

Un'immagine delle proteste dei giovani in Tunisia (AP Photo/Claude Paris)
Perché gran parte dei parlamentari italiani non si esprime sulle vicende accadute negli ultimi giorni in Tunisia? La risposta a questa domanda dovrebbero trovarla tutte le forze presenti in aula, di maggioranza e di opposizione; le quali, invece, sembrano prese soltanto dalle intercettazioni dell’ultimo caso mediatico - giudiziario che ha spaccato di nuovo in due il paese: berlusconiani da una parte e antiberlusconiani dall’altra.
E fatta eccezione per il ministro Franco Frattini, che è il titolare del dicastero degli Esteri, del sottosegretario Stefania Craxi (PdL), mossa anche da motivi personali (il padre Bettino si rifugiò ad Hammet negli anni ‘90 dove morì il 19 gennaio del 2000) e di pochi altri (il responsabile Euromediterraneo del Pd Giacomo Filibeck, la radicale Emma Bonino, i senatori del Pd, Gian Piero Scanu e Giorgio Tonini), per il resto sulle vicende di un paese che dista poco più di 150 chilometri dalle coste siciliane domina il silenzio. Indifferenza della politica?
Cercando nell’archivio delle agenzie, altro non si trova. I pezzi da novante dei vari partiti avevano altro a cui pensare in questi giorni: Mirafiori, prima, il caso Ruby, dopo. Non una parola, per dire, sulle proteste dei giovani tunisini, e tra loro molti laureati senza futuro, come ha ricordato l’imprenditore Tarak Ben Ammar a Panorama, che potrebbero presto emigrare verso l’Europa e, quindi, in Italia.
Tacciono pure i più seguiti talk show, anche se i principali Tg e i maggiori quotidiani avevano seguito con attenzione questa vicenda estera (e continuano a farlo) con ampi e documentati servizi sulle rivolte nel paese nordafricano, questa volta non guidate dal radicalismo islamico o politico, e sulla fuga di Ben Alì, che ha portato alla formazione del nuovo governo di unità nazionale.
Le vicende della Tunisia dovrebbero interessare i nostri parlamentari, per ragioni storiche ed economiche: gli italiani residenti sull’altra sponda del Mediterraneo per lavoro sono 4000, mentre le aziende attive sono 700. Non solo. Superata la fase d’emergenza (80 morti, 94 feriti e danni per un miliardo e mezzo di euro), secondo il ministro Frattini, ora sta all’Europa (e l’Italia potrebbe avere un ruolo di paese ponte) aiutare la Tunisia a incamminarsi lungo un percorso democratico: l’obiettivo è aumentare i processi di integrazione, anche perché il rischio di strumentalizzazione della protesta da parte di elementi fondamentalisti islamici è dietro l’angolo.
Già il rischio dell’Islam radicale. Per molti, forse troppi anni, tutti i paesi europei hanno chiuso un occhio di fronte ai regimi autoritari in Nord Africa, non solo per ragioni economiche, ma anche per realismo politico: il pugno di ferro mostrato da Ben Alì, ha spiegato un ufficiale francese, ha contribuito a tenere alla larga i jihadisti in Tunisia a differenza dell’Algeria e del Marocco.
Lo ha ricordato di recente a Bruxelles Mario Mauro, capogruppo del PdL nel Ppe a Bruxelles: “Sono stupefatto: fino a 15 giorni fa tutti i 27 paesi membri e l’Unione europea avevano buone relazioni con la Tunisia ed ora invece tutto il mondo sembra non aver mai conosciuto Ben Ali”. Il Ppe, infatti, aveva stretto un accordo, criticato dalla sinistra in Europa, con l’Rcd, il partito di Ben Alì, volto a favorire una transizione democratica del paese; accordo che oggi non ha oggettivamente più futuro. Ora bisogna guardare avanti e trovare soluzioni alternative. L’impressione, però, è che ciò interessi solo la diplomazia: il dibattito in Italia sul futuro del Nord Africa non sembra accendere la politica.
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Il 20 Gennaio 2011 alle 13:59 Silenzio assordante sulla Tunisia | Notizie Più ha scritto:
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