Per un anno, giorno dopo giorno, un fotografo e un inviato di Panorama hanno vissuto con uno dei nostri soldati impegnati in Afghanistan. Tra imboscate, speranze di pace e voglia di casa, uno straordinario reportage fotografico sui dodici mesi del caporalmaggiore Franco De Angelis. Le fotografie sono di Mauro Galligani, i testi di Fabrizio Paladini.
- Franco ha appena saputo che andrà in Afghanistan
- Il caporal maggiore Franco DeAngelis, 26 anni, alpino del 9° reggimento L’Aquila
- Comincia l’addestramento al poligono di Monteromano
- A lezione di Ied. Ied vuol dire improvised explosive device: si tratta di ordigni artigianali fabbricati dai talebani e nascosti sotto la sabbia, ai margini della strada e azionati con telecomando o con la pressione del peso degli automezzi. Purtroppo, quando si devono contare delle vittime fra i soldati, la colpa è sempre degli Ied. Qui Franco è al corso Ied counter che si svolge a Moncalieri prima di ogni missione.
- Domenica a casa, davanti alla chiesa di Gioia dei Marsi
- L’addio tra Franco ed Eleonora avviene la sera prima della partenza a Ladispoli, dove vive la famiglia di lei. Non saranno le uniche lacrime. Franco e la sua fidanzata si sono conosciuti su internet durante la prima missione del soldato a Kabul. Lei aveva scritto una cosa su un blog che riguardava i caduti italiani, lui l’ha letta e ha cominciato a scriverle. Si sono messi insieme senza essersi mai visti.
- La vita del soldato non è solo tensione, pericolo e fatica. Ovviamente ci sono le ore da passare alla base, quando non sei in servizio. Qui la squadra gioca, ride, scherza, racconta. Qui si commenta l’ultima telefonata, la piccola crisi con la ragazza, ci si sostiene a vicenda. In alto (aprile), il rito di «barba e capelli» rigorosamente tagliati a zero con la macchinetta. In alto a destra (maggio), si prova un nuovo mirino per il fucile in dotazione.
- Scendi da un aereo normale ad Abatin, la base italiana negli Emirati Arabi, e aspetti. Ti danno una brandina e ti butti nella prima notte calda fino a che non arriva l’alba del giorno dopo. I soldati diretti in Afghanistan passano tutti di qui. Chi dorme, chi fuma, chi beve caffè, chi naviga su internet grazie alla connessione wireless. Alle 6 ci si imbarca sul C-130 Hercules alla volta di Herat. Sarebbe un viaggio breve, se si potesse sorvolare l’Iran, ma il governo di Teheran non dà il permesso e così bisogna scendere in Pakistan per poi risalire in Afghanistan. Quattro ore nel più famoso aereo da trasporto truppe del mondo. I previdenti hanno i tappi per le orecchie e dormono pure. Franco (secondo da sinistra) ha letto quasi sempre «La falange armata» di Carlo Lucarelli.
- Al bar di Gioia dei Marsi si festeggia la partenza per Herat di Fabio Berardini, il miglior amico di Franco. Sempre insieme: elementari, medie, istituto agrario e adesso anche la stessa compagnia, la 143ª detta «La Scassata», del 9° alpini. Franco partirà un po’ dopo e i due si ritroveranno nella base di Bala Baluk. Sullo sfondo Franco applaude allo spumante ed Eleonora se la ride.
- Cosa portare? Una missione di sei mesi richiede un bagaglio grande e pesante. Ma si finisce sempre per lasciare cose necessarie e portare cose totalmente inutili. L’esperienza ti aiuta e la seconda volta va meglio della prima. Lo zaino di Franco, per quanto capiente, non potrà mai contenere tutti i vestiti che ha disposto sul lettone della vecchia casa di Montereale dove viveva con Eleonora. Ora ne hanno una nuova.
