in Sicilia. Operazione che Lumia continua a perorare, nonostante l’indagine catanese. Ora però che farà? Per anni ha edificato i suoi ragionamenti sulla lotta al «crisafullismo», presentato come una sorta di malattia degenerativa della politica clientelare. L’architrave della sua sentenza di condanna è sempre stato il colloquio tra Mirello e Bevilacqua. Ora i magistrati dicono: Lombardo, il suo alleato, ha fatto lo stesso. Con il boss, però, si sarebbe visto di mattina presto e lontano da occhi indiscreti. E dopo avere fissato un appuntamento. È stato solo più scaltro, quindi. Ci sarebbe materia per una profonda crisi di coscienza da parte di Lumia. E forse anche di tutto il Pd. Che, però, continua a far finta di non vedere.
- Lunedì 22 Novembre 2010
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Commenti
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Il 23 Novembre 2010 alle 19:29 nhico ha scritto:
Lombardo dopo aver messo la camicia di forza alla procura di Catania, non senza il consenso silenzioso della stessa, ne mette un’altra anche alla politica. Che non può dimenarsi troppo, non solo per quell’aforisma cinese che consiglia di stare fermi se qualcuno sta tentando di incularti per non facilitargli il compito, ma perché l’ assioma servito è semplice. Semplice e insieme raffinato come certi piatti della nostra cucina mediterranea. Leoluca Orlando Cascio, tantissime primavere fa, e precisamente nel 1987, accusò il Psi di contiguità mafiosa per il successo elettorale che aveva avuto a Palermo. Allora, l’appoggio esterno alla mafia, le procure non se l’erano ancora inventato. Ma l’ex sindaco di Palermo, imbracciando la morale come una clava, fece fuoco e fiamme. Le campagne elettorale, per nostra fortuna, però si ripetono con una certa frequenza. A volte, più di quanto vorremmo. E una di queste volte la fortuna sorrise al nostro eroe. Fu votatissimo. Dovunque. Anche in quegli stessi quartieri dove la mafia, più che altrove, sembra essere endemica. Sembrava fosse arrivato il momento che qualcuno gli rinfacciasse la stessa accusa che lui aveva sputato in faccia ai dirigenti del Partito Socialista Italiano. Ma non fu così. Più veloce della luce, e felicissimo per quel carico di voti ricevuto, dichiarò ai sette venti che, essendo riuscito con la sua politica a portare la democrazia e la legge anche nei quartieri come Brancaccio, era orgoglioso di quella messe di voti. Una delle tante orlandiane metamorfosi . Per restare lontano dall’ accusa della doppia morale, nelle quale, peraltro, stanno affocando i pidiini, il ragionamento di Lombardo si fa più machiavellico. Dato per scontato che la mafia in Sicilia, e non solo, si taglia con il coltello, dice serafico, per un politico, non stringere mani o incrociare sguardi mafiosi, è impossibile. Ergo. Nessuno in politica è privo di pidocchi di stampo mafioso. Don Raffaele, da una parte alla procura di Catania chiede fatti incontestabili , dall’altra alla politica dice di non dimenarsi tanto perché il più pulito di loro ha la rogna. Don Raffaele, tuttavia, non tiene conto di una semplice verità: non può pensare di governare con una maggioranza diversa di quella che l’ha portato a Palazzo D’Orleans. Né può sperare che i siciliani tornino a votarlo. E’ da questa dicotomia che deve uscire. Il più presto possibile. Per il bene dei siciliani e della Sicilia.
Il 17 Febbraio 2011 alle 20:55 avvocaticoraggiosi ha scritto:
E’ nata a Palermo “l’Associazione Avvocati Protagonisti nella società civile” che intende agire nella società civile allo scopo di sostenere il rispetto delle regole, il principio di legalità e la coscienza del bene comune.
L’idea di aggregarsi in un organismo apartitico si deve all’iniziativa di un gruppo di avvocati palermitani intenzionati a fornire un contributo concreto per la difesa e la tutela dei diritti della collettività, spesso violati dall’incapacità di chi governa il nostro territorio.
Le recenti vicende riguardanti la gestione amministrativa della nostra città, hanno messo in chiara evidenza l’assoluta mediocrità della classe dirigente, inadeguata a risolvere i numerosi problemi del territorio, già fortemente compromesso dalla crisi economica e dall’elevatissimo tasso della disoccupazione.
L’Associazione intende proporsi come sentinella contro la politica corrotta, collusa e del malaffare, intervenendo anche nel dibattito mediatico per segnalare, denunciare ed incalzare chi sceglie di amministrare nel proprio interesse piuttosto che per il bene comune.
Pur non volendo proporre o rappresentare un movimento politico, gli avvocati protagonisti non intendono stare inerti di fronte al decadimento della società e della politica ed intendono invece provocare un qualificato ricambio generazionale.
Per far ciò l’Associazione promuoverà concrete iniziative.
Inoltre, allo scopo di stimolare la soluzione di alcune delle più complesse problematiche della città di Palermo l’Associazione intende tra l’altro:
• promuovere e coordinare iniziative ed attività volte a tutelare il cittadino, il territorio, l’ambiente, il lavoro e la salute della collettività;
• sollecitare anche attraverso petizioni di iniziativa popolare, gli enti locali, le aziende, le associazioni e i cittadini, a ottimizzare le infrastrutture e a garantire un maggior equilibrio nella distribuzione e nell’utilizzo delle risorse pubbliche a Palermo;
• stimolare gli enti locali e le amministrazioni competenti ad essere più trasparenti nelle scelte effettuate e negli obiettivi perseguiti attraverso un maggior dialogo con i singoli cittadini e con le varie possibili forme di rappresentanza (Associazioni, Comitati, Gruppi, etc.).
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