Noi che vogliamo farci preti. Come cambiano i seminari


Come cambiano i seminari. Noi che vogliamo farci preti

Crisi delle vocazioni e scandali svuotano i seminari italiani. Dal 1998 al 2008 i seminaristi in Italia, religiosi e diocesani, sono diminuiti del 10,6 per cento, passando da 6.315 a 5.646, e sempre più sono gli stranieri. Ci sono diocesi e congregazioni religiose di manica larga, che accettano cioè chiunque si proponga, salvo poi scontrarsi con la severità del Papa. È il caso di Luca Seidita, il giovane diacono che il 30 novembre si è suicidato a Orvieto dopo che la sua ordinazione sacerdotale era stata bloccata dal Vaticano. Altro caso: in seguito a una visita apostolica voluta dalla Congregazione per l’educazione cattolica, due seminari interdiocesani sono stati quasi chiusi per la leggerezza con la quale venivano ammessi candidati con tendenze omosessuali.

Ora il Vaticano e la Cei hanno deciso di voltare pagina con nuove norme e nuovi percorsi formativi. Panorama ha compiuto un viaggio nei seminari italiani e ha raccolto le voci dei protagonisti.

Anzitutto si punta ad alzare la qualità dei seminari, anche a costo di rinunciare a qualche vocazione. Come spiega don Vito Impellizzeri, rettore del seminario di Mazara del Vallo:

«Dobbiamo avere il coraggio di scegliere una proposta formativa impegnativa anche se questa rischia di scoraggiare alcuni giovani. La radicalità di una proposta alla fine attrae di più della superficialità. Ogni anno siamo costretti a respingere almeno metà dei giovani che chiedono di entrare nel nostro seminario perché ci accorgiamo che alcuni non sono adatti, e per altri la scelta è prematura. Chiediamo anche la consulenza di alcuni psicologi che ci aiutano a decifrare la personalità dei candidati».

Complice la scarsità delle vocazioni, i seminari italiani stanno profondamente cambiando: da grandi collegi si sono trasformati in piccole comunità. Salvatore Pavia, 27 anni, di Marsala, è diacono e tra qualche mese diventerà sacerdote.

«Nel nostro seminario siamo 13 e viviamo come in una famiglia. Le porte delle stanze sono sempre aperte, ognuno partecipa alla vita e agli studi dei propri compagni. Mangiamo insieme, trascorriamo con gli altri i momenti liberi, a volte alcuni invitano a pranzo o a cena anche i loro amici, le amiche, i vecchi compagni di scuola, e capita che usciamo tutti insieme. È un modo per crescere nell’amicizia e per imparare a mettersi in relazione anche con l’altro sesso senza complessi. Allo stesso tempo, lo studio è fondamentale. Vengo da una famiglia di contadini, la mia vocazione è nata in parrocchia. Però mi rendo conto che oggi il sacerdote deve essere preparato ad affrontare una società sempre più complessa. Per questo deve essere formato a sufficienza anche dal punto di vista culturale e intellettuale».

Per Stefano Isolan, 27 anni, seminarista a Fiesole (Firenze), la vita comunitaria è essenziale anche per la castità:

«Sono cresciuto a Loppiano, nella cittadella fondata da Chiara Lubich con il movimento dei Focolari. Avevo un po’ paura del seminario, temevo fosse un luogo un po’ triste, dove ognuno vive per conto proprio, isolato. In quello di Fiesole ho scoperto invece una realtà completamente diversa: si vive in comune, c’è molta gioia e allegria, si va insieme a fare attività pastorale nelle parrocchie oppure, semplicemente, si trascorre il tempo libero. Credo che l’amicizia, la vita comunitaria, l’esperienza dell’unità sia il modo migliore per custodire il celibato. È essenziale che il sacerdote non sia lasciato solo con i propri problemi, le paure, la fatica, ma abbia un luogo dove confidarsi, ricevere consigli e aiuto da altri sacerdoti. Prima di entrare in seminario sono stato consigliere comunale a Incisa e per un anno e mezzo sono stato fidanzato con Agnes, una ragazza coreana. Credo che il Signore l’abbia messa sulla mia strada per farmi sperimentare l’esperienza dell’amore di coppia ed essere più consapevole se sarò chiamato a seguire famiglie e fidanzati».

