Crisi nordafricana: ruolo chiave per l’Italia


Crisi nordafricana: ruolo chiave per l'Italia

di Gianni Castellaneta

Il contagio delle rivolte nordafricane, sfociato nel dramma libico, si è innestato su due crisi: quella economica e quella della governance globale. La coda del dissesto economico-finanziario, che in quei paesi è giunto più tardi rispetto ai mercati maggiormente industrializzati, ha mostrato tutto il suo potenziale deflagrante, a partire dai prezzi dei beni alimentari. Del pari, gli eventi tumultuosi del Maghreb hanno evidenziato quelle carenze della governance globale che hanno spinto a coniare il neologismo del G-Zero e ad affiancarlo al timore di G-Caos.

Giunte inattese, le rivoluzioni tunisina, egiziana e ora quella libica hanno trovato lo sfondo di un G-20 che mostra i limiti di un’agenda troppo vasta rispetto agli spazi di consenso. D’altra parte, il presidente Hu Jintao si è portato via da Washington un G-2 mai nato e le residue speranze americane di affidare alla Cina maggiori responsabilità nella gestione degli squilibri globali. Non stupisce quindi che Tunisi e Il Cairo abbiano fatto svoltare Barack Obama verso il paradigma di politica estera del suo predecessore: la Freedom agenda ostile ai regimi dispotici, che afferma i valori democratici quali migliori alfieri degli interessi americani nel mondo.

C’è chi ha scritto che Obama non avrebbe potuto permettersi di restare ancora dalla parte sbagliata della storia: di fronte a movimenti spontanei e capaci di sfidare lo status quo senza ideologie o fanatismi, la superpotenza paladina dei valori di libertà e democrazia doveva sostenere la volontà di cambiamento. È un’analisi condivisibile, ma lascia aperta l’incertezza su una transizione che garantisca, insieme ai principi di autodeterminazione, anche stabilità e prevedibilità. Se questo vale per la Tunisia e l’Egitto, diventa drammaticamente urgente per la Libia. Nella Jamahiriya si innestano infatti gli elementi esplosivi di forti divisioni tribali e vaste regioni, come la Cirenaica, dalle ambizioni separatiste. Nel dramma di una repressione sanguinosa condotta da milizie mercenarie si coagulano le opposizioni contro il regime quarantennale del colonnello Muammar Gheddafi, abbandonato dall’establishment politico-militare- diplomatico e ormai osteggiato dai leader religiosi e tribali, mentre monta la reazione rabbiosa di un leader che non sembra affatto intenzionato a mollare. Come dimostrano le due navi militari in transito a Suez, inoltre, rischi non meno rilevanti riguardano l’Iran, che ha tutto da guadagnare dall’instabilità in Nord Africa e nel Golfo e, più in generale, dall’indebolimento dei bastioni sunniti (Egitto e, in prospettiva, Arabia Saudita).

Se il rinnovato G1 americano lascia domande inevase sul futuro di un’area cruciale, non otteniamo migliori risposte dall’Europa. Anzi, alla polveriera nel Maghreb non è estranea una Ue dal baricentro a nord, indisponibile a proseguire quell’integrazione euromediterranea che le fatiche dell’ultimo allargamento e la crisi economica hanno allontanato irrimediabilmente.

Anche nella gestione dell’emergenza, che implica rimpatri, prevenzione dell’immigrazione clandestina, salvaguardia degli interessi economici e commerciali, sarà indispensabile agire con visione strategica.

L’ipotesi di interventi in ordine sparso dei singoli governi europei su questo complesso scacchiere avrebbe breve vita di fronte alla concorrenza dei paesi emergenti avanzati, a cominciare dalla Cina.

L’unica risposta resta quindi il rilancio di un credibile progetto di integrazione, fondato su un’area di libero scambio e sul sostegno a quella cooperazione Sud-Sud che abbia come obiettivo la collaborazione tra i paesi dell’area. Più che un’opzione, si tratta ormai di una necessità imposta dall’allargamento della forbice di squilibrio demografico, economico e sociale tra le due rive del Mediterraneo e dal rischio che la sponda sud finisca per guardare altrove, con un’Europa ridotta a subirne conseguenze in termini di immigrazione e di minaccia alla sicurezza.

L’Italia gioca un ruolo chiave di leadership e iniziativa verso questo obiettivo percorribile e necessario, oltre che complementare a quello più generale costituito dal sostegno americano alla democratizzazione dell’area. Se si riesce a condividerlo con tutti i partner europei, meglio. Se no, esistono altri strumenti, nazionali o di cooperazione rafforzata e a geometria variabile. Noi italiani occupiamoci di orientare la nostra azione e i nostri interessi verso credibili equilibri regionali. È molto probabile che essi saranno ancora a lungo obiettivi e insieme protagonisti della governance multipolare.

Commenti

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Il 28 Febbraio 2011 alle 19:31 aldo1110 ha scritto:

Si potrebbe convenire di accogliere quei profughi ,siano algerini,libici,egiziani,tunisini ecc.piu’ bisognosi di aiuto,dicendo pero’ atutti ,indistintamente,che tra uno ,due o tre mesi,quando violenze e caos si sono calmati.tutti coloro che si trovano neli centri di accoglienza,ben curati ed alimentati,Tutti! vengono rimpatriati ai loro rispettivi paesi con protezionedi una forza militare della comunita’ Europea.Se possiamo alimentare ed assistere decine di migliaia di disastrati di un terremoto,amaggior ragione,con la condivisione degli oneri da parte delle comunita`europea,possiamo,TEMPORALMENTE,assistere e curare qualche centinaio di profughi(o forse 2 o 3 migliaia),sotto la condizione che passato il momento critico tutti vengono riaccompagnati al loro paese.

Altrimenti per un falso pietismo, o meglio ,per demagogia ,incapacita’ di prendere decisioni capaci di salvaguardare il bene dei cittadini di ciascun stato europeo,e contemporaneamente aiutare i profughi.

Il 28 Febbraio 2011 alle 19:53 indigesto ha scritto:

“Non stupisce quindi che Tunisi e Il Cairo abbiano fatto svoltare Barack Obama verso il paradigma di politica estera del suo predecessore: la Freedom agenda ostile ai regimi dispotici, che afferma i valori democratici quali migliori alfieri degli interessi americani nel mondo.”

Si, ma c’è democrazia e “democrazia”!
Quando come nella nostra il numero dei politici aumenta a dismisura, con tutte le conseguenze legate alla penetrazione mafiosa ed alla corruzione in espansione, il concetto di democrazia va a farsi benedire! E’ come avere tanti Gheddafi sul territorio, e inoltre intendere il “popolo sovrano” così come lo intendevano le democrazie popolari dell’Est! Sembra un paradosso, ma queste due infami realtà trovano da noi il modo di convivere. E ogni bel gioco dura poco. Sarebbe ora di rifondarla questa nostra falsa democrazia, prima che sia troppo tardi!

Il 28 Febbraio 2011 alle 20:19 Crisi nordafricana: ruolo chiave per l’Italia | Notizie Più ha scritto:

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Il 28 Febbraio 2011 alle 21:45 Crisi nordafricana: ruolo chiave per l’Italia | Politica Italiana ha scritto:

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