

di Stefano Lorenzetto
Qui si racconta di una bambina che a 8 anni, un giovedì sera, indossò il cappotto sopra il pigiama, si calcò un berretto in testa, afferrò l’ombrello e fuggì di casa perché i genitori non le permettevano di vedere Lascia o raddoppia?. Di un’adolescente che s’infilava la sottana sopra la minigonna per non incorrere nella censura paterna e poi, una volta guadagnato il pianerottolo, si liberava del travestimento e se ne andava a spasso con le gambe in bella vista. Di una diciottenne invaghita di un uomo, oggi suo marito, che aveva 13 anni più di lei e, soprattutto, già due figli e un matrimonio alle spalle dichiarato nullo dalla Sacra Rota. Di una ragazza che a Saint-Tropez, vestita da hippy, tirava l’alba ingaggiando estenuanti gare di resistenza nei balli con Alain Delon, Brigitte Bardot e il playboy Gigi Rizzi. Di una donna che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura la formula del suo profumo per paura che gliela copino e che cambia ogni settimana il colore dello smalto per unghie, passando dal nero all’arancione, con una spiccata predilezione nei mesi invernali per un grigio chiamato cincillà. Di una professionista che va orgogliosa d’avere realizzato Un posto al sole, la prima fiction seriale ca’ pommarola ’n coppa, inventata da Giovanni Minoli per dare lavoro agli studi televisivi Rai di Napoli. Ma qui si parla anche di una signora della buona società milanese che si specchia nei suoi tre cognomi e aborrisce l’aglio; che impersona il motto di famiglia «Fortiter et generose», fortemente e generosamente; che prendeva lezioni da Luciana Novaro perché avrebbe voluto diventare un’étoile della Scala e danzare nello Schiaccianoci e nel Lago dei cigni; che scriveva delicate poesie, per pudore mai mostrate a nessuno; che nel salotto della nonna Mimmina frequentato da Benedetto Croce, prima in via Sant’Andrea e poi in piazza San Babila, conversava amabilmente con Riccardo Bacchelli, Eugenio Montale, Guido Piovene e Indro Montanelli; che pochi giorni fa ha pianto rivedendo Arianna, il film di Billy Wilder con Audrey Hepburn, Gary Cooper e Maurice Chevalier; che a un amico regalerebbe un unico libro, la Bibbia, «perché dentro c’è tutto quello che serve»; che si commuove ricordando Mirto, il suo primo labrador nero, e poi Teddy, Stella e il bastardino Schifezza, salvato mentre alcuni teppisti, dopo averlo legato a un palo e cosparso di benzina, stavano per bruciarlo vivo; che abbevera la sua anima ai corali di Johann Sebastian Bach, ma nel pantheon privato tiene anche Richard Wagner, forse un inconscio tributo alla saldezza teutonica e alla vulgata che la vuole inflessibile con i suoi collaboratori, dai quali pretende sempre il massimo «e forse anche qualcosa di più»; che è abituata a pagare di tasca propria le trasferte per motivi di servizio, incluse le spese dei suoi assistenti e della scorta privata.
Qui si parla di Io, Letizia (Mind edizioni), nelle librerie dal 9 febbraio, prima biografia autorizzata, sotto forma d’intervista, di Letizia Brichetto Arnaboldi in Moratti, per sua espressa volontà semplicemente Letizia Moratti, detta anche la Corazziera per via della statura (1 metro e 78), ma anche Letizia Moratti di Rivombrosa (Mestizia, secondo Dagospia) per i castelli di famiglia di Cicognola e Carimate e per il folgorante sposalizio col petroliere Gianmarco Moratti, nonché Donna Letizia per i tratti aristocratici che la accomunano alla compianta Colette Rosselli, moglie di Montanelli. Ormai prossima alla scadenza del mandato ma già pronta a ricandidarsi, la sindaca che ha portato l’Expo 2015 nella sua Milano s’è confessata con Roberto Poletti, un giornalista bellunese scoperto
vent’anni fa da Vittorio Feltri e subito assunto all’Indipendente, con un passato da deputato nei Verdi e in Sinistra democratica. Il che parrebbe confermare definitivamente l’innata vocazione all’eterodossia della pupilla di Silvio Berlusconi.
