La metamorfosi di Umberto Bossi: l’incendiario che divenne Patriarca


La metamorfosi di Umberto Bossi: l’incendiario che divenne Patriarca

di Paola Sacchi

La capigliatura non è più scarmigliata come una volta. Dicono che ogni mese un barbiere di fiducia di un’antica bottega del centro di Milano gliela vada a curare in via Bellerio, sede della Lega. E gli abiti e i cardigan con i quali si presenta nel Transatlantico di Montecitorio sono nella loro sobrietà più eleganti del look di tanti altri suoi colleghi ministri e deputati. Ma lui, il «Patriarca» Umberto Bossi, l’uomo che da più di vent’anni guida la Lega nord da lui stesso fondata, l’uomo che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, rispetta come un vero capopopolo, il leader che assicura la stabilità del governo perché unico e leale alleato di Silvio Berlusconi, è sempre lo stesso che 17 anni fa fece entrare la canottiera nel look della politica: la indossava nell’agosto del 1994 su una spiaggetta sarda quando di fronte alle telecamere evocò la minaccia secessionista dei «300 mila bergamaschi armati». E, secondo la leggenda, gli stilisti Dolce e Gabbana fecero diventare la canottiera un capo di moda proprio perché ispirati da Bossi.

Giovedì 3 febbraio, dopo che il federalismo municipale era stato bloccato con un voto alla pari dalla commissione bicamerale, molti si aspettavano che il gran capo padano, ministro delle Riforme per il federalismo, tornasse a indossare metaforicamente quella canottiera. E tuonasse fino al punto di staccare la spina al governo, così come del resto lui stesso aveva minacciato la sera prima. Invece, no. Se il banco Italia non è saltato è stato proprio grazie a lui, l’ex uomo in canottiera trasformatosi in uno straordinario elemento di equilibrio nei rapporti tra le istituzioni e di stabilità della maggioranza di governo. Dopo avere imposto ai suoi un silenzio stampa durato l’intero pomeriggio, roba da ricordare quello ordinato da Enzo Bearzot alla nazionale di calcio nel 1982 durante il Mundial in Spagna, Bossi ha preteso e ottenuto un Consiglio dei ministri straordinario per fare approvare quel suo decreto bocciato dalla bicamerale. A costo di creare uno strappo con il Quirinale. Che si è rifiutato di firmare il provvedimento perché «irricevibile».

Ma poche ore dopo il Bossi di lotta è ritornato a indossare le vesti dell’uomo di governo e si è assunto l’onere di telefonare a Napolitano (che ha poi incontrato mercoledì 9 febbraio al Quirinale). Nelle ore seguite alla bocciatura del federalismo municipale il Patriarca se ne stava tranquillo al gruppo della Lega a Montecitorio a sgranocchiare sornione, come ha scritto La Padania, «gli amaretti della pasticceria Bianchi, specialità di Gallarate», assieme a Rosi Mauro, Roberto Calderoli, Marco Reguzzoni, Federico Bricolo, Francesca Martini e Roberto Castelli. A tutti ripeteva quel «mai mulà» (mai mollare), imperativo categorico della sua vita. Facendo digerire ai suoi, insieme agli amaretti, la pesante battuta d’arresto.

«Da lui si impara molto» diceva un Bricolo rasserenato. Sono lontani i tempi in cui, spesso nel cuore della notte, lui e altri ricevevano telefonate da un Senatùr che gridava: «Ue’ non capisci un c…». «Il capo dopo la malattia è diventato meno aspro» confida il deputato ligure Giacomo Chiappori, amico personale di Bossi. Uno che anni fa si permise di dirgli alla Camera: «Umberto, ma cambiati questi pantaloni. Ci vai in giro da due settimane…».

Per il suo atteggiamento moderato, il quotidiano La Repubblica ha definito il Senatùr «democristiano». «In realtà» secondo la deputata leghista Manuela Dal Lago, presidente della commissione Attività produttive di  Montecitorio, «La Repubblica attacca Bossi perché è rimasto fedele a Berlusconi, che ha sempre rispettato i patti». Della stessa opinione è un politologo che certamente leghista non è. Sostiene Alessandro Campi, direttore (quasi ex) della fondazione Farefuturo, ora in gran freddo con Gianfranco Fini: «Bossi in questo momento di grande scontro tra poteri dello Stato ha un ruolo di equilibrio istituzionale, appare come uno straordinario stabilizzatore, una sorta di supplente di un presidente del Consiglio sotto attacco. Ma questo non significa che lui sia diventato democristiano».

