

di Carmelo Abbate
È domenica 13 febbraio, sono le 4 del pomeriggio. Una macchina si ferma davanti all’ingresso del pronto soccorso dell’Ospedale dei bambini di Palermo, proprio sotto l’insegna con la scritta: «Azienda di rilievo nazionale e di alta specializzazione». Una donna salta fuori con un bimbo in braccio avvolto in una coperta. Correndo, pesta un tappeto di bicchieri di plastica, mozziconi di sigarette e cartacce e s’infila nella porta. Il marito lascia la macchina in doppia fila qualche metro più avanti, allunga 1 euro al parcheggiatore abusivo e la raggiunge.
I due si fanno largo tra decine di mamme e papà con bimbi in braccio che si accalcano nell’angusta sala d’attesa davanti all’unico accesso alle stanze dei medici. Tutti chiedono quanto manca, quante persone ci sono davanti nella fila. Sbuffano, urlano. A sbarrare il passaggio c’è una guardia giurata. Che con una mano tiene ferma la porta e con l’altra si asciuga il sudore dalla fronte.
Gli ultimi arrivati vengono fatti passare. Il bambino, che ha meno di 1 anno, ha la febbre alta, più di 40. Arriva un medico, la guardia giurata fa un passo indietro. La visita avviene lì, sulla soglia, con la madre che tiene il pupo dritto e il dottore che lo tocca sulle spalle e sul petto. Nome e cognome… C’è da aspettare. Sono le 4 e mezzo. C’è chi è arrivato da un’ora, chi da due. Margherita ha il suo bimbo di 11 mesi in braccio dalle 11 del mattino: cinque ore e mezzo. Il figlio sta male da tre giorni. Così piccolo, ha già avuto più episodi di polmonite. La sua pediatra ha il telefono spento: è domenica. Ma qualche giorno prima le aveva detto: signora, se sta ancora male lo porti al pronto soccorso.
Guarda il video del pronto soccorso pediatrico
Quando Margherita è arrivata qui, l’ha accolta il metronotte che ha segnato nome e cognome. Dopo mezz’ora un’infermiera ha controllato la temperatura. Ha trascorso ore tenendo in braccio il bimbo, che ha le guance rosse e piange ininterrottamente. Margherita è stremata, si avvicina alla porta, chiede quanto manca. Il metronotte impugna il termometro e lo avvicina all’orecchio del bambino. Nell’azienda «di rilievo nazionale e di alta specializzazione» succede pure questo. La guardia giurata con la pistola e col termometro.
«I bambini ricoverati negli accampamenti medici nel deserto del Sahara ricevono migliore assistenza sanitaria perché hanno spazi più ampi e medici che si dedicano con più serenità a loro»: queste parole non sono uscite dalla bocca di una madre stremata, le ha pronunciate Giuseppe Iacono, primario di gastroenterologia dello stesso ospedale. «Siamo costretti a correre facendo slalom fra le barelle nei corridoi, con il rischio di tirarci dietro flebo, mascherine per l’ossigeno e lettini. Noi medici ci vergogniamo, è mortificante». Per questo Panorama è a Palermo: per verificare e per documentare il disastro, il Sahara sanitario.
Guarda il video delle corsie dell’ospedale pediatrico
Intanto, la domenica di Margherita è ancora lunga. Alle 5 e mezzo il suo bambino viene finalmente portato a fare le radiografie. Poi torna fra le altre madri nella sala d’attesa: è una stanzetta di 2 metri per 3, con delle panche di ferro ai lati e in mezzo un tavolino rosso e giallo. Il pavimento in marmo è freddo, oltre che sporco. Nessun gioco, nessuna forma d’intrattenimento per i bambini. Che sono tutti costretti a rimanere in braccio ai genitori. C’è chi piange, chi dice che vuole tornare a casa, chi tossisce. La tosse e il pianto sono la colonna sonora dell’attesa. Nessuna area divide le malattie infettive dalle altre. Se arrivi con un piedino rotto, non è da escludere che al momento della visita ti ricoverino anche per polmonite.
L’assessore regionale alla Sanità, Massimo Russo, è andato in televisione a Mattino Cinque e ha «licenziato» in diretta il manager dell’Arsa, l’azienda sanitaria cui fanno capo sia l’Ospedale dei bambini G. Di Cristina sia il Civico, il più grande complesso sanitario dalla Campania in giù. Il politico, ex magistrato, denuncia una «situazione indecorosa e inammissibile » che non ha eguali «in nessuna parte del mondo, neppure in Africa» e invita il manager dell’ospedale, Dario Allegra, a un «sussulto di dignità».