Chi gliel’ha fatto fare di esporsi in questo modo, proprio lei, così riservata?
Ero stufa di sentirmi dire che sono fredda, distante e riservata, appunto.
Le piace fare il sindaco?
Sì, moltissimo.
«L’Espresso» della scorsa settimana ha scritto in copertina che i sindaci sono dei poveretti, che non contate nulla.
Stamattina un negoziante di via Procaccini mi ha mandato questi. (Indica un mazzo di lilium e bocche di leone e mi mostra il bigliettino che lo accompagna: «Un grazie di cuore per il sostegno che date alle persone semplici. Con affetto»). A me basta.
Sarà un suo spasimante.
Di fiori ne ricevo in continuazione. Mi mandano anche libri e lettere di sostegno.
Enzo Biagi, commentando nel 2006 l’elezione del primo sindaco donna di Milano, scrisse: «Un tempo le signore si dedicavano al ricamo. La signora Letizia ha scelto la politica».
Quando la signora era presidente della Rai, a Biagi conveniva che non mi dedicassi al ricamo. Infatti trasmettevo la sua rubrica quotidiana, Il fatto, lo difendevo e gli pagavo un ricco stipendio.
Meglio sindaco o ministro?
Sindaco.
Qual è la cosa più bella che ha fatto per i suoi concittadini in questo quinquennio?
Ho raddoppiato l’assistenza agli anziani. Oggi sono 12 mila quelli che possono continuare a vivere nelle loro abitazioni perché ricevono a domicilio i pasti caldi e perfino il pedicure. Prima erano 5 mila. E ho aumentato di 3.210 unità i posti negli asili nido, eliminando le liste d’attesa.
Nella classifica 2010 del «Sole 24 ore» sulla popolarità dei sindaci lei figurava al 73° posto, 5 punti in meno rispetto al 2009. Come mai?
Dal sondaggio della Camera di commercio uscito un mese fa risulta che il 68,4 per cento dei milanesi, quindi 2 su 3, sono soddisfatti di vivere a Milano, contro una media nazionale del 46,9 per cento. Se fossero male amministrati, non credo che sarebbero così felici.
Cos’è questa storia che si traveste e va in giro di notte con suo figlio Gabriele nelle vie della droga e della prostituzione in modo da poter poi prendere provvedimenti a ragion veduta?
Traveste… Mi camuffo per non farmi riconoscere. All’inizio andavo in via Novara, viale Monza, via Padova, piazzale Maciachini. Ma anche adesso controllo le situazioni di degrado, facendomi accompagnare dal comandante dei vigili urbani, Tullio Mastrangelo. E accerto di persona lo stato di avanzamento dei lavori pubblici. Per esempio mi avevano segnalato che il cantiere per la linea 5 della metropolitana era fermo. Mi sono recata prima a San Siro e poi al Cimitero monumentale per verificare: non era vero.
Quanto tempo passa con suo marito e quanto a Palazzo Marino?
Ieri sono entrata qui alle 8.30 e sono rincasata alle 23.30. Martedì idem. Quando posso pranzo con Gianmarco, ma spesso non siamo a tavola insieme neppure il sabato e la domenica. Mi spiace anche per i figli, Gilda e Gabriele, 34 e 32 anni, che vanno e vengono e mi trovano in casa di rado.
Come e dove conobbe il suo futuro marito?
A un cocktail da amici. Io avevo 18 anni. Lui era un industriale già affermato, figlio di Angelo Moratti, il leggendario presidente dell’Inter. Parlammo per tutta la sera. Un incontro molto bello.
In precedenza lei aveva avuto 15 fidanzati. Tenuto conto che il primo bacio lo diede a 14 anni al fratello di una sua compagna di classe, fa una media di un fidanzato ogni tre mesi.
C’è qualcosa di male?
Pare che Massimo D’Alema straveda per le sue gambe anche adesso che non indossa più la minigonna.
Lusingata dal complimento.
Davvero fuggì di casa perché le impedivano di vedere il quiz di Mike Bongiorno?
