Fuoco amico contro Ignazio La Russa


Ignazio La Russa: il ministro della difesa finito a difendersi dalle pallottole afghane e dal fuoco amico del Pdl

di Pietrangelo Buttafuoco

Certo la pregiudiziale è pesante: Ignazio La Russa ha la barba ed è interista. Il ministro della Difesa, poi, ha anche quel vocione così maschio. «Quando parli mi disturbi, Ignazio!»: così disse con il consueto tono scherzoso Silvio Berlusconi, glabro e milanista, durante un Consiglio dei ministri. E poi Ignazio è pur sempre quello che fa il partito, il Pdl, «o come diavolo si chiama», mentre Berlusconi non lo vorrebbe proprio il partito, o meglio: se lo tiene ma anche lo darebbe via. L’interista con la barba lancia dannunzianamente volantini agli afghani, si occupa di Nicola Cosentino, di Mara Carfagna, degli spot, del concerto di Biagio Antonacci e delle risse in Toscana. È una trottola senza freni, anzi è Rinaldo in campo, l’Ignazio. «Trenta secondi suoi risolvono più di 40 convention» dice il suo vero amico Maurizio Gasparri. E quando Ignazio ne fa una già ne ha organizzate 100, ed è questa iperattività che gli scatena fra i colleghi di partito, il Pdl, «o come cavolo si chiama», le insofferenze. Tutte recapitate a Berlusconi.

Quando Italo Bocchino, leader di Futuro e libertà, solleva il problema sull’emblema elettorale del Pdl: «Non potete usarlo, appartiene anche al cofondatore, Gianfranco Fini», il Cavaliere subito accarezza l’idea di squagliarlo subito, il partito. E di farne un altro. Nuovo di pacca e con una classe dirigente tutta rinnovata.

Insomma, la convivenza tra La Russa, coordinatore del Pdl (in coabitazione con Denis Verdini e Sandro Bondi) e il premier sembra essere cosa complicata. Rispetto agli yesman che fanno concime intorno al capo, uno come La Russa proprio non passa inosservato. A Milano, per dire, ancora ricordano la candidatura di La Russa alle europee come un knock-out sul muso della potente lobby ciellina. Berlusconi non voleva saperne, ma La Russa si candidò per schierare le forze in campo. E arrivò primo. Superando Mario Mauro, amico di Maurizio Lupi e luogotenente di Roberto Formigoni. Gente che porge l’altra guancia.

Discussioni milanesi deteriori logorano la pazienza del ministro e alimentano mugugni in Berlusconi. Anche gli amici di Letizia Moratti si lamentano di La Russa. E così i Brambilla della Michela Vittoria. E poi un’antica scoperta di La Russa, ovvero Daniela Santanchè, forte di un rapporto privato con Berlusconi, sempre più ascoltata in queste ore di deflagrazione, lavora ai fianchi il premier nel tentativo di neutralizzare il suo ex pigmalione.

Solo il potente ministro Giulio Tremonti ostenta serenità nei confronti di La Russa. Sono, infatti, due non contendenti. Seppur diversi, uno movimentista con il megafono, l’altro compassato accademico, i due avvocati vanno d’accordo e trovano tanto da lavorare su temi delicati: le missioni militari all’estero (sempre bisognose di fondi) e il rapporto con la Finmeccanica (fondamentale per gli armamenti).

Leggenda vuole che i denigratori lo abbiano additato a Berlusconi per il calcolo errato dei transfughi del Pdl verso Fli. Un pallottoliere meno accalorato aggiudica però al ministro uno e solo uno degli errori nel calcolo. Ma infine, a voler fare la conta, l’ultimo raduno degli ex An convocati dal ministro presso la Casa dell’aviatore un risultato lo ha dato: «Siamo il doppio di quelli passati a Fli». I lealisti sono 88 contro i 44 andati via con Gianfranco Fini.

La Russa è un attivista fattosi istituzione. Come ministro della Difesa ha ormai una consuetudine a districarsi fra le trincee di guerra in Afghanistan e mostra di non temere quelle che si ritrova in casa, nel partito o, come caspita si chiama, nel Pdl. Coltello tra i denti, è il caso di dirlo, è sempre il primo tra i soldati a ergersi a difesa di Berlusconi. Ancora poco tempo fa a Raitre, a Linea notte, dalla sua amica Bianca Berlinguer, ha perso le staffe ed è andato via in diretta strappandosi dal bavero i microfoni. S’era irritato per via di alcune caustiche notazioni su Berlusconi fatte da Stefano Menichini, direttore di Europa.

Celebre, quasi iconica, è rimasta nella memoria quella volta in cui sollevò per il collo un disturbatore in piena conferenza stampa: efficace più di 12 guardie del corpo. E sempre a difesa del suo Berlusconi. E ne sanno qualcosa anche i colleghi di partito o di coalizione, quando hanno un minimo cedimento verso il patto di fedeltà berlusconiana. Subito agguantati da La Russa. In punto di metafora, agguantati. Ovviamente.

Come nel caso di Claudio Scajola. L’ex ministro ha convocato i suoi fedelissimi. Sono più di 60 tra parlamentari e dirigenti, e ne ha fatto un gruppo, Fondazione Colombo, che per i maligni starebbe dialogando, diciamo così, con Fini. Malignità, appunto, subito acclarata da Ignazio.

Accanto ai nascenti gruppi, correnti, movimenti, fondazioni e sigle sorte nelle ultime ore all’interno del partito di Berlusconi c’è un nutrito elenco di episodi che fa di Ignazio La Russa il primo fra i combattenti della trincea del Cav. Ancora fino a poco tempo fa Berlusconi si rivolgeva a La Russa con il lei. Ha avuto sempre un reverente rispetto per i penalisti. E dovrebbe proprio essergli grato il premier, a La Russa, non fosse altro per non costringere il suo ministro a vestire i panni di Alberto Sordi.

Quello di quando, nel film, in pieno 8 settembre 1943, attonito, ignaro del tradimento e della fuga del re, si ritrova a chiamare il comando per dire: «L’alleato è passato al nemico». Accadde che nei giorni delle prime trattative con il transfuga Fini dal Pdl, valutando Berlusconi l’ipotesi di stringere un accordo con il presidente della Camera, nelle segrete stanze dovette sopportare il vocione e il pizzo di La Russa in un crescendo di decibel e di elettricità. Disse chiaro: «Se fai un accordo con Fini, in 10 minuti rifaccio Alleanza nazionale». Sono 88, il doppio di Fli.

Il vero macigno lavoratore all’interno del Pdl è Denis Verdini: più di La Russa e di Bondi, che sono impegnati nei rispettivi ministeri. Ma è la fisicità di Ignazio a occupare l’immaginario. Tutti lo vedono «troppo falco», ma il vero falco è Berlusconi.

Gasparri a voler dare un’idea del clima che si vive all’interno del Pdl, «o come cribbio si chiama», propende per un altro apologo, quello di Aldo Fabrizi che incontra un bimbo e gli chiede: «Cosa vuoi fare da grande?». «Il soldato» risponde il bimbo. «Ma bravo, così vai in guerra e ti spara il nemico». Il bimbo ci pensa sopra e subito corregge: «Allora voglio fare il nemico».

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