Non dimentichiamoci delle minoranze cristiane nel mondo

Un momento del corteo di solidarietà alla comunità cristiano-copta di Alessandria d'Egitto, vittima dell'attentato dei fondamentalisti islamici, il 4 gennaio 2011, dall'associazione "Io amo l'Italia" a Torino (ANSA/ DI MARCO)

Un momento del corteo di solidarietà alla comunità cristiano-copta di Alessandria d'Egitto, vittima dell'attentato dei fondamentalisti islamici, il 4 gennaio 2011, dall'associazione "Io amo l'Italia" a Torino (ANSA/ DI MARCO)

Venerdì si è festeggiato il Natale per i copti. E il dramma dei cristiani in Medio Oriente ha occupato in questi giorni le prime pagine dei quotidiani italiani, dopo il terribile attentato ad Alessandria d’Egitto. Ma non sempre è stato così. Che i cristiani conducano una vita dura in alcuni paesi asiatici e africani, spesso presi di mira quasi quotidianamente da fondamentalisti islamici o dai dittatori laici, non è certo una novità di questi ultimi mesi.

Eppure la maggior parte degli italiani non sa quale sia la presenza dei cristiani in questi paesi. E per farsene un’idea basterebbe leggere i dati pubblicati lo scorso ottobre  nel corso del Sinodo Vaticano in Medio Oriente, che conta 20 milioni cristiani, di cui 5 milioni cattolici. In Egitto, paese che registra numerose violazioni alla libertà religiosa, i cristiani copti rappresentano dal 6 al 10 per cento. In Iraq sono oggi 500 - 600 mila e l’esodo dopo l’ultimo attentato del 31 ottobre non esita a fermarsi (alla caduta di Saddam Hussein i cristiani erano 800 mila). Nei paesi del golfo sono 3,5 milioni i cristiani, il cui culto è riconosciuto tranne che in Arabia Saudita, che vieta qualsiasi religione diversa dall’Islam.

In Siria su 20 milioni di cittadini i cristiani sarebbero il 5 per cento, in Israele il 2,1 per cento, mentre nel vicino Libano i cristiani maroniti rappresentano il 34 per cento della popolazione, il dato più alto in un paese mediorientale. Cifre che mostrano come la realtà delle popolazioni cristiane in Medio Oriente non sia certo marginale. E a questi dati bisognerebbe aggiungere quelli delle minoranze cristiane in Asia: Pakistan, Vietnam, India, Cina, Nord Corea, Indonesia, ex paesi sovietici asiatici.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha chiesto che in sede europea il tema della libertà religiosa diventi oggetto di discussione e iniziativa. E non solo a Bruxelles. Di libertà religiosa, infatti, se ne discute troppo poco anche sui media italiani (il solito dibattito tra laici e cattolici). Delle persecuzioni dei cristiani, invece, se ne parla esclusivamente dopo clamorosi attentati, come quello in Iraq a ottobre o come quello di Alessandria d’Egitto pochi giorni fa.

Perché domina spesso il silenzio su questo dramma? Probabilmente, come ha spiegato Rodolfo Casadei nel suo ultimo libro, il Sangue dell’Agnello (Guerini e associati), l’opinione pubblica e i media italiani sono ancora imprigionati in una visione eurocentrica e, sostanzialmente, provinciale: per noi i cristiani non hanno mai rappresentato una comunità perseguitata e, anzi, la Chiesa è stata vista spesso come avversario in quanto custode della tradizione contro la modernità. Ecco perché forse ci riesce difficile accettare che i cristiani oggi, come ha ricordato Benedetto XVI, siano la comunità più perseguitata al mondo.

LEGGI ANCHE: l’approfondimento tratto dall’Hudson Institute

I paesi dove si verificano le maggiori violazioni alla libertà religiosa secondo il Rapporto 2010 ACS sulla libertà religiosa

Commenti

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Il 10 Gennaio 2011 alle 19:05 indigesto ha scritto:

Ma non è tutto, gentile massimo.morici. Il forte espansionismo islamico, a cui non è stato credito sufficiente in un lontanissimo passato, ha prevalso su tutte le forze legate all’occidente, ed alla sua civiltà,in quelle terre. E si che c’erano le forze per poterlo arginare, ma ne è mancata la volontà. L’errore si sta ripetendo mettendo a rischio non solo il cristianesimo ma tutta la nostra civiltà. Lo verificheranno tra qualche secolo i nostri discendenti, se sopravviveranno. La storia si avvale dei secoli per esprimersi. Per ora “ma che ce frega, ma che c’emporta…”!

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