

Il senatore ed ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro attende pregando nella chiesa Minerva a Roma la sentenza della Cassazione, il 22 gennaio 2011 ( EPA/CLAUDIO PERI)
Salvatore Cuffaro è in carcere a Rebibbia, dove è entrato sabato nel primo pomeriggio da un portone laterale così da rimanere lontano dai flash e dalle telecamere. La mattina l’aveva passata nella chiesa della Minerva, a pregare per quattro ore, in attesa del verdetto dei giudici della Corte suprema: sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato alla mafia e rivelazione di notizie riservate.
Così è terminata la parabola politica dell’ex presidente della Sicilia, che negli ultimi anni nessuno voleva incontrare davanti alle telecamere, ma tutti cercavano durante le elezioni. Soprannominato dai giornalisti “vasa vasa”, per l’abitudine di salutare chiunque con due baci sulle guance, Cuffaro è in politica sin da giovane: il primo incarico nel 1980, a soli 22 anni, quando venne eletto consigliere comunale della Dc nel suo paese, Raffadali, in provincia di Agrigento. Nel frattempo si è laureato in medicina, anche se la professione di medico non l’ha mai esercitata.
Perché Totò è (anzi era, con l’imperfetto più che mai d’obbligo) un politico di professione, come quelli che hanno popolato a lungo la prima Repubblica. La sua ascesa, però, è iniziata al tramonto di quella stagione, alla fine degli anni ‘80 con l’elezione a consigliere comunale di Palermo. Nel 1991, finalmente, il suo approdo al parlamento siciliano. Dello stesso anno, tra l’altro, è il suo roboante esordio in tv: durante la puntata speciale di Samarcanda in collegamento con il Maurizio Costanzo Show, dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi ucciso dalla mafia, Santoro decise di dare la parola a un giovane incravattato che si agitava in sala. E “quel signore lì” - come disse allora Santoro - era proprio Cuffaro, uno sconosciuto neodeputato regionale di 33 anni, vicino alla corrente di Calogero Mannino, che di fronte a milioni di italiani parlò di “accuse infamanti” contro la “migliore classe dirigente” dell’isola. In sala, per la cronaca, c’era il giudice Falcone: allibito.
Da allora, Totò “vasa, vasa”, non si è più fermato. Sciolta la Dc, il suo negli anni ‘90 è stato un continuo entrare e uscire dai minuscoli partiti della galassia ex democristiana, pur di rimanere nelle posizioni di comando. Entrato nel Ppi, poco dopo ne uscì per seguire Buttiglione nel Cdu, formazione con la quale venne rieletto deputato regionale nel 1996 e nominato assessore regionale all’Agricoltura e alle foreste. Due anni dopo un nuovo cambio di casacca, passando all’Udeur di Mastella che lo candidò anche alle europee e con ottimi risultati (Totò raccolse oltre 80 mila preferenze), mantenendo tuttavia la carica di assessore.
Nel 2000, però, tornò di nuovo nel Cdu. Mossa azzeccata: nel 2001 è scelto come candidato alla presidenza della regione dalla coalizione di centrodestra e alle elezioni regionali vinse con il 54% dei voti. Con il Cdu, poi, ha partecipato alla nascita dell’Udc di cui è diventato poi uno dei principali esponenti, nonché rastrellatore di preferenze - i maligni dicevano che Casini & C. sedevano in parlamento grazie ai voti di Cuffaro.
Rieletto eurodeputato nel 2004, nel 2006 ha mantenuto la poltrona da governatore, con una coalizione di centrodestra e l’Mpa. Nel 2008 le dimissioni, in seguito alle polemiche sui festeggiamenti con tanto di cannoli, dopo la prima condanna a 5 anni per favoreggiamento semplice (senza l’aggravante di mafia). L’allora premier Prodi si era dimesso: il paese era tornato alle urne e il leader del’Udc Casini, memore dei voti che Cuffaro ha sempre portato in dote al partito, lo piazzò come capolista al Senato, definendolo un “perseguitato politico”. Scontata la sua elezione al Senato, dove è rimasto fino a sabato, quando ha perso il seggio dopo la condanna definitiva.
