

di Oscar Giannino
Più un potere è nuovo, meno risulta digeribile da quelli intonacati dal tempo. La cosa incredibile di Silvio Berlusconi è che, a distanza di 16 anni dalla sua trasfigurazione politica, nel potere vero italiano è ancora questa la massima che vale per lui. La legge che gli mette contro molto potere vero. La legge è di John Kenneth Galbraith, che parlava non del potere politico, ma di quello finanziario. Ciò di cui qui parliamo. Di gente che ha un senso etico ed estetico, ma soprattutto uno spiccato senso pratico. Il potere vero è lì, non nella politica, bloccata dall’esangue finanza pubblica, dai vincoli burocratici, dalla magistratura.
I capi storici dell’antiberlusconismo nei poteri forti sono due. Si tratta di Giovanni Bazoli, il presidente del consiglio di sorveglianza dell’Intesa Sanpaolo. E di Carlo De Benedetti, che dai tempi della guerra per la Mondadori con Silvio ha un conto aperto, come da lunga scia giudiziaria in attesa della pronunzia finale sul risarcimento richiesto dalla Cir. Per entrambi, contro Berlusconi è guerra di liberazione. La Repubblica dell’Ingegnere non a caso inneggia al 25 aprile. Se alla causa della liberazione La Repubblica ha finito per immolare uno dopo l’altro tutti i leader del Pds-Ds-Pd fino a oggi, non si sbaglia a immaginare che adesso, dietro il pieno sostegno a Gianfranco Fini del gruppo Finegil, sia in realtà Pier Ferdinando Casini l’esponente politico sul quale De Benedetti più confidi.
Per Bazoli, asceta montiniano e prodiano, di poche e scabre parole, la guerra non è stata mediatica. Anche se il Corriere delle spallate decisive da lui sempre ha tratto ispirazione, vista la natura eterogenea del patto di sindacato Rcs. È la finanza bazoliana quella che negli ultimi anni si è aperta a qualche disponibilità. Se non verso Berlusconi, verso Giulio Tremonti. È stato così per Giuseppe Guzzetti, capo storico della Fondazione Cariplo e presidente delle fondazioni bancarie in Acri. È lui ad aver negoziato con Tremonti il grande patto che ha portato nella nuova Cassa depositi e prestiti le fondazioni, e ad averne ottenuto la guida operativa con Gorno Tempini, dopo che già il presidente Franco Bassanini non era certo governativo. Grazie a Guzzetti il governo ha varato il Fondo per il social housing, nonché il neonato Fondo investimenti Italia.
L’amministratore delegato dell’Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, è di simpatie centrosinistre, ma in un’intervista al Sole 24 ore di Ferruccio de Bortoli destò scalpore: disse che Berlusconi aveva più forza ed era meglio di Romano Prodi. Fino a un mese fa, insistente nel criticare la lesina sulle infrastrutture.
Tramite Gianni Letta ha saputo triangolare con Palazzo Chigi su molte partite, dall’Alitalia in su. Ma all’estromissione di Alessandro Profumo dall’Unicredit si è fatto più prudente. Passera esercita molto più potere dove sta che in politica. Ha contatti riservati con tutti, dove non arriva lui è ancor più diplomatico Gaetano Miccichè, il capo del corporate che non è di sinistra.
Cesare Geronzi è storicamente il capo del fronte bancario moderato. Ha sempre avuto rapporti trasversalissimi. Della caduta di Berlusconi e Letta non gioirebbe. Ma da Telecom a Rcs, fino alla partita in corso nel gruppo Ligresti, non si può dire che dal centrodestra gli siano venuti in alcun modo aiuti. Anzi. Forse un premier meno «anomalo» di Silvio potrebbe essere di più aiuto, per le partite future in Unicredit, Mediobanca e Generali.