- Domani parte l’amico del cuore: si festeggia al biliardo
- 8 maggio, oggi siamo a Todnak per il MedCap. Significa che il convoglio di Lince si muove con un piccolo centro medico al seguito. Si va nel villaggio, si pianta le tenda con la croce rossa e si aspetta la popolazione che viene a farsi visitare. Il tenente Giuseppe Ferro è un medico di Mazara del Vallo, ha 26 anni ed è alla sua prima missione in Afghanistan. Ha anfibi e camice bianco mentre tutto intorno Franco e gli altri alpini controllano il territorio. Tutti coloro i quali vanno a farsi visitare vengono perquisiti, anche se hanno un bambino in braccio: non si sa mai. Tanti uomini, molti anziani, tantissimi bambini, quasi mai una donna. Gastriti, sciatalgie, allergie, reumatismi, funghi: per tutti una iniezione, una pomata, un antibiotico.
- È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità.
- È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità.
- È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità.
- È il 1° maggio ma si lavora come sempre. Si va a Waryah perché il capitano Mario D’Angelo, comandante della 143ª compagnia del 9° reggimento alpini, deve incontrare un capovillaggio. Gli incontri sono periodici e sono molto importanti: da questa piccola diplomazia dipende molto spesso la sorte dei nostri soldati. Un buon rapporto con un villaggio consente spesso di evitare imboscate e trappole esplosive sulle strade. In cambio i nostri soldati portano aiuti alimentari, assistenza medica, scavano pozzi per l’acqua. Quando si entra in un centro abitato è obbligatoria molta attenzione, non si sa mai chi si ha di fronte, né chi si nasconde nelle case. Al tempo stesso si deve essere gentili, non si devono mai puntare le armi contro i civili. Coniugare il fucile con il sorriso è cosa difficile. Ma pare che gli italiani siano tra i più bravi in questa specialità.
- Di solito si vive la sera. Dopo cena, fatta la doccia che toglie lo sporco e i brutti pensieri. La sera è il momento dei saluti a casa e dei «ti amo». Tutti su internet, tutti in chat con mogli o fidanzate, tutti con webcam al seguito, tutti con cuffie e microfono per avere un po’ di privacy, anche se poi i compagni di tenda sanno tutto di tutti. A sinistra c’è Max, al centro Franco, a destra Roberto.
- Franco è arrivato a Bala Baluk, la sua prima pattuglia
- Non è comoda la vita a bordo del Lince. Ma la comodità è l’ultimo dei pensieri, quello che conta è che la blindatura regga in caso di attacco o, peggio, di esplosione. A volte i Lince hanno retto bene, altre volte, quando le cariche erano più potenti, sono saltati in aria e non hanno protetto i nostri soldati. Franco è quello in piedi, quello che sta «in ralla», con la vista migliore e l’arma più pesante. Al suo fianco Massimo.
- Il rito della grattachecca con i compagni di squadra
- Qui accanto (luglio), nella mensa, il momento della consegna dell’encomio solenne ad alcuni soldati particolarmente bravi: la truppa applaude divertita.
- Ecco cosa si vede dal sedile posteriore di un Lince. Lo squarcio di luce cattura una colonna di mezzi in pattugliamento fra le colline di Qal Kal Em, tra Herat e Farah. Ovunque polvere e vento. Ovunque il gracchiare della radio di bordo. Ovunque armi pronte all’uso. Di solito con i mezzi italiani ci sono anche i veicoli dell’esercito afghano: addestrare i soldati locali renderà più facile terminare la missione.
- Un Chinook Ch47 atterra davanti alla base
- Franco è appena atterrato a Fiumicino e nel bar dell’aeroporto romano tiene fra le braccia la sua Eleonora, che non incontrava da più di quattro mesi. Questi 15 giorni a casa spezzano la tensione di tanti giorni vissuti in mezzo a difficoltà ambientali e pericoli, ma non tutti chiedono di andare in licenza. Secondo molti, infatti, lo stress del dovere un’altra volta salutare tutti e ritornare in missione è troppo grande.
