Afghanistan: la guerra di un soldato italiano

Il caporal maggiore Franco DeAngelis, 26 anni, alpino del 9° reggimento L'Aquila

Il caporal maggiore Franco DeAngelis, 26 anni, alpino del 9° reggimento L'Aquila

Per un anno, giorno dopo giorno, un fotografo e un inviato di Panorama hanno vissuto con uno dei nostri soldati impegnati in Afghanistan. Tra imboscate, speranze di pace e voglia di casa, uno straordinario reportage fotografico sui dodici mesi del caporalmaggiore Franco De Angelis. Le fotografie sono di Mauro Galligani, i testi di Fabrizio Paladini.

——————————————————————————–

Il mio alfabeto di guerra e di pace
Di Franco De Angelis - testo raccontato da Fabrizio Paladini

Addestramento. La missione è il completamento dell’addestramento e non viceversa. Un militare è diverso da un civile. Educazione, rispetto, barba fatta, marciare e obbedire fanno parte dell’essere militare. Vinsi il concorso per volontario a ferma prolungata per 4 anni e arrivò il 9° alpini dell’Aquila. Ero diventato un fuciliere a 950 euro. Mi dissero: «L’Italia è piena di militari, qui ci sono i soldati». Studiavo armi, mezzi, topografia, trasmissioni, pronto soccorso, tutte cose di cui non capivo e non sapevo niente. Qui mi piaceva di più, non era solo marciare e attenti-riposo. Era cominciato il mio lavoro. Ci hanno detto: «A maggio si va a Kabul». Si viaggiava, ci si muoveva, finalmente. L’addestramento crea la squadra che è il sostegno maggiore di tutta la vita militare. Il soldato da solo non va da nessuna parte.
Browning. È la mitragliatrice americana, un’arma contraerea, calibro 12,7 x 99 Nato, 100 colpi in cassetta. Forse anche troppo grossa per una ralla. Cos’è una ralla? È quella che comunemente viene chiamata torretta. I miei erano contrari e spaventati. «Sei l’unico allo scoperto, il più esposto». Un rallista deve saper osservare, comunicare i pericoli, deve saper reagire, saper usare la sua arma, la Browning o la Mg. La prima è più pesante da armare, ci vuole forza, l’Mg è più leggera.
Casali di Aschi. Il mio paese: 800 abitanti, frazione di Gioia dei Marsi, provincia dell’Aquila. Ho sempre vissuto lì. Ci si conosce tutti, tutti sanno tutto. Chiunque passa ti saluta. Il posto che mi piace di più è Le Grippe, un piccolo altopiano dove ci sono le case diroccate del terremoto del 1915 e dove una volta vivevano i nostri nonni. Quando posso vado su, ci portiamo la carne, gli arrosticini, salsicce, carne di pecora, e mi siedo, guardo la piana del Fucino, Celano, Avezzano.
Dylan Dog. Più che un fumetto, un compagno di viaggi. L’ho scoperto di recente, al G8 all’Aquila. Dentro c’è un personaggio che si chiama Groucho, in onore di Groucho Marx, e fa battute che ti fanno morire. Mi ha affascinato, c’erano storie gialle, esoteriche, misteriose. Ho cominciato a comprarle tutte, a cercare su internet le serie già uscite. Oggi ho più di 200 storie e devo riuscire a completare la raccolta.
Esercito. È la mia seconda famiglia. Ci vivo 8 ore al giorno. L’ho scelto per la sicurezza economica. Per un ragazzo di 20 anni avere uno stipendio è una bella tranquillità. Intorno vedi tanti amici che non trovavano lavoro. Io stesso ho sgobbato in campagna per anni, raccoglievo carote per 4 euro l’ora. Lavoravo per i miei. Una piccola parte la tenevo per me, 200 euro mi bastavano, i soldi li lasciavo a casa.
Mia madre mi ha sempre insegnato che a riempire il sacco ci vuole tanto tempo e per svuotarlo basta poco. Oggi guadagno 950 euro più, quando vado in missione, 133 euro al giorno. Quindi 4 mila euro netti. Per sei mesi. Con quelli della prima missione ho comprato una macchina. Questi li metto da parte e si vedrà, il prossimo anno si sposa Federico, mio fratello carabiniere, e dovrò fargli un superregalo. Essere un alpino vuol dire una tradizione antica, è l’orgoglio di molti vecchi quando ti vedono. Non siamo fanatici, aiutiamo la popolazione. Terremoto o Afghanistan, non fa differenza. Un alpino non sbuffa, non si tira indietro, riflette, risponde con calma e quando serve si rimbocca le maniche.
