
di Giovanni Fasanella
«Sì, mi auguro che anche altri dirigenti della mia generazione seguano il mio esempio: si può continuare a svolgere una funzione importante per il partito e per il Paese anche lontano da Roma». Piero Fassino è stato l’ultimo segretario dei Ds e cofondatore del Pd. Una vita trascorsa nella capitale, sempre ai vertici della nomenklatura, ora torna nella sua Torino, dove quasi 40 anni fa mosse i primi passi in politica. Si rimette in gioco nelle primarie per il candidato sindaco.
Se lo augura o lo ritiene necessario?
Necessario. Per due motivi. Il primo è che, in tempi di federalismo, cambia l’idea della leadership: è poliarchica, come direbbe Giuseppe De Rita, non più solo l’insieme di quelli che «stanno a Roma». E poi è necessario fare emergere una nuova generazione di dirigenti, «nativi» del Pd, dirigenti che hanno iniziato la loro esperienza in questa nuova forza politica e che non portino sulle proprie spalle il peso delle storie dei partiti che lo hanno fondato.
Col senno di poi, viste le difficoltà in cui oggi si dibatte il Pd, c’è qualcosa che non rifarebbe lei che ne è stato cofondatore?
L’immagine che si tende a dare del nostro partito non sempre corrisponde alla realtà. Perché ci sono problemi oggettivi con cui siamo costretti a fare i conti. La geografia politica in evoluzione, con un nuovo centro e una nuova sinistra in costruzione, crea problemi anche al Pd. I due nuovi soggetti, per ragioni ovvie e comprensibili, in questo momento sono più interessati a fare emergere le proprie identità, piuttosto che integrarsi in un’alleanza. Poi, siamo in una fase in cui l’intero sistema delle rappresentanze, sociale e politica, è in crisi, perché figlio del secolo scorso. E infine il berlusconismo, con il suo populismo, ha alterato il rapporto tra politica e società: ne soffriamo anche noi. Eppure, nonostante tutto, il Pd è una realtà profondamente radicata nel Paese, ed è uno dei partiti di centrosinistra elettoralmente più forti e organizzati d’Europa.
Lei però spiega le difficoltà del Pd alla luce di fattori tutti esterni. Ci sono limiti soggettivi che impediscono al partito di fare adeguatamente i conti con la realtà che lo circonda?
Certo, ci sono anche limiti soggettivi. Per tornare alla sua domanda precedente, il Pd è nato dalla decisione di due partiti di fondersi per dare vita a un nuovo soggetto riformista. Questo processo si è rivelato molto più complesso, più difficile e lento di quanto lo avessimo immaginato.
Perché stenta a emergere una nuova identità riformista?
Perché Ds e Margherita, i due partiti che hanno creato il Pd, avevano modelli organizzativi molto diversi. Nel rapporto con la società, i primi privilegiavano lo strumento partito, l’altra affidava la mediazione al corpo degli eletti. Questi due modelli, espressioni di culture politiche molto diverse, non sono riusciti ancora a fondersi creando una sintesi più avanzata.
Qual è il motivo?
Perché questi due modelli tendono spesso a entrare in contraddizione fra loro, creando conflittualità all’interno del partito. E poi perché i gruppi dirigenti del Pd sono ancora in buona parte gli stessi dei due vecchi partiti che lo hanno fondato: hanno sulle spalle tutto il peso delle storie da cui provengono. Questo è il problema del Pd: la contraddizione tra un processo di sintesi che richiede tempi più lunghi di quanto si prevedesse e le esigenze di una politica che marcia assai più celermente.
Quindi largo ai nativi?
Certo. Però questo non vuol dire rottamare, che è una grossa sciocchezza…
Diciamo ricambio generazionale?
Sì, diciamo così. Occorre più coraggio nel creare le condizioni per il passaggio delle consegne da una generazione all’altra. Ma non per suggestioni giovanilistiche. È piuttosto un’esigenza vitale per il nostro partito. I più giovani, quelli che non vengono dai Popolari-Margherita o dal Pds-Ds, ma che sono emersi dall’esperienza del Pd, hanno le spalle più leggere. E una cultura più flessibile, adeguata ai tempi nuovi. Di questo abbiamo bisogno. Una nuova leva di dirigenti nativi si sta già formando, occorre dare loro ancora più spazio. E i dirigenti della mia generazione possono fare la loro parte mettendosi a disposizione in ruoli istituzionali diversi. Il sindaco di Torino non è meno importante di un ministro.
- Lunedì 24 Gennaio 2011
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