- E’ il compleanno di Franco. Il suo compagno Fabio Tufo tiene una candelina accesa con la molletta dei panni, Franco soffia sui suoi 26 anni, una bottiglia di spumante gentilmente offerta dal tenente Luigi Carrera, comandante del 1° plotone, una rudimentale sangria e il coro di «Happy birthday to you»
- Di pattuglia in un villaggio dove si fa assistenza sanitaria
- Sono le 5 di mattina e gli alpini della 143ª compagnia stanno bonificando il villaggio di Nowabao. Come se niente fosse, donne e bambini sono già alla fontana a fare provviste d’acqua per il giorno.
- In questa foto Franco è a Shewan durante la distribuzione di generi alimentari. Al passaggio dei blindati capita spesso di vedere questa scena: i soldati dalle torrette dei Lince lanciano bottiglie di acqua minerale ai bambini e quelli rispondono tirando sassi. Più che un gesto aggressivo o di rifiuto degli aiuti è quasi diventato un gioco, ma che comunque non fa piacere.
- Settembre Tra le missioni operative con le armi in pugno e i momenti di relax passati a ridere o a riposare c’è di mezzo la famigerata corvée. Quando tocca, tocca: e allora bisogna pulire le pentole, servire colazione, pranzo e cena, sbucciare quintali di patate (eccoli qui), pulire i gabinetti. Un lavoro oscuro e poco gratificante che qualcuno deve pur fare e che può diventare anche un’occasione per scherzare un po’.
- Il rapporto con la popolazione viene prima di tutto. Questo ripetono sempre i soldati che vanno in Afghanistan: dal primo generale all’ultimo caporale. Tutti hanno capito infatti che solo costruendo con gli abitanti una relazione salda si può fare in modo che la parte militare venga ridotta solo allo scontro con i ribelli, gli «insurgents» o talebani che dir si voglia. E che si affretti la exit strategy.
- Distribuzione dei viveri nel villaggio di Shewan
- Ospedale militare spagnolo di Herat, c’è un collega ferito.
- Sempre il 19 ottobre, poche ore dopo, mamma Teresa si gode il sospirato premio del rientro. Una carezza sul volto di Franco mentre lui tocca la mano di Eleonora. Le donne di casa De Angelis sono tutte e due molto forti e molto ironiche. La madre si sveglia tutte le mattine alle 4 e va a lavorare in una azienda che produce carote. Eleonora studia con profitto scienza dell’investigazione all’Aquila.
- È il 17 ottobre, siamo sul C-130 Hercules in volo da Herat ad Abu Dhabi. L’Afghanistan è ormai alle spalle. Il soldato che dorme senza elmetto è il colonnello Franco Federici, comandante del 9° reggimento alpini che ha coordinato dalla base di Farah tutte le operazioni dei suoi uomini. Da poco Federici ha lasciato il reggimento e ha preso servizio al Coi, il Comando operativo di vertice interforze.
- 19 ottobre, sono le 8 del mattino: dopo il lungo viaggio di ritorno, le poche ore di riposo in branda, le analisi del sangue, finalmente Franco è tutto per i suoi cari. Qui è davanti alla caserma dell’Aquila e incontra papà Giustino. Per Franco i suoi genitori sono la luce più grande. «A loro e a mio fratello Federico devo tutto, mi hanno insegnato la dignità e l’onestà e questi valori li porto sempre con me».
- Domenica 17 ottobre ore 13: Franco si incammina lungo la pista dell’aeroporto di Farah. Da qui andrà a Herat dove resterà altri due giorni prima del rientro in Italia. Davanti a Franco c’è un soldato con uno strano involucro: lui è l’alfiere e quello è il contenitore della bandiera di guerra del 9°reggimento alpini. Quando la bandiera torna a casa, la missione è finita.
