

Il col. Gheddafi e il presidente della commissione Ue Romano Prodi a Bruxelles il 27 aprile 2004 (BENOIT DOPPAGNE/ANSA)
Non solo la Tunisia. Stavolta il rischio invasione sulle coste siciliane è dietro l’angolo: il crollo del regime di Gheddafi, che dal 2008 ha svolto, nel bene e nel male, il ruolo di tappo per fermare le rotte dall’Africa verso l’Europa, potrebbe spingere oltre un milione di migranti provenienti dalle regioni limitrofe, e da anni residenti in Libia, verso l’Italia, la porta Sud per l’ingresso nel Vecchio Continente. E per affrontare una situazione che, ha detto il ministro Maroni, «rischia di trasformarsi in una catastrofe» il ministero dell’Interno ha messo a punto un’unità di crisi, su consiglio del leader centrista Casini, aperta anche alle opposizioni. Il sistema di controllo gestito in collaborazione da Italia e Libia è infatti già saltato.
Perché quello dei prossimi giorni dovrà essere il momento dell’unione di tutte le forze politiche per far fronte a uno scenario di cui è difficile prevedere le conseguenze. Egitto e Tunisia, infatti, ancora non si sono pacificate; in Libia è scoppiata la guerra civile, mentre in Marocco sono emersi i primi segnali di un nuovo fermento. Eppure, l’opposizione, piuttosto che riflettere su una strategia comune di fronte a fatti che ridisegneranno le relazioni tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, preferisce polemizzare con l’esecutivo, che in questi giorni ha mostrato fin troppa cautela nel commentare la caduta del regime del Rais.
Prudenza che, tuttavia, trova (in parte) una giustificazione nelle forti relazioni finanziarie e industriali tra i due paesi: basti pensare al tonfo ieri di tre blue chip (Eni, Impregilo e Unicredit) a Piazza Affari per capire il peso dei libici sulla nostra economia. Non solo. La Libia è il primo fornitore di petrolio in Italia e terzo di gas naturale. Insomma, quello che ci lega a Tripoli è un vero e proprio cordone ombellicare, che se tranciato, potrebbe provocare pesanti conseguenze non solo sul versante dell’immigrazione, ma soprattutto su quello economico e geopolitico.
Lo sapeva nel 1986 l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi che non esitò a telefonare al colonnello, quando era la bestia nera del terrorismo internazionale (circostanza confermata da Andreotti), per avvertirlo dell’imminente bombardamento ordinato da Reagan, salvandogli così la vita. Lo hanno sempre saputo i governi della Seconda Repubbica, di centrodestra e di centrosinistra, che hanno cercato di tessere rapporti strettissimi e di buon vicinato con Tripoli.
Tre anni fa, quando Berlusconi siglò a fine agosto con Gheddafi il trattato di amicizia italo-libica frutto di un lungo lavoro diplomatico e votato da PdL, Lega e Pd, un ex dalemiano di ferro come Marco Minniti disse che, in sostanza, l’accordo era in gran parte merito della sua parte politica: «Fu il governo Prodi il primo a dialogare con Gheddafi. E il primo ministro europeo a fargli visita ufficiale nel 1999 fu D’Alema». Non solo. L’intesa che prevede la partecipazione di militari italiani a operazioni di pattugliamento a bordo di mezzi navali libici, in queste ore non più operativa (gli ufficiali di collegamento della Guardia di finanza non hanno più interlocutori con cui trattare) fu siglata a Tripoli il 29 dicembre del 2007: il premier, allora, si chiamava Prodi; il ministro degli Esteri, D’Alema.
Tuttavia, di fronte alla prudenza e al silenzio di questi giorni del governo italiano, interrotto ieri da Berlusconi che si è detto preoccupato per l’escalation delle violenze in Libia, l’opposizione non ha messo sul piatto controproposte, ma si è limitata a bacchettare l’esecutivo, bollandolo come inadeguato e rinfacciandogli i fasti dell’accoglienza a Roma del Rais. Come del resto ha fatto l’ex premier Romano Prodi: ieri ha detto che il governo, in merito ai fatti di Tripoli, è assente. E alla domanda su cosa farebbe lui se fosse al posto di Berlusconi, ha risposto sibillino: «Non essendo al governo, non posso dire cosa deve fare il governo». Proprio come risponderebbe il Pd. Che, sulla questione Gheddafi, potrebbe tutto tranne che dare lezioni. L’Italia è infatti legata alla Libia del dittatore da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – «l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia». Il trattato – come ricorderete – è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd.
- Martedì 22 Febbraio 2011
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