
La pubblicazione dei report del Dipartimento di Stato Usa da parte di Wikileaks farà discutere a lungo. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha parlato di “un 11 settembre per la diplomazia”. Un giudizio esagerato? Probabilmente no, visto che tutti i quotidiani e i siti internet del mondo riportano i contenuti di mail, dossier e quant’altro sia stato scambiato tra i vari responsabili delle ambasciate Usa nel mondo dal 2000 ad oggi, rischiando di compromettere la politica estera di Obama.
Si tratta di qualcosa come 250 mila documenti della diplomazia statunitense, di cui oltre 3.000 sull’Italia. Commenti di ambasciatori e diplomatici in cui, per esempio, Berlusconi viene definito “portavoce di Putin”, il presidente francese Sarkozy un “imperatore nudo senza seguito”, la cancelliera tedesca Merkerl “prudente e raramente creativa” e il premier russo Medvedev uno che “fa la parte di Robin, mentre Putin è Batman”. Giudizi su cui magari sorridere, ma ci sono anche cose più serie (come le pressioni dell’Arabia Saudita sugli Usa per una guerra contro l’Iran), molte delle quali non sono ancora state svelate e che probabilmente lo saranno nei prossimi giorni.
Ecco, di fronte alla tempesta mediatica di queste ore gli interrogativi, anche dai risvolti inquietanti, sono molti. Eppure, fra le tante domande, ce ne sono due forse più importanti delle altre: ossia, se anche gli Stati, in un certo modo come le persone, hanno diritto a una sorta di privacy e se sia corretto che un quotidiano o un sito internet pubblichi tutto questo materiale.
Certo il paragone tra una persona e lo Stato può apparire azzardato: molti i filosofi e i politologi del Novecento che hanno consigliato di non avventurarsi lungo questa strada, che molto spesso porta al totalitarismo; e tra fascismo e comunismo l’Europa ha già testato i risultati di questi regimi.
Eppure, altri autorevoli pensatori, negli scorsi decenni ci avevano avvertito di un pericolo: che certi meccanismi interni a una democrazia possano a volte metterla in pericolo. Si citano, in questi casi, la tolleranza di opinioni anti - democratiche (come tollerare, per esempio, movimenti che negano la democrazia, ai quali tuttavia in un sistema autenticamente liberale dovrebbe essere dato spazio in nome della libera espressione? Come tollerare l’intollerabile, insomma?) e la trasparenza contro il segreto di Stato.
Ossia, rendere noti a tutti quei fatti e quelle cose del potere che, a volte, l’opinione pubblica è meglio non sappia. Lo disse anche Norberto Bobbio: la difesa non - democratica della democrazia è l’eccezione della regola della trasparenza, l’importante è che non diventi normalità, altrimenti sarebbe patologia. Anche il filosofo francese Jacques Derrida, come ricorda oggi sul Secolo XIX Simone Regazzoni, scrisse di provare terrore di fronte “a uno spazio politico e pubblico che non conceda spazio al segreto”. “Se non si mantiene il diritto al segreto, si entra in uno spazio totalitario”, il suo avvertimento.
E vale per il privato quanto per il pubblico (in alcune circostanze), perché il dubbio verso la società assolutamente trasparente, quale ha in mente Wikileaks (o iniziative simili), è che essa possa provocare conseguenze peggiori sulla democrazia rispetto ai risultati cui si prefigge di arrivare, ossia migliorare la democrazia rivelando appunto tutti i segreti delle diplomazie.
E certo non si può chiedere ai giornali o ai quotidiani internet di non pubblicare queste notizie: il loro mestiere è appunto raccontare cosa avviene nei Palazzi del potere e di rendere noto (dopo aver fatto un’attenta valutazione) ciò che si ritiene rilevante per il proprio pubblico di lettori.
Ma tuttavia c’è qualcosa di preoccupante in Wikileaks, che non è una redazione, ma un sito in cui sono pubblicati documenti segreti provenienti dalla diplomazia dei vari paesi del mondo: l’anonimato (per altro comprensibile) di coloro che contribuiscono alla diffusione di certi materiali e la pubblicazione di documenti senza criterio, senza valutazione ci ciò che è rilevante e di ciò che non lo è. Ecco, due punti che dovrebbero far suonare un campanello d’allarme: il pericolo che la società trasparente di Wikileaks si trasformi in un’arma micidiale in mano proprio a coloro che la società trasparente, alla fine, non la vogliono affatto.
- Lunedì 29 Novembre 2010
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