- L’uccisione del maiale è sempre una data fondamentale. Una volta era proprio una festa, con i parenti e i vicini che venivano e tenevano fermo l’animale mentre il capofamiglia lo sgozzava. Dopo, tutti a tavola per ringraziare. Oggi è tutto diverso: a uccidere il maiale pensa il macellaio e al posto del coltello c’è una speciale pistola. Ma è sempre un evento: salsicce, prosciutti, bistecche, braciole, filetto, cotiche, nervetti… non si butta niente, come dice il proverbio, e si fanno provviste per l’inverno grazie a un bel freezer. Per Franco, dopo la parentesi afghana, significa il ritorno a casa, alla sua campagna, alla vita contadina che ha nel sangue e di cui va orgoglioso. Tra poco tocca a un altro maiale: è femmina e bisogna aspettare la luna calante. L’evento è fissato per il 21 gennaio.
- Con l’uccisione del maiale Franco torna alla vita di sempre
- Con il fratello e la fidanzata: l’8 dicembre si fa l’albero
- Natale 2010 in casa De Angelis. Tutti insieme nel salotto di casa. Franco è tornato da poco dalla sua seconda missione in Afghanistan e mamma Teresa se lo gode un po’ dopo sei mesi di apprensione. Da sinistra: il padre Giustino, il fratello Federico in divisa da carabiniere e, a destra, la fidanzata Eleonora.
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Il mio alfabeto di guerra e di pace
Di Franco De Angelis - testo raccontato da Fabrizio Paladini
Addestramento. La missione è il completamento dell’addestramento e non viceversa. Un militare è diverso da un civile. Educazione, rispetto, barba fatta, marciare e obbedire fanno parte dell’essere militare. Vinsi il concorso per volontario a ferma prolungata per 4 anni e arrivò il 9° alpini dell’Aquila. Ero diventato un fuciliere a 950 euro. Mi dissero: «L’Italia è piena di militari, qui ci sono i soldati». Studiavo armi, mezzi, topografia, trasmissioni, pronto soccorso, tutte cose di cui non capivo e non sapevo niente. Qui mi piaceva di più, non era solo marciare e attenti-riposo. Era cominciato il mio lavoro. Ci hanno detto: «A maggio si va a Kabul». Si viaggiava, ci si muoveva, finalmente. L’addestramento crea la squadra che è il sostegno maggiore di tutta la vita militare. Il soldato da solo non va da nessuna parte.
Browning. È la mitragliatrice americana, un’arma contraerea, calibro 12,7 x 99 Nato, 100 colpi in cassetta. Forse anche troppo grossa per una ralla. Cos’è una ralla? È quella che comunemente viene chiamata torretta. I miei erano contrari e spaventati. «Sei l’unico allo scoperto, il più esposto». Un rallista deve saper osservare, comunicare i pericoli, deve saper reagire, saper usare la sua arma, la Browning o la Mg. La prima è più pesante da armare, ci vuole forza, l’Mg è più leggera.
Casali di Aschi. Il mio paese: 800 abitanti, frazione di Gioia dei Marsi, provincia dell’Aquila. Ho sempre vissuto lì. Ci si conosce tutti, tutti sanno tutto. Chiunque passa ti saluta. Il posto che mi piace di più è Le Grippe, un piccolo altopiano dove ci sono le case diroccate del terremoto del 1915 e dove una volta vivevano i nostri nonni. Quando posso vado su, ci portiamo la carne, gli arrosticini, salsicce, carne di pecora, e mi siedo, guardo la piana del Fucino, Celano, Avezzano.
Dylan Dog. Più che un fumetto, un compagno di viaggi. L’ho scoperto di recente, al G8 all’Aquila. Dentro c’è un personaggio che si chiama Groucho, in onore di Groucho Marx, e fa battute che ti fanno morire. Mi ha affascinato, c’erano storie gialle, esoteriche, misteriose. Ho cominciato a comprarle tutte, a cercare su internet le serie già uscite. Oggi ho più di 200 storie e devo riuscire a completare la raccolta.
