Sergio Marchionne: fa guadagnare ma non deve guadagnare


Sergio Marchionne: fa guadagnare ma non deve guadagnare

di Ugo Bertone

Quanto potrebbe valere oggi in borsa la Fiat senza Sergio Marchionne? Il 10 per cento in meno? Il 20? Difficile azzardare una cifra. Ma è facile sostenere che l’azienda vale di più, molto di più di quel che ha trovato il manager nel 2004 al suo arrivo a Torino, quando gli restò in mano la maniglia dell’auto aziendale. Forse è «immorale » che lui, in teoria, possa incassare l’anno prossimo più di tutti i dipendenti di Mirafiori messi assieme. Ma senza la sua ricetta, probabilmente, già oggi non ci sarebbe più un solo operaio in quello stabilimento. A meno che, ben s’intende, lo Stato, cioè i contribuenti, non avesse messo mano al portafogli.

Non dimentichiamolo quando si parla dei guadagni «facili» di Sergio Marchionne: le sue stock option, per alte che siano (220 milioni da qui al 2014), rappresentano solo una frazione del valore che il manager ha saputo creare per gli azionisti Fiat. Anzi, una frazione di quel 25 per cento della Chrysler che, finora, al Lingotto non è costato un cent, grazie all’abilità con cui il manager ha saputo rappresentare le qualità di quella Fiat che, parola di Nichi Vendola, produce auto «mediocri». Pensiero bizzarro in bocca a un politico italiano sensibile alle tematiche ambientali, soprattutto se si pensa che quelle auto «mediocri» sono in testa alla classifica per l’abbattimento dell’inquinamento.

Non la pensa così, per fortuna, il governo federale o il sindacato dell’auto Usa. «Certo, 100 milioni sono bei soldi. Abbastanza per giustificare le polemiche sulla paga esagerata dei manager. Ma meno, molto meno di quanto non abbia guadagnato la Ford». Sì la Ford. Perché con queste parole un giornale di Detroit, il Detroit free press, lo scorso marzo commentò la notizia che il valore delle stock option di Alan Mulally, il salvatore dell’azienda del Michigan, aveva superato il tetto dei 100 milioni di dollari. Al di là della logica dei numeri, certe disparità urtano il senso di equità e di eguaglianza di una democrazia. Ma, chissà perché, certe polemiche si fanno solo contro chi si batte per investire e creare lavoro. Forse perché non è politically correct.

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