Eppure, è sempre lo stesso del dito medio e degli attacchi al tricolore. Spiega Campi: «Lui in realtà è un pragmatico. È l’unico leader in questo Paese ad avere una stella polare: il federalismo». Per Campi, più la sinistra lo attacca, più adombrano il sospetto «infondato» che lui non tiene più a freno la base che vorrebbe staccarsi da Berlusconi, «più Bossi diventa centrale». Ricorda un dirigente leghista che vuole restare anonimo: «Dopo il cosiddetto ribaltone del 1995, Bossi ci disse: questa sinistra è inaffidabile, con questi mai più». «E non ha tutti i torti» conferma a sorpresa un deputato pd, anche lui sotto anonimato. E Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati pdl: «Bossi sta svolgendo un ruolo di grande equilibrio. La Lega è stabilmente ormai nel centrodestra».

«Per il federalismo mi faccio anche moderato. Io in realtà lanciai la secessione per ottenere la devoluzione» confidò una volta a Panorama il Patriarca. «Ma io lo vedo piuttosto come un condottiero, uno che è sempre in prima fila nelle battaglie, che ci mette sempre la faccia. Ecco perché è lui che tiene unita la Lega» dice il segretario «nazionale» veneto Giampaolo Gobbo.

Il presidente dei deputati leghisti Marco Reguzzoni, esponente del cosiddetto cerchio magico dei fedelissimi bossiani, descritto dai giornali in rotta con i colonnelli, rigetta seccamente la rappresentazione di un Carroccio diviso. «Puttanate» taglia corto. «La Lega è l’unico partito senza correnti, altra cosa sono le sensibilità e le personalità diverse. Bossi in realtà è un capo democratico, se non lo fosse non avrebbe costruito tutta questa classe dirigente sul territorio e nelle istituzioni». Per Reguzzoni, che aveva vent’anni quando, nel 1991 a Pieve Emanuele (periferia di Milano), si svolse il congresso fondativo della Lega nord, Bossi è sempre stato un «leader concreto, unificatore e non divisivo». Spiega: «Basti pensare all’impresa impossibile da lui compiuta mettendo insieme nella Lega nord veneti, lombardi, liguri, piemontesi, emiliani e via dicendo». E le sparate secessioniste? Ricorda Reguzzoni: «Vent’anni fa ci dipingevano come una congrega di matti, avevamo tutti contro. Dovevamo pur farci sentire in qualche modo. Bossi ha innovato il linguaggio di una politica in cui echeggiavano ancora frasi paludate e formule incomprensibili come le convergenze parallele». Leonardo Boriani, direttore del quotidiano leghista La Padania, che martedì 8 febbraio ha celebrato con uno speciale il ventennale della Lega, sostiene che in realtà già nel 1991 Bossi era «un leader nazionale». Sottolinea: «Bossi parlò a Pieve Emanuele di liberalismo federalista. Il leader è maturato diventando una figura istituzionale perché la sua riforma partita dal Nord è ritenuta ora da tutti necessaria per l’intero Paese».

Al Patriarca leghista sono giunti il 13 dicembre elogi anche da oltreoceano. Il quotidiano americano The Wall Street Journal, bibbia dei mercati finanziari, ha scritto in prima pagina: «Qualunque cosa accada al voto di fiducia (il 14 dicembre, ndr) Bossi rimarrà comunque uno dei protagonisti più potenti della politica italiana».

E dire che la storia dell’uomo della Lega iniziò con una questione di dialetto. Secondo una leggenda padana, lo studente Bossi spesso in classe se ne usciva parlando in dialetto. L’insegnante protestò con il padre del Senatùr. Mal gliene incolse: Bossi padre, che lavorava in un’azienda per la quale stipulava contratti parlando a sua volta in dialetto, replicò: sono orgoglioso di avere un figlio così.

  • biker
  • Martedì 15 Febbraio 2011

Commenti

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Il 15 Febbraio 2011 alle 19:13 indigesto ha scritto:

Mah, ricorda, anche nei modi, più un capocantiere d’una impresa di palificazioni; non costruisce nulla ma consolida il terreno.
Che qualcuno si vada a leggere l’incipit dello statuto della lega e ci faccia sapere se può interessare qualcuna delle tante Corti che affollano il nostro ordinamento giudiziario.

Il 16 Febbraio 2011 alle 14:45 pv21 ha scritto:

PNR leghista >
A maggio scadrà la delega di “attuazione” del federalismo fiscale (L 42/2009). Legge varata con i crismi di una “riforma epocale”. Su 950 parlamentari neppure il 5% di voti contrari.

Dopo oltre 20 mesi manca ancora la “polpa”: i fabbisogni ed i costi standard della finanza locale. Senza questi capitoli la riforma federalistica è ancora un “guscio vuoto”.

Siamo così arrivati al PNR (punto di non ritorno). Tanta “fatica” val bene un federalismo spuntato a colpi di fiducia. La Lega non può più staccare la spina.
Non può tornare “a mani vuote”. Rischierebbe anche il consenso elettorale.

Meglio andare avanti con una maggioranza “pur che sia.
Nel teatrino di PANTOMIMA e RIMPIATTINO la storia non cambia all’ultimo atto …
http://www.vogliandare.it/nat/.....nc1.html

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