
di Andrea Marcenaro
Teodoro Buontempo, uomo di destra da sempre, presidente della Destra, oggi assessore alla Casa e alla tutela del consumatore nella giunta regionale del Lazio, ovviamente di destra, 65 anni il 21 gennaio prossimo. Auguri, avrei detto di più.
Ci credo, sto in politica da 50 anni e su Roma da 45.
Deputato un’infinità di volte, consigliere comunale e provinciale di Roma, ma mai un incarico di governo. Questo alla regione è il primo.
Mi vogliono bene in tanti, ma non sono molto digeribile.
A governare la musica cambia, eh?
Si trasforma il rapporto con la gente: prima l’aneddoto, la pacca sulla spalla, ora più foglietti, segnalazioni, raccomandazioni. Il cittadino è subalterno al politico che governa. Chiede.
Lei si adegua?
Mica tanto.
Il suo sogno proibito era diventare sindaco di Roma.
Mi sarebbe piaciuto.
Non glielo proposero mai?
No, e qualche possibilità di vincere l’avrei avuta, credo.
Mai nemmeno assessore…
Gianni Alemanno 2 anni fa me lo propose. Chiesi un piano Marshall per le periferie e che la si piantasse subito con l’urbanizzazione selvaggia.
La risposta?
Finì lì.
I rapporti con Gianni Alemanno?
L’ho fatto votare senza amarlo granché. Ora si trova in difficoltà. L’impressione era di un’amministrazione stanca, doveva dare una sterzata.
L’impressione era anche quella di un’amministrazione traffichina.
A maggior ragione ci voleva la sterzata.
Alemanno potrà ancora prendere bene la curva?
Dipende.
Da cosa?
Un buon sindaco deve stare attento alla città che non si vede, non all’evento. Roma è già un evento di per sé.
Tradotto?
Chissenefrega della formula uno, chissenefrega dei concerti al Colosseo o sotto l’Arco di Tito, che magari fanno danni, chissenefrega di stupire.
Non stupisce molto Alemanno.
Molto no, ma ci prova.
Buontempo, per il suo compleanno le faccio un regalo. Governi Roma per finta, via intervista, 5 minuti. Si sieda in Campidoglio e decida tutto lei. Primo?
Le stanze del sindaco in Campidoglio diventino di lavoro e non di rappresentanza. Troppi nastrini, troppi inchini, troppa forma.
Secondo…
Portino immediatamente sul mio tavolo tutti i dati sull’inquinamento del Tevere. Vengano i tecnici coi rapporti, spieghino i motivi e si faccia uno sforzo sovrumano per disinquinare il Tevere e metterlo a posto.
Terzo.
Derattizzare i quartieri. Non viene fatto da anni, siamo in piena emergenza. Quartieri come Marconi, Testaccio, Prati, e mi fermo qui, sono invasi dai topi.
Quarto.
Ricucitura urbana: una saldatura tra periferia e centro.
Ecco che mi viene anche lei coi concetti nobili e vaghi.
Senta, Ostia era il Bronx, oggi non più. Ma ci vuole una metropolitana veloce che la colleghi al centro. È urgente metterla nel mirino, se non si vuole che quella sterminata periferia diventi preda di altre speculazioni inconfessabili.
Tipo?
Dilagano l’usura e la mafia dei colletti bianchi, a Ostia. Se ne avessi il potere, terrei sott’occhio i trasferimenti di proprietà e delle concessioni pubbliche.
Non vuol dire di più?
No.
La tassa d’ingresso a Roma?
Così com’è, è orrenda. Puoi legarla a un progetto come la ristrutturazione del Colosseo. Allora anche il giapponese può sapere a cosa sono serviti i suoi soldi. Se no, eliminare.
La Nuvola di Massimiliano Fuksas all’Eur?
Grande errore. Troppo alta, troppo costosa, troppo antimoderna.
Ora ascolti: «Sarebbe bello che la gente potesse costruirsi da sola il proprio appartamento il sabato e la domenica, invitando i parenti». Lo sa chi l’ha detto? Lei. Con questi sogni non si governa nemmeno Roccacannuccia, altro che Roma.
Guardi che Case Rosse, Colle Tappi, la zona fra la Tuscolana e l’Anagnina, o Boccea, e qui mi fermo, sono nate così.
Abusivamente. Negli anni Cinquanta e Sessanta.
Sicuro, ma quel modo, se inserito in un piano urbanistico comunale, funzionerebbe ancora. Moltissimi potrebbero farsi casa da soli. Provi a dirlo in giro, vedrà. E le aggiungo una cosa: io, da assessore regionale per la casa, intendo provarci.
Va bene, ha governato Roma abbastanza. Vogliamo passare a Gianfranco Fini?
Che devo dire su Fini? Andai via da An nel 2007 senza bisticciare con nessuno. Parlare male dei miei compagni di strada di un tempo non voglio, perché sentirei di sporcare anche la mia storia. Nessun rancore verso di loro, niente odio.
Avevo capito male. Si era sentito di una polemica feroce.
Polemica politica sì. E una pena infinita all’idea di vedere de-gli omuncoli senza politica costretti a difendere il loro posticino, vale a dire il peggio di quello che avevamo sempre combattuto nella vita. Questo sì.
Accidenti, le pare poco?
No, in effetti. Ma per uno come me non è accettabile che Fini proponga ai nostri figli una storia del Msi come partito impresentabile.
È grazie a questo che sedete al governo.
No. È grazie a questo se la destra è divisa. Da reietti a protagonisti il percorso è difficile, lo so. Ma so anche un’altra cosa. Ogni volta che la destra ha provato a uscire dall’estremismo per diventare sociale, ha lasciato morti sul campo. A Roma avevamo il 32,5 per cento dei voti, primo partito nel 1993. Un anno e mezzo dopo Fini l’ha sciolto. L’ha fatto
passare dal neofascismo al Pdl, passando per An, per approdare al porto che non c’è. Che stoffa!
E lei sempre lì, in attesa della destra sociale, espansiva, generosa, populista e popolare. A proposito, che gli diciamo a Sergio Marchionne?
Che non è accettabile che un privato prepotente cambi le regole del Paese. Che quello che sta proponendo a un operaio con le bocche da sfamare è un ricatto bello e buono. Che l’operaio non potrà non piegarsi. Che è inaccettabile l’altro ricatto di trasferire i capitali all’estero. E che l’estromissione della rappresentanza di chi non è d’accordo con lui è l’abolizione del concetto stesso di democrazia. Basta?
Avanza. Lei deve prendere la tessera della Fiom.
Sulla questione Fiat, idealmente ce l’ho. Parteciperà alla manifestazione della Fiom, il 28 gennaio? È una partita tutta interna alla sinistra, quella, se no ci andrei, certo che ci andrei.
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