Esercito. È la mia seconda famiglia. Ci vivo 8 ore al giorno. L’ho scelto per la sicurezza economica. Per un ragazzo di 20 anni avere uno stipendio è una bella tranquillità. Intorno vedi tanti amici che non trovavano lavoro. Io stesso ho sgobbato in campagna per anni, raccoglievo carote per 4 euro l’ora. Lavoravo per i miei. Una piccola parte la tenevo per me, 200 euro mi bastavano, i soldi li lasciavo a casa.
Mia madre mi ha sempre insegnato che a riempire il sacco ci vuole tanto tempo e per svuotarlo basta poco. Oggi guadagno 950 euro più, quando vado in missione, 133 euro al giorno. Quindi 4 mila euro netti. Per sei mesi. Con quelli della prima missione ho comprato una macchina. Questi li metto da parte e si vedrà, il prossimo anno si sposa Federico, mio fratello carabiniere, e dovrò fargli un superregalo. Essere un alpino vuol dire una tradizione antica, è l’orgoglio di molti vecchi quando ti vedono. Non siamo fanatici, aiutiamo la popolazione. Terremoto o Afghanistan, non fa differenza. Un alpino non sbuffa, non si tira indietro, riflette, risponde con calma e quando serve si rimbocca le maniche.
Famiglia.Teresa e Giustino. E Federico a cui devo tantissimo. Dei miei genitori mi ha sempre impressionato la loro voglia di vivere per noi. Si sono sempre ammazzati di fatica per darci il massimo e non farci mancare nulla. Mio padre era operaio in una fabbrica di tubi di rame a Sulmona, mamma ha sempre lavorato in aziende agricole. Oggi esce all’alba e rientra la sera per 4,20 euro l’ora. Mi hanno insegnato il rispetto, l’educazione, l’essere gentile, l’onestà, il lavoro, mai il guadagno facile. Dal 2008 c’è Eleonora. Ci siamo conosciuti su internet durante la prima missione a Kabul. Eleonora è il presente e il futuro, a 22 anni è già una donna, sa gestire una casa, viviamo già insieme a Marruci, vicino all’Aquila.
Garçon. È il soprannome che mi ha dato la squadra durante la prima missione. Ci sono quelli che si fanno chiamare Rambo o Shoot, nomi truculenti di armi o stupidaggini del genere. Io ero l’ultimo arrivato e se c’era da prendere il caffè o le pizze o i cornetti tutti mi dicevano: «Garçon, va’ a prendere le pizze». Mi piaceva quel nomignolo, era umile. Ma noi siamo un gruppo così, gli altri? Si chiamano Peter Pan, Attila, Panda, Cip e Ciop, Binocolo, Mazinga. Beh, certo non incutiamo paura con i soprannomi.
Hercules. La prima volta fu emozionante. È un aereo militare, con i posti tutti in fila per lungo. Ci si mette le cuffie per non sentire il frastuono dei motori o l’iPod con la musica: Rino Gaetano, i Nomadi, i Led Zeppelin, comunque rock o musica italiana. Una canzone che ascolto sempre è Soldato dei Nomadi, dice: «La vita di un soldato è un’uniforme nuova, una foto così allegra e orgogliosa, stretto forte a mamma col vestito nuovo». L’Hercules è il mezzo con cui entri «in teatro», il mezzo di passaggio. Vedi il portellone che si chiude e fuori c’è la vita normale e, quando si riapre, sei in zona di guerra.
