

di Claudio Cerasa
Dopo tutte quelle lettere così elaborate, dopo tutte quelle interviste così sofisticate e dopo quelle tre paginette sapientemente controfirmate, beh, bastava vederlo parlare lunedì 17 al tg della 7, di fronte a Enrico Mentana, per capire che Walter Veltroni (pacatamente e serenamente, come direbbe Maurizio Crozza, il più famoso tra i suoi imitatori) ha davvero una voglia matta di ritrovare il ritmo giusto per ballare il suo ultimo valzer con il Partito democratico. Motivo? Semplice: «Ricreare sul serio un’alternativa capace finalmente di modernizzare questo benedetto Pd». E così, dopo 2 anni passati a scrivere libri impegnativi, a rilasciare interviste illuminate e a preparare appassionate «lettere al Paese» (negli ultimi 23 mesi, sui giornali, Veltroni ha pubblicato qualcosa come 46 interventi personali), l’ex segretario del Pd proverà a sgambettare nuovamente sulla malconcia pedana del Partito democratico ripartendo proprio dallo stesso palchetto da cui, il 28 giugno del 2007, cercò per la prima volta di spiegare al Paese la piattaforma che aveva in mente per tentare di governare l’Italia.
Erano i giorni del partito liquido, della vocazione maggioritaria, delle primarie americane, dell’esperienza obamiana, di quello spirito da «yes we can, o yeah!» che contagiò positivamente una buona fetta dell’elettorato italiano sino al febbraio 2009: quando il sogno veltroniano venne interrotto da due sfortunate tornate elettorali (le politiche del 2008 e poi le regionali del 2009) a seguito delle quali l’allora segretario democratico decise di lasciare la guida del partito e di aspettare la fine della tempesta per cercare di capire se un giorno o l’altro sarebbe stato possibile indossare una seconda volta le scarpette bianche e ricominciare a danzare con il Pd.
Così, sabato 22 gennaio, nella sala gialla del Lingotto di Torino, per riconquistare il Partito democratico con Veltroni, ci saranno Beppe Fioroni, Paolo Gentiloni, Sergio Chiamparino, ci sarà l’immancabile Anthony Giddens (famoso inventore della terza via blairiana) e si faranno molte cose: si discuterà del nuovo pantheon democratico, si sposerà la rivoluzione di Sergio Marchionne, si rivendicheranno le primarie, si ragionerà di bipolarismo, si parlerà delle riforme che servono al Paese, si tenterà di riconquistare la simpatia dei giornaloni un tempo molto amici (vedi La Repubblica), si ripeterà che qui nessuno vuole fare una corrente (lo dicevano anche Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani nel 2008, quando, poco prima di prendersi il Pd, presentarono Red, costola politica della fondazione Italianieuropei) e alla fine, come fosse uno spirito smarrito, naturalmente si invocherà la vecchia vocazione maggioritaria.
Sì, ma per fare cosa? Per contare di più nel partito? Per riprovarci davvero? O magari per ricandidarsi un’altra volta? Ecco: chi conosce bene l’ex leader del Pd ammette che nel futuro di Veltroni in effetti le soluzioni sembrano essere più o meno queste. La prima: indossare gli abiti da king maker del rinnovamento della classe dirigente e sponsorizzare la crescita di quelli che vengono considerati i gioielli del Pd (come Matteo Renzi e Nicola Zingaretti).
La seconda, più ambiziosa: elaborare un profilo alternativo a quello del segretario sondando il terreno per riproporsi davvero alle primarie, e facendo così rivivere in prima persona il «vecchio orgoglio democratico». Certo, il percorso che ha portato Veltroni all’allestimento del suo Pd 2.0 è stato caratterizzato da un notevole numero di acrobatiche piroette che qualche volta hanno avuto l’effetto di far girare la testa anche allo stesso Walter.
In passato, per esempio, si è molto ironizzato sulle promesse non mantenute dall’ex sindaco (vado in Africa, anzi non ci vado più; mi ritiro, anzi non lo faccio più; non fonderò mai una corrente, anzi, dai, magari ne faccio una) e si è spesso sorriso anche di fronte allo stile, molto fanfaniano, con cui l’ex capo del Pd ha sempre cercato di alimentare, con quelle sue fughe mai definitive, quel sentimento di rimpianto necessario a creare le basi per progettare, un giorno, il Grande ritorno. Ma, nonostante ciò, la verità è che ancora oggi, anche in questo scenario scivoloso generatosi attorno all’inchiesta legata al caso Ruby, risulta davvero difficile riuscire a immaginare la sopravvivenza di un partito come il Pd su un percorso diverso rispetto a quello potenzialmente rivoluzionario imboccato ai tempi del primo Lingotto democratico.
Ed è anche per questo che, in cuor suo, Walter Veltroni considera le idee di Bersani (e quelle del suo principale consigliere, Massimo D’Alema) il simbolo esplicito del «fallimento» di un progetto che sta facendo precipitare il Pd nello stesso tunnel senza uscita imboccato da tutti i partiti postcomunisti (dal Pds ai Ds) che hanno preceduto
l’esperienza del Pd.
Non può dunque stupire che giusto alla vigilia del «Lingotto 2» una delle strategie studiate da quel gruppetto di ribelli, che lo scorso settembre con Veltroni firmò le tre pagine del manifesto politico con cui venne bocciata la linea «timida e conservatrice» dell’attuale segretario, sia anche quella, a certe condizioni, di abbandonare la nave del Pd, e ripartire da zero per affrontare l’ultimo disperato giro di valzer con un partito tutto nuovo.
«È inutile negarlo» ammette il senatore del Pd Giorgio Tonini, coautore del famoso discorso con cui Veltroni conquistò tre anni fa il Lingotto di Torino, «tra noi c’è chi si chiede se non sia il caso di dar vita a due diversi partiti di centrosinistra capaci di creare insieme una vera e sana competizione all’interno dell’area riformista. Se posso essere sincero, non credo che accadrà niente di tutto questo. Credo piuttosto che succederà un’altra cosa. Perché, se lo conosco bene, piuttosto che pensare di uscire dal Pd, Walter, questa volta, potrebbe decidere davvero di trovare un modo per ritornare in campo».
- Martedì 25 Gennaio 2011
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