Manifestazioni e violenza: quei bravi ragazzi che cercano il morto


Manifestazioni e violenza: quei bravi ragazzi che cercano il morto

Dopo la grande battaglia nel centro di Roma, la sera del 14 dicembre, i presunti studenti si sono ritirati compatti risalendo il Muro torto. Un serpentone di reduci eccitati dall’odore dei fumogeni e dagli scontri appena conclusi. I «bravi ragazzi» impugnano ancora pietre e bastoni. Uno urla al telefonino come un militare al fronte: «Stiamo contando le teste rotte». Un altro s’illumina: «È stata una meravigliosa giornata di guerriglia». Un ragazzino con la faccia da liceale è sicuro: «Era tanto che non mi divertivo così». Due giovani dibattono se quella sia la strada giusta per far cadere il governo Berlusconi. Giocano a fare la guerra, a darle di santa ragione, probabilmente senza capire di essere pedine di un risiko per loro imperscrutabile, di essere strumento di chi sogna di «defenestrare il tiranno» con le sommosse dopo non esserci riuscito nelle aule parlamentari. Anche a costo d’immolare un morto sull’altare della politica.

Come era successo a Genova il 20 luglio 2001, con Carlo Giuliani. Il 14 dicembre per le strade di Roma è stato girato il remake di quel film. Un militare della Finanza aggredito, la mano sul grilletto della pistola. Il colpo che questa volta, per miracolo, non parte. Ma il G8 di nove anni fa sembra non avere insegnato nulla ai politici, che salgono sui tetti delle università in segno di solidarietà con i giovani in mobilitazione permanente. Il 30 novembre, dopo i primi scontri di piazza, a Roma il segretario del Pd Pier Luigi Bersani giustificava a suo modo la violenza: «Se si è arrivati a questa tensione, è per irresponsabilità del governo che ha perso la testa e la presa sui problemi del Paese». L’ex ministro Barbara Pollastrini, addirittura, accusava l’esecutivo di «incitare nei fatti alla rivolta». Come non è dato sapere. Ma anche dopo le violenze del 14 dicembre c’è chi, come il deputato dell’Italia dei valori Leoluca Orlando, o la sua collega del Pd Anna Finocchiaro, ha cercato il nemico tra le forze dell’ordine: «Maroni ci dica chi erano gli infiltrati, da chi sono stati pagati e quali erano le loro intenzioni». Peccato che l’«infiltrato » fosse un estremista che ha rubato manette e manganello a un finanziere. La tesi del complotto è messa alla berlina persino sui siti dell’estrema sinistra, da Indymedia a quello della radio romana Onda rossa.

Uno dei tanti compagni in festa rivendica la paternità degli incidenti: «Non li hanno fatti i mostri o gli alieni». Un altro commenta: «I giornalisti vivono in un mondo tutto loro, gli scontri li hanno fatti gli studenti autonomi con gli ultrà e tanti altri». Certo, nei cortei non ci sono solo studenti, ma anche tifosi, disoccupati, immigrati, operai (con bandiere della Fiom), manifestanti stranieri, sia anarchici sia autonomi. Fra gli studenti in rivolta, per esempio, il 14 sventolavano i vessilli dell’Antifaschistische Aktion, una rete di militanti presente in Germania, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Grecia e altri paesi. Fra gli arrestati di martedì, però, c’era solo uno straniero, un parigino. Gli altri sono tutti italiani (età media 23,4), una sola donna di Nuoro, provenienti da molte regioni. In maggioranza sono romani, circa il 30 per cento, ma sono finiti in manette anche gruppetti di toscani (quattro) o genovesi (tre). Adesso le forze dell’ordine dovranno studiare le riprese degli incidenti per scovare i violenti che non sono stati bloccati. Da Torino erano calati alcuni duri del centro sociale Askatasuna e da Padova erano partiti 10 pullman di disobbedienti legati al Pedro.

In questi tempi di violenza senza senso, in cui chi protesta incendia cassonetti e autoblindo, bus e camion dell’immondizia, anche le parole possono essere pietre. O forse proiettili, che poi è difficile schivare. L’esercizio retorico di stilare liste di proscrizione di «servi» di Silvio Berlusconi o della Confindustria, recitato come un mantra da intellettuali e politici, ha avuto il risultato di armare le mani di chi non ha nulla da perdere. Sul sito di Onda rossa i disordini di Roma sono affiancati dai post sulle manifestazioni contro la Tav, la discarica di Terzigno e la costruzione dell’autostrada Roma-Latina. Si protesta contro tutto, basta opporsi a qualcosa. I bersagli possono essere in carne e ossa, o figurati: si va dal fumogeno lanciato in settembre contro il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, all’assalto delle librerie Mondadori, magari per distruggere i libri di Bruno Vespa, com’è successo a Genova. Ma i politici non sembrano vedere il mostro che alimentano. Il leader di Sinistra, ecologia e libertà, Nichi Vendola, aveva criticato la gestione dell’ordine pubblico nella capitale: «Impedire l’accesso a piazza Montecitorio agli studenti è un errore. Roma è stata blindata, come se dovesse essere invasa da un esercito di brigatisti». Chissà cosa avrà pensato quando poi i «suoi» studenti hanno messo a ferro e fuoco il centro.

La prossima tappa della rivoluzione per studenti sarà il 22 dicembre: in Senato è previsto il voto definitivo sulla riforma Gelmini. C’è da scommettere che tutte le anime della ribellione vorranno tornare a Roma, o magari depistare per darsi appuntamento altrove. Ma la protesta non si concluderà quel giorno. Il movimento è ambizioso. Sull’home page del network universitario Uniriot c’è chi si vanta di avere esportato a Londra la moda degli scudi di gommapiuma a forma di libro (i book-block). L’obiettivo: mettere in collegamento le rivolte, da Parigi alla Grecia. Indymedia il 15 dicembre annota con soddisfazione: «Dopo Londra e Roma, anche Atene s’infiamma». In attesa che pure questo movimento possa piangere il suo martire.

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