

Cesare Battisti, 56 anni, tra alcuni deputati brasiliani suoi sostenitori in visita al carcere di Papuda
La faccia tosta non gli manca. Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Pac latitante da quasi trent’anni, prima in Francia e poi in Brasile, compare finalmente in Italia: non in carne ed ossa, ma in anteprima sulle pagine de il Manifesto, che ha tradotto in esclusiva un’intervista del settimanale brasiliano Brasil de Fato.
E qui, dinnanzi ad affezionati lettori ancora fedeli al comunismo, prima recita la parte della vittima. Racconta: “Sono rimasto traumatizzato e ho dovuto ricorrere a uno psichiatra. Quando leggo cose che non hanno molto a vedere con me, resto… mi scoppia il cuore”. Poi spiega le ragioni, profonde, della sua sofferenza: “Mi perseguitano perché sono uno scrittore, perché ho un’immagine pubblica”. Di più: “Sono perseguitato dallo Stato italiano e dalla magistratura brasiliana (…) E quando sono diventato un caso internazionale sono diventato una moneta di scambio per molte cose”.
L’ex rapinatore convertitosi alla lotta armata parla dell’estradizione, che secondo lui non verrà mai concessa. E sapete perché? “Fino ad oggi gli italiani non sono stati mai estradati”, il suo incipit con un errore (Buscetta forse non lo fu?). Per poi aggiungere che il Brasile non teme rappresaglie del nostro paese: “L’Italia non è abbastanza forte per collocarsi fra i paesi più ricchi del mondo. Se ci sta è per via della Nato e della mafia, che impingua le casse delle banche del mondo. L’Italia è sempre stata un bluff”.
Per questo Battisti non perde l’occasione per deriderla (e deriderci): “Non è più il mio paese. Io mi sono formato come cittadino del mondo (…) Per me, questa storia della patria non ha senso”. Peccato che poche righe più in basso faccia subito marcia indietro: “Se esiste un angolo di patriottismo, quello sarebbe il Brasile. Può sembrare opportunista, ma sono arrivato qui, non conoscevo nessuno e si è formato un movimento in mio favore”. Lui dice di essere di casa nelle favelas di Rio de Janeiro, dove aiuta gli analfabeti a leggere e a scrivere lettere ai familiari.
Dopo essersi dipinto (ancora una volta) come un rifugiato politico in buona fede, passa all’attacco e parla dei suoi nemici con categorie di trent’anni fa: “Governo e opposizione sono gli stessi degli anni di piombo: Democrazia cristiana e Partito comunista italiano”. Non solo: per attaccare gli eredi del Pci non esita a sposare tesi care al centrodestra, assai critico verso la parte più politicizzata della magistratura: “Era il partito più stalinista ma non aveva il controllo del potere (…) Quando Berlusconi, che sappiamo bene chi è, dice che l’opposizione vuole vincere le elezioni con un golpe giudiziario, dice la verità. Come è già accaduto una volta. Ci sono riusciti, tra i due mandati di Berlusconi, attraverso golpe (…) Perché il Pci controllava i magistrati”.
Poi ancora una giravolta, improvvisandosi politilogo “anarco comunista” contro le destre e il capitalismo: “Sono convinto che si stiano creando le condizioni per il socialismo” anche se il “blocco guidato dagli Stati Uniti, quello del liberismo selvaggio che non si cura affatto della sicurezza sociale, è un concorrente molto difficile, crudele”. Lui e i suoi compari, invece, crudeli non lo erano affatto: “Fu lo Stato a spingerci alla lotta armata, perché solo così avrebbe potuto sconfiggere il fortissimo movimento culturale che c’era”. Già la cultura: Battisti è sicuro che, alla fine, in gattabuia non ci finirà proprio. Anzi: una volta fuori, tornerà a scrivere visto che non ha “diritto a fare politica”. Insomma, un bel futuro da intellettuale de la gauche, con tanto di fans al seguito. E se nel frattempo gli dovesse capitare qualcosa, “Berlusconi ne dovrà rispondere”, il suo ultimo avvertimento. Non una parola per i familiari delle vittime degli omicidi di cui è ritenuto colpevole, come esecutore e organizzatore: nessuna scusa, nessuna richiesta di perdono. Per lui non valgono nulla.
- Giovedì 27 Gennaio 2011
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