Internet: è fondamentale. Spendiamo 20 euro al mese per averlo in branda. Cos’è? È Il mezzo di comunicazione per vedere tutto quello che accade, molto meglio del telefono e più economico. È il legame. Se al telefono tua madre ti dice che si è tagliata i capelli, su Skype la vedi. Poi parli con la ragazza e la vedi. La prima volta che rividi i miei si erano fatti prestare un pc da un vicino di casa e fu un colpo. C’erano tutti, mamma mi mostrava una maglietta che aveva appena comprato, zia piangeva. Io cercavo di sorridere, ma ero più emozionato di loro.
Licenza. È il primo anno che ci sono andato, l’altra volta ho fatto sei mesi continui. Quindici giorni ti servono tantissimo, mi hanno fatto recuperare calma, serenità. La prima cosa che ho fatto è stata andare al cimitero da mia nonna Maria: l’avevo salutata da viva e la ritrovavo morta. La seconda è stata trovare un po’ di intimità con Eleonora. Poi ho organizzato un picnic in montagna con mio fratello, ho aiutato mio padre in campagna, sono andato al mare.
Mancanza. Quando sei in missione, le mancanze arrivano col passare del tempo. All’inizio c’è da sistemarsi, c’è la novità e per il primo mese non ci pensi. Poi arriva. Di solito la sera, dopo cena, finito di lavorare, non dormi ancora e inizi a pensare. La prima cosa che manca è la fidanzata. Ti mancano le coccole e il sesso. Il contatto. Manca il fare l’amore che è differente dal fare sesso. Poi manca la famiglia, gli amici, le serate da soli a guardare la tv stretti stretti appiccicati con Eleonora a non far niente.
Notte. La notte è speciale. Il cielo si accende, si spegne il caos del giorno, va via la tensione e il cielo è la fine del mondo. È un momento di riposo ma anche di lavoro: guardia in garitta, o sui Lince in giro. Si fa prevalentemente osservazione, è quello il momento in cui i talebani piazzano gli ordigni e tu li scruti con telecamere termiche e visori notturni. Ci sono notti in cui non hai sonno e ti metti a guardare il cielo. C’è una stella sempre più luminosa, che si vede per prima, mi dicono sia Venere, la stella dell’amore. E penso. Penso che manca tanto o manca poco, a Eleonora. È bello anche fare il turno di guardia, di notte. Perché, mentre tu sei lì, i tuoi fratelli di quell’esperienza così unica riposano tranquilli, sanno che tu li proteggi e si fidano di te.
Obiettivi. Un mio obiettivo: comandare una squadra in una missione. È un altro pezzo di responsabilità: sono 10 cristiani che dipendono da te, che devono fare bene le cose e portare sempre a casa la pelle. Vorrebbe dire che qualcuno si fida di me così tanto da darmi questa responsabilità. Poi una famiglia. Cioè un matrimonio e un paio di figli. Voglio proseguire la mia dinastia. Sono orgoglioso dei De Angelis.
Paura. Non sono Rambo e ho paura. Ce n’è tanta. Quando esci. Quando rientri è una liberazione, scarichi le armi. Paura di sbagliare, paura di quello che potrebbe capitare. Se pensi che magari muore qualcuno per una tua sottovalutazione, un tuo errore. La paura è necessaria per il coraggio. La paura ci sta sempre: rifletti e capisci cosa devi fare, come devi reagire. Non ho mai conosciuto un solo soldato del mio plotone che abbia detto «io non ho paura». E se me lo dicessero non ci crederei. Perché la paura è segno di intelligenza. E se mi devo far difendere preferisco lo faccia una persona intelligente piuttosto che una stupida.
Quacquaracquà. Ci sono persone che pensano solo ad arrivare, e per arrivare in alto sfruttano gli altri, li usano. È il contrario del concetto di squadra dove tutti aiutano tutti senza prendersi meriti.
Il quacquaracquà è uno scorretto, parla senza sapere le cose. È quello che parla al plurale: facciamo, diciamo, andiamo. Preferisco chi fa valere le sue opinioni anche se non le condivido a quello che tace perché ha paura di dire quel che pensa. Amo chi difende i suoi uomini.
