

Il direttore del Foglio Giuliano Ferrara con la moglie Anselma Dell'Olio (AGN/INFOPHOTO)
Nel mezzo di quello che molti commentatori chiamano l’attacco finale delle procure al Cavaliere, tra la richiesta di giudizio immediato della procura di Milano e le nuove intercettazioni che riguardano alcuni sms della soubrette Sara Tommasi, ora al vaglio dalla procura di Napoli (e finite puntualmente sui giornali), si è levata una voce fuori dal coro: quella del direttore del Foglio ed editorialista di Panorama, Giuliano Ferrara.
Il suo bersaglio, però, non sono le toghe rosse: «Sul giornale che dirigo mi sono chiesto se esiste un pezzettino d’Italia indisponibile a darla vinta a quei puritani del Palasharp… avevo immaginato di riunire un po’ di berlusconiani di buona volontà…» , spiega Ferrara in un’intervista sul Corriere della sera.
L’appuntamento, manco a dirlo, è sabato mattina a Milano. Stessa città dello show anti Cav andato in scena sabato scorso, tra gli appelli degli intellettuali e le domande al governo di un tredicenne salito sul palco; sull’opportunità di quest’ultimo intervento - letto da molti come un vero e proprio colpo basso - sono stati espressi poi non pochi dubbi e le critiche sono piovute da più parti.
La protesta dei berlusconiani, dai toni garbati ma provocatori, si terrà al teatro Dal Verme. La scenografia, annuncia il direttore del Foglio, sarà “strepitosa”: «Ci saranno tre fili tesi, di quelli su cui di solito si stende il bucato. Ma, appese, ci saranno solo centocinquanta mutande diverse e colorate. E questo sai perché? Perché lo slogan della nostra manifestazione è: siamo in mudante, ma vivi».
Il concetto, secondo l’elefantino (lo pseudonimo con cui a volte si firma Ferrara), è semplice: quelli del Palasharp «dicono che il presidente del Consiglio si comporta male». Ma si chiede Ferrara: «E’ questo il problema? Noi siamo convinti di no. Il problema è che vogliono mettergli le mani addosso per chiarissime, misere ragioni politiche». Insomma, basta al “festival”, come lo chiama Ferrara, ossia alle intercettazioni spiattellate sui giornali, al bunga bunga, ai processi sui media, financo ai «pettegolezzi della Boccassini».
Il direttore del Foglio, insomma, vola alto: più che le lenzuolate sulle feste a Villa San Martino pubblicate dal Fatto e Repubblica, se la prende con Umberto Eco e Gustavo Zagrebelsky, intellettuali che «vorrebbero introdurre in questo paese il governo della virtù, attraverso un golpe». Di più: perché «il partito di questi talebani virtuosi is unfit to lead, inadatto a governare l’Italia, esattamente come scrisse l’Economist di Berlusconi». Per ora le adesioni sono tante: dai berlusconiani della prima ora, come Iva Zanicchi, a liberali, quali Antonio Martino e Piero Ostellino, fino al giornalista radicale Massimo Bordin. Tutti «uniti dallo stesso disgusto di fronte alla crociata puritana e giacobina».
IL DISCUSSO INTERVENTO DI UN TREDICENNE ALLA MANIFESTAZIONE ANTI CAV AL PALASHARP
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