Napolitano: 1992-2011 Re Giorgio tra due guerre


Napolitano: 1992-2011 Re Giorgio tra due guerre

GIOVANNI FASANELLAChissà se è proprio come raccontano le cronache. Se è vero che Silvio Berlusconi, venerdì 11 febbraio alle 17, è salito al Quirinale per chiedere il conforto di Giorgio Napolitano contro la procura milanese. E che il presidente della Repubblica glielo ha negato, invitandolo invece a presentarsi davanti ai giudici, l’unica sede in cui difendersi dalle accuse. Chissà. Prima di varcare la soglia di quel palazzo, accompagnato dal suo sottosegretario Gianni Letta, forse il premier ricordava il Napolitano presidente della Camera, l’uomo che nel 1992-93, nel pieno della rivoluzione giudiziaria passata alla storia col nome di «mani pulite», mentre gli avvisi di garanzia fioccavano a centinaia, aveva sfidato il pool milanese, costringendolo almeno in un’occasione addirittura a scusarsi con il Parlamento. Se erano davvero questi i fotogrammi che passavano velocemente nella sua memoria e il gelo che un’ora dopo ha suggellato la fine dell’incontro, come raccontano le cronache, il Cavaliere deve avere lasciato il Quirinale con immagini molto diverse. A lui il Napolitano di oggi dev’essere sembrato solo uno sbiadito ricordo di quello di ieri.

«Egregio Signor presidente, ho deciso di indirizzare a Lei alcune brevi considerazioni prima di lasciare il mio seggio in Parlamento compiendo l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita…»: era il 3 settembre 1992 e mai Napolitano era apparso in pubblico emozionato fin quasi alle lacrime, come in quel giorno. L’aula di Montecitorio lo ascoltava nel più assoluto silenzio mentre leggeva la lettera che gli aveva scritto il deputato socialista Sergio Moroni. «Vengo coinvolto nel cosiddetto scandalo “tangenti”, accomunato nella definizione di “ladro” oggi così diffusa. Non lo accetto, nella serena coscienza di non avere mai personalmente approfittato di una lira. Ma quando la parola è flebile non resta che il gesto».

Quelle furono le ultime parole scritte da Moroni prima di uccidersi sparandosi in bocca con un fucile, nella cantina della sua abitazione. E il destinatario, il presidente della Camera, non ebbe neppure la forza di commentarle come avrebbe voluto. Lo ammise lui stesso nel libro che pubblicò dalla Rizzoli due anni dopo, Dove va la Repubblica. 1992-94, una transizione incompiuta.

«Avrei forse dovuto, quel giorno, dire di più. Ho poi sentito il rammarico di non essere stato più esplicito: di non avere espresso più apertamente la mia inquietudine per una situazione che tendeva a bloccarsi nella contrapposizione tra la tendenza a rimettere solo all’azione della magistratura, acriticamente e anche strumentalmente acclamata da una parte delle forze politiche, l’imperiosa necessità di una bonifica politica e morale, e il tentativo di opporvi resistenza, in vario modo, in seno al Parlamento».

Il presidente della Camera nell’era di «mani pulite» era convinto che fosse stato oltrepassato un limite. Che l’azione della magistratura tendesse a volte a colpire nel mucchio, alterando in modo pericoloso l’equilibrio fra i poteri. All’inizio del 1993, era ormai sotto inchiesta gran parte del Parlamento, le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di deputati e senatori avrebbero ben presto raggiunto la cifra impressionante di 619.

Il governo presieduto dal socialista Giuliano Amato, entrato in carica appena sei mesi prima, nel giugno del 1992, stava per crollare. I suoi ministri, raggiunti da avvisi di garanzia, cadevano uno dopo l’altro, come birilli su un tavolo da biliardo. E proprio mentre nell’aula di Montecitorio si discuteva una mozione di sfiducia presentata dal segretario del Pds Achille Occhetto, il 2 febbraio 1993 accadde un episodio che scatenò l’ira di Napolitano. Inviato da Gherardo Colombo, uno dei pubblici ministeri del pool milanese, un ufficiale della Guardia di finanza si era presentato alla Camera pretendendo i bilanci del Partito socialista. Il presidente dell’assemblea prese subito la parola per denunciare l’accaduto. Poi telefonò al capo della procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, costringendolo a scusarsi. E convocò Colombo nel suo studio per chiedergli spiegazioni. Non pago, consegnò alla stampa un comunicato di rara durezza:

«Si è chiesta in modo irrituale agli uffici della Camera copia di atti per altro già pubblicati per obbligo di legge sulla Gazzetta ufficiale. La segreteria generale della Camera ha contestato la irritualità e incomprensibilità di tale passo».

