«Il governo condivide pienamente l’appello del capo dello Stato a interrompere “una spirale insostenibile di contrapposizioni, arroccamenti, prove di forza da cui può soltanto uscire ostacolato ogni processo di riforma”, con un riferimento esplicito al federalismo e al carattere “decisivo di un clima corretto e costruttivo confronto in sede istituzionale”. La nostra condivisione non è di parte ed è esente da ogni strumentalismo». La nota con cui Palazzo Chigi ha commentato l’appello del capo dello Stato pronunciato ieri, martedì 1° febbraio, a Bergamo non ha oscurato l’attenzione che molti commentatori hanno riposto sulle parole sibilline pronunciate dal ministro dell’Interno Roberto Maroni nel corso di un incontro con gli amministratori locali sardi: «Ho in mente tre cose immediate da fare per la Sardegna, ma non so quanto durerà questo governo». Contrariamente al suo collega Calderoli, tuttora impegnato ad allargare la maggioranza PdL+Lega uscita vittoriosa alle elezioni del 2008, Maroni non ha mai fatto mistero di preferire il voto al pantano. E mentre domani, in parlamento, si vota sul federalismo, sono in molti a chiedersi: non è che Bobo sta cercando di accreditarsi come un nuovo, ipotetico capo di un governo Pd+PdL+Lega senza il Cavaliere?
Soccorso togato contro Minzolini
Anche l’Usigrai si rivolge ai magistrati. Dopo la lettera con cui il direttore generale della Rai ha cercato (senza successo) di mettere la parola fine alle polemiche sulle note spese del direttore del Tg1 Augusto Minzolini, il sindacato dei giornalisti Rai chiede che siano i giudici a fare chiarezza: quegli 86 mila euro addebitati a Minzolini sulla carta di credito della Rai nel periodo che va dall’agosto del 2009 al settembre del 2010 sono, dice Carlo Verna, «uno schiaffo a tutti i dipendenti cui è stata chiesta austerity, addirittura con una circolare con cui si limitano le trasferte». L’impressione, al di là della polemica sulle note spese, è che a «lingua diritta» Minzolini (copyright Il Foglio) non abbiano perdonato, più che le «spese pazze» autorizzate da Masi ma assai frequenti in passato tra gli ex direttorissimi della Rai, soprattutto i suoi ipercontestati editoriali-video in difesa di Silvio Berlusconi.
Doppia laurea per Totò

Salvatore Cuffaro (D), con uno dei suoi legali Oreste Dominioni (S), durante dichiarazioni spontanee nel processo che lo vedeva imputato per associazione mafiosa, Palermo, 30 settembre 2010. ANSA / MIKE PALAZZOTTO
Dopo la lettura di Guerra e Pace, la scelta dal sapore vagamente andreottiano di andare in carcere senza batter ciglio, Salvatore Cuffaro, ex governatore della Sicilia e senatore, in carcere dal 22 gennaio dopo la condanna per favoreggiamento alla mafia a sette anni resa definitiva dalla Cassazione, vuole laurearsi in giurisprudenza. Già laureato in medicina, potrà sostenere gli esami all’interno del penitenziario di Rebibbia. «Un modo» ha detto «per tenermi impegnato». Trasferito nella sezione G8, sempre al piano terra di Rebibbia, tra i reclusi in cosiddetta “media sicurezza” insieme a tre detenuti comuni, uno dei quali ritenuto colpevole di duplice omicidio, Cuffaro sarò presto trasferito in una cella singola. La sua silenziosa uscita di scena, la sua scelta di dimettersi anche da senatore, accolta da Palazzo Madama con 230 sì, 25 no e 17 astenuti, ne hanno fatto un simbolo anche per l’opposizione che, dopo averlo combattuto, gli riconosce ora - secondo molti, strumentalmente - l’onore delle armi.
- Mercoledì 2 Febbraio 2011


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