

I dossier sui tavoli del governo e delle forze dell’ordine mettono paura. La crisi libica apre scenari imprevedibili e l’Italia si sta attrezzando per gestire un’emergenza inimmaginabile fino a poche settimane fa. Ma l’Europa potrebbe essere costretta a farsene carico, sebbene da Bruxelles dicano che è un problema italiano.
IL GIALLO DEI NUMERI
«Dimensioni epocali»: bastano due parole pronunciate dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, per inquadrare il dramma libico e del Nord Africa. Che poi siano davvero 350 mila le persone che potrebbero sbarcare sulle nostre coste, come il ministro ha detto alla Camera il 23 febbraio, è un’ipotesi basata su calcoli tanto generici quanto difficili. Certo è che se nel 2008, ultimo anno con picco di clandestini, ne arrivarono 37 mila, ora al ministero dell’Interno se ne aspettano altrettanti solo nel giro di qualche settimana. Dall’inizio della crisi ne sono arrivati oltre 6.300, di cui 6.200 tunisini. Pochissimi hanno chiesto asilo politico, gli altri saranno tenuti nei centri di identificazione ed espulsione prima del rimpatrio. E alla Tunisia si chiederà di modificare il trattato bilaterale per poterne rimpatriare un numero maggiore.
I FLUSSI E L’ACCOGLIENZA
L’attenzione è concentrata sulla Sicilia, dove sarà utilizzato il residence degli Aranci di Mineo, nel Catanese. Vi risiedeva il personale della base Nato di Sigonella e può ospitare 7 mila immigrati. Ma ci si sta attrezzando anche nel resto d’Italia. Tre o quattro aree dismesse dalla Difesa sono state già individuate e saranno messe a disposizione del Viminale: oltre a quella siciliana, ce ne sarebbero un paio al Sud (forse Puglia e Calabria) e un’altra al Nord, ma niente è definito e non si esclude di requisire alberghi. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha ordinato ai prefetti un esame delle strutture utilizzabili in ogni regione.
La situazione cambia da paese a paese e di conseguenza cambiano i riflessi italiani. In Tunisia c’è un governo transitorio in attesa delle elezioni e in Egitto le forze armate sembrano in grado di controllare la situazione. In Libia, invece, dove il sempre più debole Muammar Gheddafi ha già perso il controllo della Cirenaica, si temono infiltrazioni di estremisti islamici e ciò potrebbe rendere molto più fragili i confini e favorire l’ingresso di migliaia di persone provenienti anche da Sudan, Ciad, Mauritania e Mali, magari attraverso il Niger.
IL RUOLO DELL’EUROPA
Il problema principale della nostra diplomazia è convincere gli altri paesi europei a condividere il problema. I diplomatici hanno messo le mani avanti: è una questione solo italiana, visto che la solidarietà sarebbe un’opzione e non un obbligo. Forse non è proprio così. Hanno dimenticato la direttiva del Consiglio d’Europa del 20 luglio 2001, approvata dopo che la Germania aveva lamentato l’eccessivo numero di profughi che dovette accogliere dai Balcani. Nella direttiva si prevede la concessione della «protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati provenienti da paesi terzi» e, all’articolo 26, l’obbligo degli stati di cooperare «per il trasferimento della residenza delle persone che godono della protezione temporanea da uno stato membro all’altro». Anche un solo membro può chiederne l’applicazione, che dev’essere approvata con maggioranza qualificata e un’eventuale bocciatura avrebbe chiare responsabilità e non dichiarazioni anonime.
I ministri dell’Interno di Cipro, Francia, Grecia, Malta e Spagna, riuniti a Roma dal titolare del Viminale, Maroni, non solo chiederanno un fondo speciale di solidarietà per chi si affaccia sul Mediterraneo, ed è quindi in prima linea nell’emergenza, ma insisteranno anche per raggiungere un accordo sulla redistribuzione degli immigrati con il resto dei 27 paesi dell’Ue, che oggi è su base volontaria. E quella direttiva potrebbe essere il grimaldello giusto.
IN CAMPO LE FORZE ARMATE
L’Aeronautica ha allertato i caccia delle basi di Trapani e Gioia del Colle: potrebbero intercettare aerei libici e scortarli all’atterraggio, se i piloti volessero disertare, com’è accaduto a Malta. La Marina, invece, controlla il Canale di Sicilia con la corvetta Fenice e il pattugliatore Bettica, insieme con Guardia costiera e Guardia di finanza, ed è pronta a evacuare gli italiani che non riuscissero a lasciare la Libia. Per questo la nave San Giorgio si è mossa da Brindisi nella notte del 23 e potrebbe recuperare al massimo 350 persone. Il cacciatorpediniere Mimbelli resta per ora al largo della Sicilia per contribuire al controllo radar dello spazio aereo. In caso di necessità si potrebbe anche contare sulla portaerei Cavour. Gli elicotteri e l’ospedale che ha a bordo potrebbero tornare molto utili. Toccherà invece all’esercito contribuire alla sicurezza delle strutture che ospiteranno gli immigrati. Un numero indefinito di persone in diverse zone d’Italia creerebbe problemi di sicurezza.
PROTEZIONE CIVILE E CROCE ROSSA
Alla Protezione civile non è stato finora chiesto un intervento particolare. Anche l’ipotesi di tendopoli ventilata nei giorni scorsi sarebbe una soluzione temporanea, tanto che in Sicilia si stanno facendo sopralluoghi per individuare strutture in muratura insieme con la Croce rossa, che è comunque già pronta a inviare i volontari, integrati da mediatori culturali. Un delegato del comitato internazionale della Cri, inoltre, è già a Lampedusa per occuparsi dei ricongiungimenti familiari. Superlavoro nelle questure. Maroni ha detto chiaramente che un afflusso di decine o di centinaia di migliaia di persone in poco tempo sarebbe gestibile nel breve periodo, ma non per mesi o anni. L’identificazione delle singole persone, le pratiche di espulsione e tutte le operazioni connesse lasciano presagire un superlavoro dei poliziotti in aggiunta alla routine che rischia di mandare in tilt le questure. Un pericolo forse prematuro, ma concreto.
- Martedì 1 Marzo 2011
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Il 4 Marzo 2011 alle 3:18 Compagno Adesso WKB-2000CB Casing Keyboard for IPAD | Gadget on SyamRA.com ha scritto:
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