Altroché. Entrai in salotto dove i miei stavano guardando Lascia o raddoppia? e dissi: «Me ne vado da questa casa, perché non è il tipo di famiglia che fa per me». I miei genitori scoppiarono a ridere. Si fecero più seri quando il portinaio citofonò dicendo che mi aveva bloccato mentre cercavo di uscire dal portone col cappotto sopra il pigiama.
Le piaceva tanto anche ballare. Dove e con chi? Liscio? Tango? Boogie-woogie?
Ma no, balli staccati. Insomma musica da discoteca. Andavo di nascosto al Piper e al Bang Bang.
Vittorio Sgarbi, che la chiama Suor Letizia, dovrà ricredersi.
Da quando conosco mio marito, c’è sempre stato solo mio marito.
Per fortuna nel libro rivela: «Il sesso di gruppo e le canne secondo me non portavano a niente di costruttivo. Per questo non li ho mai sperimentati».
È così.
Non crede che i suoi coetanei si dedicassero ai partouze e alla cannabis con intento puramente ricreativo, più che «costruttivo»?
Nel 1968 il clima alla Statale di Milano era quello. Si parlava tanto di sesso e hashish. La politica veniva dopo. Partecipai una sola volta a un corteo. Era contro la dittatura in Cile. Chiesi ai compagni: ma perché lo facciamo? La risposta fu: «Ma che te frega?».
Rivide Gianmarco dopo un anno.
Al Nepentha, discoteca gettonatissima. Fu molto chiaro: «Debbo avvertirti, perché mi sembri una ragazza diversa dalle altre: non intendo sposarti». Era reduce da uno sfortunato matrimonio con Lina Sotis, giornalista del «Corriere della sera», maestra di bon ton. Gli risposi che del matrimonio inteso come contratto non m’importava nulla, ma che un domani avrei voluto diventare madre, questo sì. Gianmarco aveva già Angelo e Francesca, 6 e 2 anni. Non ho mai pensato di trasformarmi nella loro mamma e ho sempre saputo che io venivo dopo. Da fidanzati non c’è stata una sola sera senza che Gianmarco, prima di uscire, mettesse a letto i figli, gli leggesse una favola, gli facesse recitare le preghiere.
È stato scritto che lei e la Sotis vi detestavate.
Dà retta ai giornali? All’inizio non è stato facile, ma niente di più. Detestate mai, non ne sono capace. Oggi abbiamo un ottimo rapporto. Dopo quattro anni, all’improvviso, una sera Gianmarco mi chiese: «Che ne diresti se ci sposassimo? La settimana prossima e senza nessuno. Solo tu e io». Appena celebrate le nozze, optai per la separazione dei beni. Da allora non è cambiato nulla. Continuo a pensare che la consorte di un Moratti debba essere indipendente dal punto di vista economico.
Una sua compagna di classe la descrive così: «Ripeteva sempre: “Adesso finisco il liceo. Poi m’iscrivo a scienze politiche e mi laureo rapidamente perché ho fretta d’andare a lavorare con mio padre. Diventerò la prima assicuratrice d’Italia”. La prima nel senso di più importante».
Bello. Per la verità avrei voluto frequentare architettura o lingue orientali. Ho cominciato a lavorare a 19 anni e intanto studiavo. A 21 ero già laureata. Alla fine la società di brokeraggio assicurativo di mio padre me la sono comprata. Poi sono stata anche presidente e amministratore delegato della News corporation Europe del magnate australiano Rupert Murdoch. Non lo sa nessuno, ma Sky la portai io in Italia.
Che tipo è questo Murdoch?
Glaciale. All’apparenza privo di sentimenti. Se li ha, sa nasconderli molto bene. Però vede quello che gli altri non vedono.
Come mai lei e suo marito aiutate la comunità di San Patrignano?
Il verbo aiutare è sbagliato. Abbiamo condiviso l’avventura di un uomo straordinario, Vincenzo Muccioli, che con la moglie Antonietta ha dedicato tutto il suo tempo e tutti i suoi averi al recupero dei tossicomani. Un giorno Vincenzo mi domandò a bruciapelo: «Ma tu pensi davvero che a 13 anni un ragazzino scelga la vita del drogato? Non ti sfiora l’idea che in questo gorgo ci finisca dentro per sbaglio e poi non sappia più come uscirne?». Mi aprì gli occhi.