Il sussulto c’è stato, il 4 febbraio il dirigente si è dimesso e al suo posto si è insediato un commissario straordinario. Peccato che Allegra fosse stato nominato in pompa magna nel settembre 2009 dallo stesso Russo, che lo aveva presentato come uno degli uomini della svolta. Tante cose sono successe nell’ultimo anno, prima fra tutte la rottura tra Gianfranco Micciché e il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo. E Allegra viene considerato vicino al politico ex pdl, oggi passato con Forza del Sud. Insomma, gli ospedali sembrano scoppiare di politica, certo non di salute.
Guarda il video del pronto soccorso del Civico di Palermo
Come scoppia il pronto soccorso dell’Ospedale civico. Sempre domenica 13 febbraio la gente è costretta ad aspettare anche cinque ore prima di essere visitata. Anche qui un metronotte alla porta, con una infermiera che gestisce lo smistamento. Ma basta uscire, fare il giro della palazzina, entrare da una porta laterale per scoprire cosa c’è dentro. Ovvero malati, parenti, amici, e amici degli amici. Con i medici, poveretti, che corrono da un letto all’altro quasi rassegnati. Sembra quasi di stare in trincea. Il malato sta su una barella e i suoi accompagnatori, sempre più di uno, cercano di acchiappare un medico o un infermiere perché lo visiti, perché gli procuri un letto. L’astanteria, che poi sarebbe la zona di osservazione breve del pronto soccorso, è piena di malati ricoverati sulle barelle. Ce n’è almeno una decina. Qualcuno è ancora lì il giorno dopo. Qualcun altro è finito in reparto. I meno fortunati li hanno portati dentro lo stanzone del reparto di medicina, dove i letti sono separati da tendine. Come un vero presidio sanitario da campo.
All’Ospedale dei bambini, intanto, Margherita ha concluso la sua lunga domenica di attesa alle 7 di sera. Dopo otto ore, ecco la diagnosi per il figlio: polmonite. Ricovero immediato, ma in un lettino del corridoio. È ancora qui il pomeriggio del giorno successivo: lei ha dormito nella sedia accanto. Per pulire il bambino ha usato salviettine umidificate. Come lei fanno tante altre mamme, i cui figli stanno lì, piazzati nei corridoi dei reparti e del pronto soccorso. Sui muri campeggiano grandi cartelli colorati con dei clown e delle scritte che recitano testuali: «Risata, quale migliore medicina naturale?». E ancora: «Chi ha il coraggio di ridere è il padrone del mondo». Ma qui non ride proprio nessuno.
- Lunedì 21 Febbraio 2011
Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 22 Febbraio 2011 alle 8:23 cavallotti ha scritto:
Mi ricordo di una visita che io e mia moglie facemmo ad una sua zia nel lontano 1978 all’ospedale Garibaldi di Catania.Sembrava tutto cosi inverosimile.Sia io che mia moglie ebbimo la sensazione di esserci intromessi nel mezzo di un film di Fellini.E’di trovarci in una scena da manicomio e niente affatto un ospedale.Nel camerone della zia vi saranno stati al minimo un dozzina di pazienti,e poiche’eravamo nel bel mezzo di agosto il caldo li dentro era asfissiabile.Furono due scene particolari che,almeno io portero’ com me per sempre.La prima fu quell’infermiere che gironzolava attorno allo stanzone, pieno di sangue, mentre attendeva a quei poveri disgraziati.L’altra scena fu quella di una donna che s’avventava su di un piatto di,penso fossero rigatoni,che con due occhi spalancati dall’orrore inghiottiva quel po di pasta come fosse stato il suo ultimo.Non vi dico lo stato scioccante di mia moglie in testimonianza di questa scena biblica.Forse per una persona del posto che e’giammai testimone di simili situazioni,lo shoc non e’ poi cosi traumatico.Ma per una persona come mia moglie che aveva lasciato la Sicilia alla tenera eta’di quattro e sbarcato poi in un paese che e’l'Australia fu rivelabile.Il morale della storia e’ questo,Mai ammalarsi in Italia.
Il 22 Febbraio 2011 alle 11:53 nhico ha scritto:
In un ospedale di eccellenza, e per di più un Ospedale dei bambini, non il medico ma il camice del medico sarebbe dovuto essere in grado di riconoscere uno stato di polmonite in un batter di ciglia. All’Ospedale dei bimbi di Palermo ci hanno messo otto ore. Sarebbe interessante sapere se la diagnosi è stata fatta dal medico smontante o da quello montante, dato che l’attesa è stata pari ad un turno lavorativo.
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.