Il suicidio di Moroni e l’«assalto» giudiziario al Parlamento lasciarono a lungo il segno. Al punto che Napolitano, ormai presidente della Repubblica, ha dedicato a quella drammatica fase della storia italiana alcune delle pagine più toccanti della sua autobiografia, ripubblicata dalla Laterza nel 2008, due anni dopo la sua ascesa al Quirinale. Rievocando quegli anni, parla addirittura di «clima di “pogrom” nei confronti della classe politica». E ne denuncia le responsabilità senza perifrasi: «Una gran parte del mondo dell’informazione; e una parte dello stesso mondo politico, dell’opposizione vecchia e nuova». Parla del ruolo della stampa. Stigmatizza cultura e atteggiamenti forcaioli, allora, del Msi (poi Alleanza nazionale) e della Lega. Ricorda le «forche caudine» organizzate dai deputati missini all’ingresso di Montecitorio e il cappio agitato e invocato dai leghisti dentro l’aula. Non risparmia critiche neppure al suo partito, il Pds, «che certamente contava di trarre beneficio, sul piano politico ed elettorale, da quella bufera che investiva soprattutto i partiti di governo».

Impietoso il quadro complessivo che Napolitano ricostruisce:

«L’adesione acritica a qualsiasi posizione e azione venisse dalla magistratura inquirente, l’amplificazione e generalizzazione delle risultanze di qualsiasi indagine, l’intimidazione nelle stesse aule parlamentari facevano parte di quello che fu chiamato giustizialismo e costituì non solo un fattore di stravolgimento degli equilibri istituzionali, ma anche un ostacolo al corretto svolgimento della funzione propria del Parlamento rispetto a esigenze reali di moralizzazione e di rinnovamento».

Insomma, scrive,

«ne scaturì la prassi abnorme delle dimissioni obbligate di ogni membro del governo che fosse raggiunto da un’”informazione di garanzia”, strumento previsto dal codice a tutela del diritto di difesa del cittadino e divenuto l’equivalente di un pubblico sospetto di colpevolezza (anche per mancanza di riservatezza e per lo scandalismo della stampa)».

Chissà se anche il presidente della Repubblica ripensava a quegli anni, mentre aspettava Silvio Berlusconi, il pomeriggio di venerdì 11 febbraio. Chissà se ha rivisto mentalmente i fotogrammi di quel trauma, mentre dettava il comunicato diffuso prima dell’incontro, quasi a volere stabilire preventivamente una distanza dalla delicata posizione del Cavaliere:

«Nella Costituzione e nella legge possono trovarsi i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo. Fuori di questo quadro, ci sono solo le tentazioni di conflitti istituzionali e di strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusione di verità e giustizia».

Parole pesanti. Che alle orecchie del premier devono essere suonate peggio che una presa di distanze: la negazione di un passato garantista e un avallo esplicito alla procura milanese.

Quel che è certo è che il Giorgio Napolitano presidente della Repubblica è ancora più angosciato di quanto non lo fosse il Napolitano presidente della Camera, almeno così si fa sapere dal Colle: oltre tre lustri sono trascorsi da quel trauma, ma è come se il tempo non fosse mai passato, con un sistema ancora bloccato da un odio politico che diventa sempre più cieco e da tensioni istituzionali che diventano sempre più laceranti.

Commenti

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Il 21 Febbraio 2011 alle 13:51 iccur ha scritto:

APPELLO URGENTE AL CAPO DELLO STATO ITALIANO, AI GIORNALI ED AI SIGNORI POLITICI SULL’ANATOCISMO BANCARIO

Cosa significa anatocismo?
Anatocismo bancario significa produzione di interessi da parte degli interessi.
In altri termini, in passato i clienti di un istituto di credito che risultavano creditori dello stesso (per esempio in forza del deposito di denaro sul conto corrente), avevano diritto alla riscossione degli interessi con decorrenza annuale.
Decorso l’anno solare, gli interessi che la banca doveva corrispondere al cliente venivano ad unirsi con il capitale, pertanto, da quel momento i nuovi interessi annuali in favore del cliente non maturavano soltanto sul capitale inizialmente depositato ma sullo stesso capitale, aumentato dell’importo degli interessi maturati nell’anno precedente.
Questo fenomeno prendeva il nome di capitalizzazione annuale degli interessi creditori del cliente.
La banca, invece, aveva un privilegio, perché laddove il cliente fosse debitore dell’istituto di credito, gli interessi le erano dovuti trimestralmente.
Questo fenomeno prendeva il nome di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, perché ogni tre mesi gli interessi maturati da parte dell’ente creditore divenivano esigibili nei confronti del cliente e quindi, si andavano a sommare al capitale inizialmente mutuato dalla banca. Il cliente, così, vedeva aumentare il valore del capitale originario preso in prestito, perché esso veniva maggiorato degli interessi maturati trimestralmente dall’ente creditore.
In buona sostanza, qualora il cliente avesse prestato soldi alla banca, costui aveva il diritto di pretendere gli interessi con cadenza annuale, mentre, laddove fosse la banca a dare denaro, questa aveva il diritto di pretendere gli interessi ogni tre mesi: gli interessi, poi, se non pagati, andavano ad aumentare l’importo del capitale iniziale prestato, sicché il debitore vedeva sempre aumentare l’importo del capitale originariamente preso in prestito.
“Questa clausola dei contratti bancari è stata giudicata nulla dalla Corte di Cassazione con le sentenze cosiddette della” primavera del 1999”,
le quali hanno riconosciuto ai clienti delle banche che avessero subito la clausola contrattuale descritta, di pretendere la restituzione degli interessi versati indebitamente agli istituti creditori durante la vigenza del rapporto contrattuale.
Questo orientamento è stato confermato dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 21095 del 2004 le quali hanno ribadito il “DIVIETO” di capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte degli enti creditizi.
il Senato ha approvato nel Milleproroghe una norma di favore per le banche italiane sulla prescrizione, a carico dei clienti che hanno subito l’anatocismo, che va contro la sentenza delle Sezioni Unite n. 24410, del 23 novembre 2010.