Chi si avvicinò per primo a Muccioli? Suo marito oppure lei?
Giuseppino, il nostro maestro di meditazione zen e anche l’istruttore di karate di Gianmarco, che è cintura nera primo dan. Andò a vivere a San Patrignano.
Suor Letizia buddista? L’avrei vista meglio a meditare sull’«Imitazione di Cristo» di Tommaso da Kempis.
Una meditazione non esclude l’altra. Frequentavo anche la parrocchia di San Carlo. Chiesi ad Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, se potesse giurare che a San Patrignano si rispettavano 24 ore su 24 tutte le leggi dello Stato. La risposta fu: «Quando la legge va contro la salvezza degli uomini, io scelgo di occuparmi degli uomini e della loro salvezza. Mio padre mi ha insegnato che se un uomo sta buttando via la sua dignità, la prima cosa da fare è trattenerlo». La risposta sottintesa sembrava essere: anche con le catene. Lascio a lei l’interpretazione. Se vuole farmi dire altre cose, io non le dico.
Volevo solo un’opinione su queste parole.
Le condivido.
Dal primo giornale della sua città, il «Corriere della sera», com’è trattata?
Credo che ognuno di noi si senta sempre trattato meno bene di quanto vorrebbe.
Chi è il giornalista che stima di più?
Sono più d’uno. Per esempio, Sergio Romano, Giuliano Ferrara, Piero Ostellino.
Vittorio Feltri…
Gli voglio bene.
Aspetti… Vittorio Feltri, all’annuncio del ticket Ecopass per le auto che entrano in centro, replicò il 3 novembre 2006 con un titolone sulla prima pagina di «Libero» rimasto celebre: «Scusa Moratti, ma sei scema?». Come ci rimase?
Male, ovvio. Ci sono provvedimenti facili da prendere perché sono popolari e provvedimenti difficili da prendere perché sono impopolari. Un sindaco deve sapere prendere anche quest’ultimi, quando sono giusti.
Secondo Philippe Daverio lei è senza energia, nelle mani delle lobby, spinta solo dall’ambizione personale, non conosce la città, non è mai stata nei quartieri, non sa nulla della gente normale.
S’aspettava che lo nominassi assessore alla Cultura. Non l’ho accontentato.
Il comune ha dato una consulenza da 100 mila euro l’anno a Gianluca Comazzi, garante degli animali che distribuisce il cibo alle gattare. Non le sembrano troppi?
In città ci sono più di 100 mila cani e altrettanti gatti. La legge pone a carico del sindaco la responsabilità delle colonie feline. Quando un anziano viene ricoverato in ospedale, secondo lei a chi affida il suo animale da compagnia? Milano ha il più bel parco canile d’Italia.
Però il suo collega Giulio Tremonti, quando lei era ministro dell’Istruzione, non la reputava per nulla parsimoniosa, tanto che a una sua richiesta di fondi per la scuola le disse: «Questo è il governo, cara mia, mica tuo marito».
Vero. Poi però sono riuscita a strappargli più fondi per l’università, per la scuola e per la ricerca. Al mio insediamento i soldi per l’istruzione pubblica erano pari a 40 miliardi di euro. Quando me ne sono andata erano saliti a 45.
Comunque Tremonti non aveva tutti i torti: risulta che nel 2005-2006 suo marito abbia versato 1,2 milioni di euro al Comitato Letizia Moratti. La più alta donazione che sia mai stata fatta da un singolo a un movimento politico.
Ne deduco che mi stima molto.
- Lunedì 7 Febbraio 2011
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Commenti
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Il 14 Maggio 2011 alle 18:27 alex_incanto ha scritto:
…avete letto il commento della signora Moratti sulle parole di Biagi? ecco a voi il candidato del centrodestra a Palazzo Marino. E sarebbe niente, se la signora non fosse già stata presidente del Cda Rai e addirittura ministro…è il bello di chiamarsi Moratti, no? http://bit.ly/j0fOM8
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