

di Laura Maragnani e Carlo Puca
Annuncia a Panorama Enzo Bianco, senatore del Partito democratico: «In Sicilia stiamo raccogliendo le firme per indire, fra iscritti e militanti, un referendum contro la giunta regionale di Raffaele Lombardo». Ma se il Pd la sostiene, come si fa? «Appunto, dobbiamo smettere di farlo. Lombardo è il gemello di Totò Cuffaro. E poi, dopo Catania, sta distruggendo la Sicilia». Ma il Pd nazionale che la pensa diversamente da lei? «Una parte. Ignazio Marino, ma anche Rosy Bindi e Walter Veltroni, sono sulle mie posizioni. Fra l’altro, anche il territorio la pensa così, a cominciare da esponenti storici del centrosinistra come Mirello Crisafulli. E prestigiosi esterni al Pd, Rita Borsellino in primis, sostengono questa battaglia. Al massimo in un mese sarà il suddetto referendum a stabilire chi ha ragione. Finora, nelle poche sezioni in cui è stato autoconvocato, a Caltagirone per esempio, ha stravinto la mozione contro il governatore». Ma se Roma le dice di no? «Impossibile. La consultazione è prevista dallo statuto del partito: con 3 mila firme sarà obbligatorio celebrarlo». E poi? «Niente scherzi: avrà carattere vincolante. Se vinciamo noi, si dovrà uscire dalla giunta. Im-me-dia-ta-men-te!».
Le ultimissime rogne di Pier Luigi Bersani stanno dunque manifestandosi in Sicilia. Anzi, nel Regno delle due Sicilie. Proprio così: gran parte dei guai più recenti seguono i confini borbonici dell’Ottocento. E nell’Isola non c’è soltanto l’affaire Lombardo a tenere banco.
Nell’aprile del 2010, a Enna, a vincere le primarie fu Crisafulli. Poi però dovette abbandonare per le polemiche prodotte dal sindaco uscente Rino Agnello. Seppur con largo anticipo sulla scadenza del sindaco Diego Cammarata (primavera 2012), a Palermo sta già manifestandosi il bis della rissa ennese. La vendoliana Titti De Simone chiede a gran voce le primarie. Ma le reclama pure Davide Faraone, deputato regionale del Pd e «renziano», nel senso di Matteo Renzi, sindaco di Firenze, uno dei leader dei cosiddetti «rottamatori». Chi chiede invece di riformarle (ma in cuor suo preferirebbe addirittura abolirle) è Antonello Cracolici, dalemiano ortodosso, capogruppo all’assemblea regionale siciliana. E avversario di Enzo Bianco. Sostiene Cracolici: «Come se non bastasse, dopo le primarie siamo passati ai referendum sulle politiche seguite dal partito, senza accorgerci che tutto ciò sta affossando una visione della democrazia fondata sì sulla partecipazione, ma parimenti sulla decisione e sulla responsabilità». I Vespri siciliani.
Poi c’è il il caso Calabria: l’ex presidente della regione, Agazio Loiero, ha sbattuto la porta perché, spiega, «nell’inconsapevolezza della maggioranza del Pd vedo molte fratture, che sembravano rimarginate, riaprirsi». Ora Loiero viene dato in trattative con Gianfranco Fini (Fli), il già citato Lombardo (Mpa) e persino il Pdl. Tutto fuoché il Partito democratico.
È invece pugliese il senatore Nicola Rossi, dimessosi da Palazzo Madama: «Il mio partito» sostiene «non riesce a darsi un’identità». E poi c’è Napoli: il rebus dei rebus.
Né Andrea Cozzolino né Umberto Ranieri sembrano disposti al passo indietro. La soluzione escogitata da Bersani (commissariare la federazione provinciale con Andrea Orlando) ha addirittura alzato la tensione. Il segretario commissariato, Nicola Tremante, è incavolato nero: ha appreso la notizia al telefono, di ritorno a Napoli, dopo una riunione con la segreteria nazionale. A Roma nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo in faccia.
L’unica certezza, a questo punto, è la ricerca di un «papa straniero», un candidato esterno al partito che metta d’accordo tutti. Tipo il magistrato Raffaele Cantone. Cioè: la proposta di Roberto Saviano. A conferma della malattia più grande del Partito democratico, quella che Il Foglio definisce la «eterodirezione», come Ambra Angiolini con Gianni Boncompagni: a Non è la Rai la soubrette ripeteva esattamente quanto le riferiva il regista. A turno, col Pci-Pds-Ds-Pd lo hanno fatto in parecchi, a partire da Repubblica. Oggi tocca a Saviano. Domani chissà.
Il risultato è l’opa di Nichi Vendola sul Pd. Ora come ora, le primarie sono semplicemente logoranti per Bersani: richiedono risorse economiche ed energie, ma portano pochi vantaggi al partito e alla sua nomenclatura. Come in Sardegna (e arriviamo così, metaforicamente, al regno delle tre Sicilie). Il 30 gennaio a Cagliari ha vinto il candidato vendoliano, Massimo Zedda, contro il dalemiano Antonello Cabras, una vecchia conoscenza della politica nazionale, così convinto di sé da starsene negli Usa durante il voto. Purtroppo per lui, è stato abbandonato anche dai fedelissimi seguaci dell’ex governatore Renato Soru. Oltre che dagli elettori del Pd. Non è il solo. Racconta Paolo Fedeli di Sinistra ecologia e libertà: «Nello stesso giorno c’erano le primarie anche a Carbonia, roccaforte storica della sinistra, dove il Pd controlla comune e provincia. Bene, ha vinto Giuseppe Casti, sempre del Pd ma avverso alla nomenclatura».
Ancora: a Capoterra Francesco Dessì, indicato dal Partito socialista, è arrivato primo con 2.107 voti, il 66 per cento. Un successo schiacciante.
Perciò Bersani e Massimo D’Alema vogliono riformare le primarie. Sarebbero persino pronti ad approfittare del caso Cozzolino. Anzi, secondo i loro detrattori, sarebbe stato montato ad arte: Roma avrebbe amplificato il «pasticciaccio brutto» di Napoli proprio per cambiare di corsa le regole del gioco. E soffocare così le probabili candidature di Vendola e Walter Veltroni (che infatti, su Cozzolino, si guarda bene dal gridare allo scandalo: ha annusato che forse lo vogliono fregare). Cosa preveda la riforma è presto detto: primarie soltanto per gli iscritti e un candidato al massimo per ogni partito della coalizione.
Quanto alle primarie anche per individuare i candidati al Parlamento, richieste dal rottamatore Pippo Civati, non se ne parla nemmeno. Pure il tafazzismo ha un limite.
- Martedì 8 Febbraio 2011
Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 8 Febbraio 2011 alle 14:03 Tweets that mention Che cosa resta del Pd. Guai grossi nel regno delle Tre Sicilie - Italia - Panorama.it -- Topsy.com ha scritto:
[...] This post was mentioned on Twitter by Riviste Italiane, Alaa Reda. Alaa Reda said: Che cosa resta del Pd. Guai grossi nel regno delle Tre Sicilie: A Napoli si litiga per il sindaco, in Sicilia pe… http://bit.ly/fum7ZN [...]
Il 8 Febbraio 2011 alle 14:31 Che cosa resta del Pd. Guai grossi nel regno delle Tre Sicilie | Notizie Più ha scritto:
[...] rest is here: Che cosa resta del Pd. Guai grossi nel regno delle Tre Sicilie Segnala presso: Articoli CorrelatiPatto bipartisan, Bersani non si fidaSalvatore Cuffaro: [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.