Molti giovani che vogliono farsi preti spesso vengono da esperienze forti compiute in seno a movimenti e associazioni. È il caso di Luca Speziale, 27 anni, di Pavia:

«Ero impegnato nel movimento di Comunione e liberazione ma non mi attraeva per niente la vita sacerdotale. Il prete mi sembrava una figura un po’ ammuffita, lontana dalla vita reale. Poi un’estate sono stato a Belo Horizonte in Brasile a trovare un sacerdote del movimento, padre Pigi Bernareggi, e sono rimasto affascinato. Per questo, dopo avere preso la laurea breve in ingegneria, ho chiesto di entrare nel seminario della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo. Nel nostro seminario siamo una quarantina, provenienti da tante parti d’Italia. A ciascuno viene affidato un compito: la biblioteca, le pulizie, la portineria, il coro e così via. I nostri educatori ci spingono soprattutto a essere molto liberi e spontanei nella vita di ogni giorno, a non avere paura della verità, anche se questo può provocare tensioni. Da qualche tempo stiamo riflettendo anche sull’uso delle nuove tecnologie nella vita sacerdotale: cellulare, internet, Facebook, iPhone. Ci rendiamo conto che questi non sono strumenti neutri, ma possono influire molto sullo stile di vita di un prete. Perciò ai giovani che entrano in seminario viene chiesto, per un anno, di rinunciare al cellulare e al computer portatile. Per quanto riguarda i social network, molti di noi non sentono l’esigenza di avere un profilo su Facebook. È meglio coltivare i rapporti personali».

Sono tanti coloro che arrivano in seminario dopo essere già entrati nel mondo del lavoro. Come Daniele Scorrano, 32 anni, di Gallipoli:

«Insegnavo storia e filosofia a Bologna, desideravo sposarmi e avere una famiglia. Ma, come canta Biagio Antonacci, “a volte il destino ha più fantasia di noi”. Due sacerdoti della Fraternità san Carlo sono venuti a insegnare nella mia scuola e vedendo la comunione che, pur così diversi, vivevano tra loro, ho capito che il desiderio profondo del mio cuore era seguire la loro strada. L’amore a Dio, agli altri e a se stessi non sono in contraddizione, anzi sono il medesimo amore. È questo stesso amore a decidere tutto: dall’uso del denaro alla gestione del tempo, dalla pulizia dei bagni allo studio. Per esempio, ogni anno ciascuno di noi verifica con i propri superiori le spese sostenute, perché la povertà non è non possedere nulla, bensì usare bene il denaro».

L’età media dei seminaristi italiani è notevolmente cresciuta. Uno dei casi più eclatanti è quello di Paolo Calzona, 62 anni, che sarà ordinato sacerdote l’anno prossimo. Nato a Catanzaro, laureato in economia, è stato dirigente d’azienda a Verona per 10 anni. Membro «numerario» dell’Opus Dei, è passato a occuparsi delle attività formative dell’Opera finché su richiesta del prelato è entrato nel Centro internazionale di Cavabianca, alle porte di Roma, dove studiano numerari e futuri sacerdoti.

«A Cavabianca siamo circa 150 tra studenti e professori di tutto il mondo. Siamo divisi in quattro gruppi. Al mattino la sveglia è alle 5.30. Messa, preghiera, colazione. Poi andiamo a prendere il treno per raggiungere la Pontificia università della Santa Croce. In genere per pranzo si torna in seminario e dopo mangiato chiacchieriamo in un clima di famiglia. Fino alle 19.30 studiamo. Dopo cena, ancora un’altra “tertulia”(il nostro chiacchierare), quindi preghiera e a dormire. A Cavabianca evitiamo visite di amici esterni, tranne in rari casi. È un modo per non distrarci. A 62 anni non mi pesa tornare all’università, anche perché ho studiato teologia per tutta la vita. Penso sia positivo arrivare al sacerdozio così tardi: porta nel clero una mentalità molto laica, aperta al confronto con il mondo».

Commenti

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Il 16 Dicembre 2010 alle 11:45 indigesto ha scritto:

La Chiesa si adegua ai tempi sempre troppo lentamente. Ciò era ancora possibile quando anche i tempi si evolvevano lentamente. Ora non è più così, e non serve riformare i Riti, occorre riformare il Clero.

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