Riposo. È fondamentale per poter fare bene il proprio lavoro. Quando sei in missione, sei sottoposto a notevoli stress fisici e ambientali. Quindi, se in tenda hai l’aria climatizzata e un materasso, è importante perché riposi davvero. Se dentro hai 47 gradi e una branda scomoda, ti addormenti solo quando sarai stremato e non recupererai davvero mai le forze. Un soldato stanco è un soldato meno attento ai pericoli e alle minacce che lo circondano. E quindi non è utile, anzi può essere dannoso.
Squadra. Seconda squadra del primo plotone, 143ª compagnia, battaglione L’Aquila, 9° reggimento alpini: comandante di squadra caporal maggiore scelto Franco Giorgio, detto Dorian. Vicecomandante primo caporal maggiore Massimo D’Amato, detto Max. Caporal maggiore Roberto Andreotti, detto Roby. Caporal maggiore Francesco La Mura, detto Ciccio. Caporal maggiore Claudio Todaro, detto ‘o Cinese o Crisantemo. Caporal maggiore Fabrizio Di Rocco, detto Mazinga. Caporal maggiore Roberto Romano, detto Alejandro. Caporale Stefano Valletta, detto Fatone. La squadra è tutto, c’è automatismo. So come guida Roberto, so cosa dice Claudio, so come si comportano tutti. Ci frequentiamo anche nel tempo libero. Ci proteggiamo l’un l’altro, ci aiutiamo, ci sosteniamo nei momenti difficili o dolorosi.
Talebani. Sono il nostro maggior pericolo. Non tanto perché siano chissà quali guerrieri, ma perché sono invisibili, nascosti. Gli afghani non sono tutti talebani. C’è un mucchio di gente perbene, uomini buoni, che lavorano sodo, che pascolano le bestie. Noi cerchiamo di instaurare un buon rapporto, portiamo cibo, curiamo gli animali, curiamo loro, costruiamo scuole, scaviamo pozzi, distribuiamo alimenti. Non usiamo mai la forza per entrare, non puntiamo le armi contro nessuno, trattiamo bene i bambini, cerchiamo di rispettare le loro tradizioni senza offenderli. Ci proviamo sempre. Ma non tutti lo capiscono.
Uniforme. Sul lavoro va portata, con decoro e con rispetto. Quando la indosso sono orgoglioso. L’Esercito è uno e la divisa è una. Siamo tutti uguali, è una cosa democratica. Scarpe pulite, mimetica in ordine, nessuno deve sentirsi più alla moda, o più ricco, o più colto. La divisa da libera uscita non mi piace, è scomoda. Per me la divisa è la mimetica.
Vtlm. Veicolo tattico leggero multiruolo, ma per tutti noi è il Lince. Una scatolona di ferro e vetri blindati, la tua protezione, la tua assicurazione sulla vita. Vtlm è, soprattutto in Afghanistan, l’aria e la polvere. L’aria che spesso di sotto manca e che mi sveglia e mi fa stare più attento. La polvere che arriva con il vento caldo e che ti nasconde un po’ tutto, ti entra nelle orecchie e nel naso e che poi, a sera, mandi via con una bella doccia. L’acqua calda che trascina nello scarico la terra e la paura e ti fa dire in silenzio: anche oggi è andata.
Zucchero. Un cucchiaino e mezzo nel primo caffè, appena svegli, prima dell’attività, possono essere le 3, le 4. Un’ora prima di tutto, nella stanzetta della nostra tenda. Si decide chi sa farlo meglio. Di solito tutti provano a farlo male così si viene scartati. Per noi il prescelto è Fabrizio Di Rocco, con la cremina. Lo zucchero è fondamentale, non poco, non troppo. Così ti sembra di iniziare bene. Anzi meglio.
- Martedì 4 Gennaio 2011

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