

di Emanuela Fiorentino
«Quel “Che fai, mi cacci?” era una rottura televisiva». Pianificata, cercata e trovata. Teodoro Buontempo, assessore della Destra alla Regione Lazio, missino nel cuore, ha dell’«operazione mediatica» di Gianfranco Fini un’idea tutta sua. La frase che il presidente della Camera pronunciò alla direzione del Pdl prima della grande rottura (il 22 aprile) non era una reazione a caldo al discorso di Silvio Berlusconi, ma molto di più. Perché «lui, per natura, non strappa». Pensa, studia, è titubante, ma con furbizia. Il capo dei futuristi, dice sempre spietato Buontempo, mentre i veri fascisti piangono, «si diverte come un matto, perché non ha mai preteso di essere coerente, sono gli altri che hanno sempre fatto finta di non capire». Colonnelli e caporali «utilizzati come Scottex».
In nome di che cosa? Di una politica del non fare, «Gianfranco è uno che alle 5 del pomeriggio pulisce la scrivania, stacca la spina». Il massimo per una carica istituzionale e non operativa. La spiegazione sta nella teoria dei vasi comunicanti: «Lui, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli sono contenitori vuoti e quindi intercambiabili. Non sono portatori di un’idea, non soffrono, la loro storia insegna che qualcuno ha pensato di far fare loro carriera. Il manico, comunque, era altrove».
Detto fatto, c’è un fantasma che si aggira nel castello incantato della politica italiana. Ha le sembianze di una Balena bianca, ossia di un nucleapartito di centro pronto a spedire in archivio il bipolarismo e, insieme con esso, Berlusconi, l’antipolitico. È un progetto ambizioso, rivoluzionario e reazionario, perché punta a condizionare il futuro prossimo con un’operazione di retroguardia che ha come obiettivo principale il ritorno ai riti della Prima repubblica. Fini, Casini, Rutelli: ciascuno di loro sta giocando l’ultima carta per lasciarsi alle spalle lo scomodo ruolo di aspiranti cavalli di razza, di ragazzi della via Pal invecchiati all’ombra di leader troppo ingombranti come Berlusconi e Romano Prodi. La cosiddetta area di responsabilità nazionale nasce minata da mille incognite e da altrettante contraddizioni. Scritte nella storia della triade. Pier Ferdinando Casini è un politico a tutto sfondo. Era ragazzo quando cominciò appunto a fare «da sfondo». Le telecamere inquadravano Arnaldo Forlani, che ogni sera e a qualsiasi domanda rispondeva sempre: «Occorre una soluzione equilibrata e costruttiva», e dietro c’era lui che sorrideva. La telecamera si spostava a destra, ma di nuovo spuntava lui. Poi si spostava a sinistra, e lo sfondo era ancora lì. Però gli va dato atto della coerenza. Non ha mai voluto fare altro che la Democrazia cristiana. Prima che di Forlani, era scudiero del potentissimo Toni Bisaglia. Salito insieme a Clemente Mastella sul carro di Berlusconi dopo la tempesta di Tangentopoli, Pierferdi da 27 anni (la metà quasi esatta della sua vita) siede ininterrottamente in Parlamento e si è fatto un partito a sua immagine e somiglianza, uno scudocrociato in «mi settima». A differenza di Fini, però, non ha mai rinnegato le sue origini. Alle ultime regionali ha rispolverato la teoria dei due forni alleandosi a macchia di leopardo con il Pd e con il Pdl, a seconda delle convenienze, beccandosi l’appellativo di Ghino di Tacchino. Dice di detestare il leaderismo, ma l’Udc è un partito feudale, in cui comanda solo lui.
Tanto che un suo vecchio e navigatissimo sodale democristiano ricorda maliziosamente quanti pezzi si è perso per strada Pier dal 2001, quando è nata l’Udc: da Raffaele Lombardo a Sergio D’Antoni, da Paolo Cirino Pomicino a Gianfranco Rotondi, da Mario Baccini a Marco Follini, tanto per fare dei nomi. Perché? «Anche lui ha personalizzato il partito. Berlusconi ha fatto scuola, ha avvelenato i pozzi tenendo insieme gli inconciliabili grazie al carisma, ma ci riusciranno i suoi emuli?».
Francesco Pionati, che da Casini ha divorziato di recente, è molto più cattivo («Bisaglia diceva: ho due figli, uno bello, Casini, e uno intelligente, Follini»), non salva nulla del suo ex leader e racconta velenoso un episodio del 2006, quando a un convegno dell’Udc ad Avellino Pier gli allungò un foglietto con scritto «paggella», con due g. Un italiano così zoppicante da fare invidia ad Antonio Di Pietro. Chiosa Pionati: «Questo è il polo dei frustrati, tre mancati premier che ci riprovano per farci tornare nella palude».
A differenza degli altri due, comunque, Casini una piccola credibilità in più la può vantare: lui il centro lo presidia da sempre, mentre Fini e Rutelli vengono da storie così lontane che per vederli insieme in questo luogo geometrico della politica bisogna rispolverare le convergenze parallele.