In questi due anni di legislatura, vissuta quasi interamente all’opposizione, è stato presente alla metà delle votazioni (56%), secondo il sito Openparlamento, presentando come firmatario tre disegni di legge. A ottobre ha lasciato l’Udc per formare assieme ad altri quattro transfughi centristi, tra cui il suo vecchio mentore Calogero Mannino, i Popolari di Italia Domani, in appoggio al governo Berlusconi.
Dopo la sentenza e prima di entrare in carcere Cuffaro ha dichiarato: “Rispetto la magistratura”. E subito giù tutti a commentare: dagli amici di una volta (Casini e Follini), oggi solo “umanamente dispiaciuti”, ai più accaniti detrattori, che ora invece l’elogiano, come il Fatto quotidiano (”E’ riuscito a trovare una misura di grande dignità nel momento della condanna”); per non parlare del leader comunista Ferrero, che ora vede in lui un modello da seguire (”Il premier prenda esempio da Cuffaro”), o della Federazione della sinistra, che sottolinea la “distanza siderale” tra Totò “vasa vasa” e chi oggi grida al complotto delle toghe rosse. Dopo la condanna, la farsa.
L’INTERVENTO DI CUFFARO A SAMARCANDA NEL 1991
- Lunedì 24 Gennaio 2011
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Commenti
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Il 25 Gennaio 2011 alle 12:19 nhico ha scritto:
Evviva, la legge ha trionfato, si dice in questi casi. E via di questo passo. Se poi, davvero, si volesse entrare in merito al dibattimento processuale, si potrebbe disquisire sul fatto, non poco rilevante, che c’è una grande dissonanza di giudizio tra la richiesta avanzata dal Procuratore Generale (che se fosse prevalsa Cuffaro non avrebbe fatto neppure un giorno di carcere) e l’opinione espressa dal Collegio Giudicante. Invece è prevalsa la bulimia ideologica. Fino al punto di arrivare a scrivere, come ha fatto il giornalista Alessandro Calvi su Il Riformista, che “più che l’Udc e Casini, a dolersene dovrebbe essere Berlusconi”. E perché, allora, non l’intero Pd? Dato che la Finocchiaro e i vertici del Pd a Palermo e a Roma, prima di stringere amicizia politica con Lombardo,hanno sentenziato che l’attuale governatore della Sicilia non è altro che “l’altra faccia della medaglia del Cuffarismo”. Ha perso Calvi, inappellabilmente, l’occasione di guardare più in profondità, per cercare di capire se, questa “sentenza che lascia stupore”,in definitiva, non sia figlia dell’infinito scontro tra le toghe del palermitano palazzo di giustizia, circa il modo di interpretare la legge per i diversamente colorati di rosso. Senza dubbio, avrebbe servito meglio i suoi lettori e il giornalismo. Ma lui non ha resistito, anche in questo caso, a tirare in ballo il Cav. E, di certo, non resterà l’unico. Alimentando le discussioni di parte ed emarginando sempre di più il buonsenso. Infischiandosene dell’ esigenza che ha la gente di respirare aria non intossicata dai miasmi che vengono fuori dai camini dei palazzi del potere.
Il 25 Gennaio 2011 alle 20:05 indigesto ha scritto:
Certo, nhico, la cosa è strana: la pubblica accusa riflette e la giudicante tira dritto! Brutto segno. La giustizia, quando giusta, non dovrebbe registrare clamorosi pareri discordanti. Già i “gradi” di giudizio fanno pensare ad una giustizia “ad libitum”. Se poi l’accusa si ravvede (in pratica cade) e..qualcosa non va!
Questo paese ormai ha perduto il buonsenso e i miasmi, prim’ancora di venire dai palazzi vengono dalla “informazione” che pretende di “formare”. Poverina!
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