Famiglia.Teresa e Giustino. E Federico a cui devo tantissimo. Dei miei genitori mi ha sempre impressionato la loro voglia di vivere per noi. Si sono sempre ammazzati di fatica per darci il massimo e non farci mancare nulla. Mio padre era operaio in una fabbrica di tubi di rame a Sulmona, mamma ha sempre lavorato in aziende agricole. Oggi esce all’alba e rientra la sera per 4,20 euro l’ora. Mi hanno insegnato il rispetto, l’educazione, l’essere gentile, l’onestà, il lavoro, mai il guadagno facile. Dal 2008 c’è Eleonora. Ci siamo conosciuti su internet durante la prima missione a Kabul. Eleonora è il presente e il futuro, a 22 anni è già una donna, sa gestire una casa, viviamo già insieme a Marruci, vicino all’Aquila.
Garçon. È il soprannome che mi ha dato la squadra durante la prima missione. Ci sono quelli che si fanno chiamare Rambo o Shoot, nomi truculenti di armi o stupidaggini del genere. Io ero l’ultimo arrivato e se c’era da prendere il caffè o le pizze o i cornetti tutti mi dicevano: «Garçon, va’ a prendere le pizze». Mi piaceva quel nomignolo, era umile. Ma noi siamo un gruppo così, gli altri? Si chiamano Peter Pan, Attila, Panda, Cip e Ciop, Binocolo, Mazinga. Beh, certo non incutiamo paura con i soprannomi.
Hercules. La prima volta fu emozionante. È un aereo militare, con i posti tutti in fila per lungo. Ci si mette le cuffie per non sentire il frastuono dei motori o l’iPod con la musica: Rino Gaetano, i Nomadi, i Led Zeppelin, comunque rock o musica italiana. Una canzone che ascolto sempre è Soldato dei Nomadi, dice: «La vita di un soldato è un’uniforme nuova, una foto così allegra e orgogliosa, stretto forte a mamma col vestito nuovo». L’Hercules è il mezzo con cui entri «in teatro», il mezzo di passaggio. Vedi il portellone che si chiude e fuori c’è la vita normale e, quando si riapre, sei in zona di guerra.
Internet: è fondamentale. Spendiamo 20 euro al mese per averlo in branda. Cos’è? È Il mezzo di comunicazione per vedere tutto quello che accade, molto meglio del telefono e più economico. È il legame. Se al telefono tua madre ti dice che si è tagliata i capelli, su Skype la vedi. Poi parli con la ragazza e la vedi. La prima volta che rividi i miei si erano fatti prestare un pc da un vicino di casa e fu un colpo. C’erano tutti, mamma mi mostrava una maglietta che aveva appena comprato, zia piangeva. Io cercavo di sorridere, ma ero più emozionato di loro.
Licenza. È il primo anno che ci sono andato, l’altra volta ho fatto sei mesi continui. Quindici giorni ti servono tantissimo, mi hanno fatto recuperare calma, serenità. La prima cosa che ho fatto è stata andare al cimitero da mia nonna Maria: l’avevo salutata da viva e la ritrovavo morta. La seconda è stata trovare un po’ di intimità con Eleonora. Poi ho organizzato un picnic in montagna con mio fratello, ho aiutato mio padre in campagna, sono andato al mare.
Mancanza. Quando sei in missione, le mancanze arrivano col passare del tempo. All’inizio c’è da sistemarsi, c’è la novità e per il primo mese non ci pensi. Poi arriva. Di solito la sera, dopo cena, finito di lavorare, non dormi ancora e inizi a pensare. La prima cosa che manca è la fidanzata. Ti mancano le coccole e il sesso. Il contatto. Manca il fare l’amore che è differente dal fare sesso. Poi manca la famiglia, gli amici, le serate da soli a guardare la tv stretti stretti appiccicati con Eleonora a non far niente.
Notte. La notte è speciale. Il cielo si accende, si spegne il caos del giorno, va via la tensione e il cielo è la fine del mondo. È un momento di riposo ma anche di lavoro: guardia in garitta, o sui Lince in giro. Si fa prevalentemente osservazione, è quello il momento in cui i talebani piazzano gli ordigni e tu li scruti con telecamere termiche e visori notturni. Ci sono notti in cui non hai sonno e ti metti a guardare il cielo. C’è una stella sempre più luminosa, che si vede per prima, mi dicono sia Venere, la stella dell’amore. E penso. Penso che manca tanto o manca poco, a Eleonora. È bello anche fare il turno di guardia, di notte. Perché, mentre tu sei lì, i tuoi fratelli di quell’esperienza così unica riposano tranquilli, sanno che tu li proteggi e si fidano di te.
Obiettivi. Un mio obiettivo: comandare una squadra in una missione. È un altro pezzo di responsabilità: sono 10 cristiani che dipendono da te, che devono fare bene le cose e portare sempre a casa la pelle. Vorrebbe dire che qualcuno si fida di me così tanto da darmi questa responsabilità. Poi una famiglia. Cioè un matrimonio e un paio di figli. Voglio proseguire la mia dinastia. Sono orgoglioso dei De Angelis.