Chi pensa a Mario Draghi come esultante in prima fila per la caduta del governo, e magari interessato a una formula tecnica di esecutivo da presiedere, o non ci ha parlato oppure è un membro dell’opposizione, impaurito di chi possa rassicurare i mercati. No, Draghi non è interessato. Al Quirinale lo sanno.
Diverso è il caso di Alessandro Profumo. Lui sì, da uomo libero potrebbe essere una figura che la sinistra può giocarsi per il Tesoro. È sempre stato un convinto bipolarista di tendenza pd, non è facile immaginarlo in una marmellata da Fini a Nichi Vendola. Ci vorrebbe un governo con figure di livello internazionale, non partitico. Difficile.
La sorpresa è Giuseppe Mussari. Con lui l’Abi non è più copia sbiadita bazoliana. Guida il «rosso» Montepaschi, ma il rapporto con governo e Tesoro è stato ottimo. Così l’Mps è diventata banca «di sistema» insieme a Unicredit e Intesa. Per lui una sinistra al governo significherebbe meno autonomia.
Lo stesso vale per le organizzazioni storiche vicine alla sinistra degli artigiani come la Cna di Ivan Malavasi. O per la Legacoop, comunque a sinistra.
Le polemiche tra Il Giornale e la Confindustria non devono trarre in inganno. Sono accidenti, non sostanza. La base confindustriale a grande maggioranza sta con Berlusconi. Ma i suoi eccessi non piacciono più. Vedi la sferza di Antonio D’Amato a Capri. Soprattutto a chi lavora sull’estero. Sconfortato dallo scherno crescente all’Italia di giornali stranieri lontani dalla sinistra, dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung al Telegraph, al Figaro.
Il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia però sa che tra le piccole imprese la delusione per la lesina agli incentivi su ricerca, infrastrutture e costruzioni è diventata sempre più forte. Era contro le elezioni anticipate, non le piace un governo tecnico. Non è, la sua, una Confindustria ribaltonista, tanto meno «sinistra». Diverso ovviamente il discorso per il residuo côté vicino a Luca Montezemolo, per gli amici di Diego Della Valle.
Francesco Gaetano Caltagirone ha sempre fatto partita a sé. Non è di sinistra. Da Mps a Generali è cresciuto senza politica dietro. Con Casini, un domani, ha un ovvio asso in famiglia. Per i grandi gruppi pubblici in Confindustria, dall’Eni di Paolo Scaroni alla Finmeccanica di Pier Francesco Guarguaglini, un nuovo governo significa incertezze di riconferme, minor peso in Confindustria nei prossimi mesi.
Il maggior gruppo d’informazione per numero di copie in Italia, la più forte banca sul mercato interno: sono questi i due poteri antichi che non perdonano nulla a Berlusconi e vogliono la sua caduta come una rifondazione del costume. Dovessero pure derivarne crisi dei titoli pubblici e tasse patrimoniali, fughe di capitali e crescita ancor più bassa. Pronti a dire che la colpa a quel punto è tutta di Silvio e della sua banda di masnadieri.
- Mercoledì 24 Novembre 2010
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Commenti
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Il 24 Novembre 2010 alle 17:00 cantastorione ha scritto:
Se l’Italia fosse veramente un Paese d’Europa, come si sperava che fosse, e non un Paese che dipende dall’Europa come invece è, le cose sarebbero ben diverse… In ogni caso, De Stramaledetti e Bazoli hanno già fatto fin troppi danni in Italia… vadamo altrove con i lorosporchi giochetti di potere….qui sono invisi ai più…. (anche a sinistra…)
Il 29 Novembre 2010 alle 9:03 Così Bazoli e De Benedetti manovrano la finanza ostile al premier ha scritto:
[...] Così Bazoli e De Benedetti manovrano la finanza ostile al premier La corazzata di «Repubblica» e la maggiore banca italiana sono i capi storici dell’antiberlusconismo. Ma molti imprenditori, pragmatici, non li seguono. Read more on Panorama on line [...]
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