Se la norma verrà approvata anche dalla Camera, di fatto, si tornerà a favorire tutte le banche con una sanatoria sull’anatocismo.

Ciò non è accettabile ed il mio appello è rivolto a tutti i giornali, anche quelli locali ed a tutti gli onorevoli e politici di riferimento, affinché si blocchi questa truffa, ai danni dei clienti, con una deleteria normativa.

Silvano Rucci

Il 21 Febbraio 2011 alle 14:51 indigesto ha scritto:

I politici sono l’espressione degli interessi delle Banche. Chi possiede o gestisce danaro ha tutto il potere che da esso deriva per sollecitare Leggi, che, in questo Paese spesso dicono tutto ed il suo contrario.

Bene fa il Presidente a riferirsi alla Costituzione, di cui è primo custode, quando sostiene che in Essa risiedono tutti i principi della Legalità. Il fatto è che chi è chiamato ad applicarLa ad ogni livello ha ampi margini di interpretazione, quando non di sopraffazione. C’è da sperare che il Suo appello venga recepito da chi ha orecchie per sentire e dignità per provvedervi. Ma la dignità pare che in questo Paese abbia da tempo perduto ogni diritto di cittadinanza!

Il 22 Febbraio 2011 alle 0:45 Napolitano: 1992-2011 Re Giorgio tra due guerre | Politica Italiana ha scritto:

[...] via http://blog.panorama.it/italia/2011/02/21/napolitano-1992-2011-re-giorgio-tra-due-guerre/ AKPC_IDS += “27615,”;Popularity: unranked [?] Posted by admin on febbraio 21st, 2011 Tags: Crisi di governo, Elezioni, Presidente della Repubblica Share | [...]

Il 23 Febbraio 2011 alle 16:37 pires ha scritto:

Antonio Di Pietro era il mio eroe, quando Sergio Moroni e Napolitano erano per me sconosciuti, Tangentopoli era per me la rivoluzione che aveva sognato dopo il primo passaggio per Italia. Oggi Antonio Di Pietro è il peggiore della politica, Napolitano il migliore comunista e Berlusconi il migliore capitalista della storia d’Italia. Tangentopoli mi sembra quasi come Ruby, una banalità per non fare l’importante, quello che Berlusconi voleva fare: eliminare la grande vergogna e riformare o rivoluzionare la seconda …
Nel tempo di tangentopoli quasi tutti grandi impresari pagavano tangenti, pizzo, e molte illegalità che solo magistrati non conoscevano perché erano ultimi a sapere… Mentre nella capitale morale con tangentopoli cadevano impresari e politici che non so se sempre erano dei peggiori, in altre parte continuava la corruzione ad altra velocità, al 90% e molti miliardi per quelli con potere dei poteri…
Immagino che mentre migliori magistrati oggi se occupano di una banale telefonata di Berlusconi per Ruby, molti dei peggiori b0ss mafi0si entrano nel 95% dei processi in prescrizione.
Molti credano che la legalità corrisponda sempre alla migliore giustizia. Io credo che anche se tutte accuse a Berlusconi fossero vere, era più giusto e migliore per il paese se il tempo della giustizia, informazione e politica se occupassero dei veri o “PRESUNTI” b0ss mafi0si attuali e le sequestrassero le fortune… Immagino che il bene de paese, per un futuro migliore, interessano più il tempo, lavoro, intelligenza, creatività, efficienza e pragmatismo del migliore governo per la migliore priorità della storia d’Italia di tutti processi a Berlusconi, Andreotti, Calipari, americani del sequestro Abu Omar, ecc. Quanti miliardi se potevano sequestrare alla grande criminalità se la giustizia per BAF=Berlusconi-amici-fans-familiari fosse orientata per peggiori mafi0si?
Molti mi dicevano che in Italia era migliore andare della mafia per avere giustizia che dei tribunali. Ho visto in TV un avvocato dire che nel suo paese molti preferivano andare del boss locale.
Berlusconi ha detto: “vorrebbe passare alla storia come uomo che ha sconfitto la maf…”. La politica, giustizia, volontariato, informazione e cultura non facevano migliore a collaborare con questo obiettivo più intelligente della storia d’Italia?

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