Paura. Non sono Rambo e ho paura. Ce n’è tanta. Quando esci. Quando rientri è una liberazione, scarichi le armi. Paura di sbagliare, paura di quello che potrebbe capitare. Se pensi che magari muore qualcuno per una tua sottovalutazione, un tuo errore. La paura è necessaria per il coraggio. La paura ci sta sempre: rifletti e capisci cosa devi fare, come devi reagire. Non ho mai conosciuto un solo soldato del mio plotone che abbia detto «io non ho paura». E se me lo dicessero non ci crederei. Perché la paura è segno di intelligenza. E se mi devo far difendere preferisco lo faccia una persona intelligente piuttosto che una stupida.
Quacquaracquà. Ci sono persone che pensano solo ad arrivare, e per arrivare in alto sfruttano gli altri, li usano. È il contrario del concetto di squadra dove tutti aiutano tutti senza prendersi meriti.
Il quacquaracquà è uno scorretto, parla senza sapere le cose. È quello che parla al plurale: facciamo, diciamo, andiamo. Preferisco chi fa valere le sue opinioni anche se non le condivido a quello che tace perché ha paura di dire quel che pensa. Amo chi difende i suoi uomini.
Riposo. È fondamentale per poter fare bene il proprio lavoro. Quando sei in missione, sei sottoposto a notevoli stress fisici e ambientali. Quindi, se in tenda hai l’aria climatizzata e un materasso, è importante perché riposi davvero. Se dentro hai 47 gradi e una branda scomoda, ti addormenti solo quando sarai stremato e non recupererai davvero mai le forze. Un soldato stanco è un soldato meno attento ai pericoli e alle minacce che lo circondano. E quindi non è utile, anzi può essere dannoso.
Squadra. Seconda squadra del primo plotone, 143ª compagnia, battaglione L’Aquila, 9° reggimento alpini: comandante di squadra caporal maggiore scelto Franco Giorgio, detto Dorian. Vicecomandante primo caporal maggiore Massimo D’Amato, detto Max. Caporal maggiore Roberto Andreotti, detto Roby. Caporal maggiore Francesco La Mura, detto Ciccio. Caporal maggiore Claudio Todaro, detto ‘o Cinese o Crisantemo. Caporal maggiore Fabrizio Di Rocco, detto Mazinga. Caporal maggiore Roberto Romano, detto Alejandro. Caporale Stefano Valletta, detto Fatone. La squadra è tutto, c’è automatismo. So come guida Roberto, so cosa dice Claudio, so come si comportano tutti. Ci frequentiamo anche nel tempo libero. Ci proteggiamo l’un l’altro, ci aiutiamo, ci sosteniamo nei momenti difficili o dolorosi.
Talebani. Sono il nostro maggior pericolo. Non tanto perché siano chissà quali guerrieri, ma perché sono invisibili, nascosti. Gli afghani non sono tutti talebani. C’è un mucchio di gente perbene, uomini buoni, che lavorano sodo, che pascolano le bestie. Noi cerchiamo di instaurare un buon rapporto, portiamo cibo, curiamo gli animali, curiamo loro, costruiamo scuole, scaviamo pozzi, distribuiamo alimenti. Non usiamo mai la forza per entrare, non puntiamo le armi contro nessuno, trattiamo bene i bambini, cerchiamo di rispettare le loro tradizioni senza offenderli. Ci proviamo sempre. Ma non tutti lo capiscono.
Uniforme. Sul lavoro va portata, con decoro e con rispetto. Quando la indosso sono orgoglioso. L’Esercito è uno e la divisa è una. Siamo tutti uguali, è una cosa democratica. Scarpe pulite, mimetica in ordine, nessuno deve sentirsi più alla moda, o più ricco, o più colto. La divisa da libera uscita non mi piace, è scomoda. Per me la divisa è la mimetica.
Vtlm. Veicolo tattico leggero multiruolo, ma per tutti noi è il Lince. Una scatolona di ferro e vetri blindati, la tua protezione, la tua assicurazione sulla vita. Vtlm è, soprattutto in Afghanistan, l’aria e la polvere. L’aria che spesso di sotto manca e che mi sveglia e mi fa stare più attento. La polvere che arriva con il vento caldo e che ti nasconde un po’ tutto, ti entra nelle orecchie e nel naso e che poi, a sera, mandi via con una bella doccia. L’acqua calda che trascina nello scarico la terra e la paura e ti fa dire in silenzio: anche oggi è andata.
Zucchero. Un cucchiaino e mezzo nel primo caffè, appena svegli, prima dell’attività, possono essere le 3, le 4. Un’ora prima di tutto, nella stanzetta della nostra tenda. Si decide chi sa farlo meglio. Di solito tutti provano a farlo male così si viene scartati. Per noi il prescelto è Fabrizio Di Rocco, con la cremina. Lo zucchero è fondamentale, non poco, non troppo. Così ti sembra di iniziare bene. Anzi meglio.

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Devi aver fatto log-in per inserire un commento.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101