Al giovane Rutelli il batticuore glielo davano i pacifisti. Alla vigilia di ogni 2 giugno, ricordano i suoi compagni dell’epoca, insisteva: bisogna sabotare la parata militare di via dei Fori Imperiali, la Nato, i missili, le centrali nucleari. Slogan: «Tutti gli eserciti sono neri». «Non più un uomo non più un soldo per l’esercito dei golpisti ». Chi non ricorda le sue manifestazioni in piazza San Pietro, con al collo il cartello «No al Concordato clerico-fascista», «Sì alla pillola, sì all’aborto»? O anche il suo aperto filocraxismo negli anni della sintonia fra radicali e socialisti, un patto che mirava a svuotare di voti e forza il Pci, per costruire una sinistra dove la forza maggioritaria fosse appunto radicalsocialista e non comunista?
Il cinguettio di Rutelli con gli ambienti craxiani era però eccessivo: questo gli rimproveravano i vertici del Partito radicale. E alcuni rimasero di sasso quando, nei giorni della caduta del leader socialista, sul palco di piazza Navona, lo sentirono urlare fra gli applausi dei militanti comunisti: «A Bettino Craxi non porteremo neanche il rancio in galera». Nel frattempo, il radicale era diventato Verde, anzi verde Arcobaleno tendente al rosso, tanto da avvicinarsi in breve tempo al Pci. Achille Occhetto lo candidò sindaco di Roma.
«Che bello, avremo un nuovo Ernesto Nathan» diceva qualche buon radicale pensando all’uomo che eresse il monumento a Giordano Bruno a Campo de’ fiori. Salvo poi accorgersi che invece c’era un sindaco bianco, molto attento all’immobiliare e al mattone. Perché, da verde e rosso, il primo cittadino nel frattempo stava diventando immacolato come la veste papale. Per i lavori del Giubileo riuscì a mettere insieme il gentiluomo del Papa Angelo Balducci e tutti i protagonisti della cosiddetta «cricca dei lavori pubblici » salita alla ribalta della cronaca nel febbraio di quest’anno. E sicuramente non mancarono mai fondi per fondare la nuova, cruciale formazione politica: la Margherita, servita a contrattare una posizione di forza con l’ex Pci-Pds-Ds nella nascita del Pd. Un posto dove Rutelli perse forza e da cui si affrettò a uscire per fondare l’Api.
Siamo all’emarginazione, ma come dice Roberto Maroni «l’unico effetto dell’operazione di Fini è rimettere in circolo un personaggio come Rutelli». C’è da giurarlo: l’ex radicale, verde, rosso, bianco ora proverà a cucirsi addosso l’abito grigio del leader moderato.
Il punto, però, è sempre lo stesso: che cosa hanno in comune Francesco, Pier Ferdinando e Gianfranco? Lo slogan del ricominciare da capo può voler dire tornare indietro. Ai tempi di un parlamentarismo perfetto, dei governi di coalizione, dove i partiti tirano, mollano e dividono. E dire che Fini faceva l’alfiere del bipolarismo, del presidenzialismo, dell’elezione diretta del capo dello Stato. Ma sul tappeto ci sono altre questioni, dall’etica all’immigrazione. Come potrà il nuovo Fini essere compatibile con le posizioni di Casini e con quelle del Partito popolare europeo a cui i triumviri del nuovo centro dicono di ispirarsi? Mistero della fede.
Oddio, un minimo denominatore comune esiste, ed è incontestabile: essendo tutti cresciuti a pane e politica, nessuno dei tre ha mai dovuto sudare per trovarsi un lavoro. Gianfranco, in particolare, deve tutto a una persona: Giorgio Almirante. Fu lui a imporlo come erede politico nominandolo leader del Fronte della gioventù nel 1977, nonostante fosse arrivato quinto al congresso, e preferendolo a Pino Rauti come segretario del Msi, dieci anni dopo. «Ma sbaglia chi pensa che Almirante lo abbia allevato» ripete Buontempo «e neppure Pinuccio Tatarella pensava a lui come a un leader: ritenendo di non potere essere lui il primo attore, ne scelse uno a cui non si dava credito di carriera».
Ma si sbagliavano, come si sbagliavano. Il trio giura di potere raccogliere un 15 per cento dei consensi: come si divideranno il successo non si sa (tutti scommettono su un problema di leadership che si manifesterà non appena il nuovo «polino» avrà visto la luce).
Nel frattempo, giova ricordare una frase del presidente della Camera, pronunciata un anno fa: «Vorrei che il Pdl fosse come la Dc della Prima repubblica, un partito del quale rimpiango l’ampio dibattito». Sarà per questo che sta mettendo in piedi un revival del centro che fu, ignorando che questo piccolo assembramento di ex fascisti, ex radicali ed ex dc, per come sta prendendo forma, assomiglia più a una Pantera Rosa che alla gloriosa Balena bianca.
- Lunedì 22 Novembre 2010
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Commenti
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Il 8 Dicembre 2010 alle 15:42 fercas ha scritto:
Ma il popolo bue le legge queste cosucce? Se si, domando, voterà i tre faccendieri? Cordialità.
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