

di Annalia Venezia
«Preferirei che mi tagliassero una gamba ma stare là fuori con voi. Tutti ti diranno che la salute è la cosa più importante, ma non ascoltarli. Prima vengono gli affetti e la libertà. Io ho la salute ma sto marcendo qui dentro». Questa è l’ultima frase di suo padre che Eros Turatello ricorda. La disse durante l’ultimo colloquio in carcere e lui se l’è ripetuta dentro come un mantra per più di vent’anni. Francesco Turatello detto «Francis», boss della malavita milanese degli anni Settanta, intimo di mafiosi e politici, da quel carcere non è mai uscito. È morto ammazzato per mano di un sicario il 17 agosto 1981, pochi giorni prima della libertà.
«Mi aveva promesso che saremmo andati in Sardegna insieme, contavo i giorni sul calendario»
racconta il figlio, che all’epoca aveva 10 anni. Oggi di anni ne ha 39 e, foto alla mano, assomiglia in modo impressionante al genitore. Parla a bassa voce, sceglie le parole con cura, stringe nervosamente le mani mentre racconta. La gentilezza e lo sguardo rassicurante fanno a pugni con l’auto che guida, una Chevrolet Camaro gialla canarino targata Romania. Sorride:
«Non si spaventi, da mio padre ho preso solo la passione per le auto di grossa cilindrata. Lui per primo mi diceva: “Fa’ tutto il contrario di quello che faccio io”».
Il ricordo di Turatello è tornato con il film di Michele Placido Vallanzasca - Gli angeli del male. La sua figura spicca rispetto alle altre. Non a caso Eros insieme con Antonella D’Agostino, moglie di Renato Vallanzasca e un tempo amica di Francis, proprio adesso ha portato a termine un libro su di lui, il cui titolo provvisorio è Faccia d’angelo, la vera storia di Francis Turatello, flashback dove lei gli racconta ciò che non sa del padre, dagli intrecci con la mafia a quelli più imprevedibili con la politica.
«Fino ai vent’anni lo ricordavo, ma senza emozioni. Non mi interessava parlare di lui, forse per proteggermi da quel ricordo ingombrante»
spiega Eros mentre gira il caffè nella cucina di D’Agostino, nella periferia nord di Milano.
«Tra i miei amici nessuno me lo nominava. Oggi sono più sereno, questo libro è stato un passaggio per conoscerlo meglio. So che non era Padre Pio, attraverso i racconti ho fatto i conti con la sua doppia personalità: magari due ore prima di regalarmi un giocattolo si era sporcato le mani in qualche brutto affare» ammette.
Eros è l’unico figlio che il bandito ha avuto dalla compagna Lia, morta in circostanze misteriose (ma che qualcuno attribuisce alla mano di Turatello) quando il bimbo aveva 3 anni.
«Non voglio entrare in quella storia, anche se nel libro Antonella accenna che mia madre stava diventando un problema. Io ho passato l’infanzia con nonna Luisa (madre di Turatello, ndr). Per me mio padre era il migliore del mondo, guardi quante foto ho con lui, mi portava ovunque»
dice aprendo un sacchetto dell’Esselunga con dentro centinaia di immagini insieme. Eros bimbo è in tutte le foto ufficiali che ritraggono Turatello con Renato Vallanzasca, con i compagni di banda, ai matrimoni e ai battesimi. Ma anche sugli sci o al mare in Sardegna.
E sulla copertina del disco di Franco Califano Tutto il resto è noia.
«Mio padre adorava Califano quando era ancora sconosciuto. Prima di uscire, la sera, chiamava il locale dove sarebbe andato e avvertiva: “Veniamo ma solo se canta Califano”. Nessuno aveva il coraggio di dirgli di no» racconta Eros.
Antonella D’Agostino lo guarda materna e interviene:
«Francesco era più equilibrato e maturo di Renato (Vallanzasca, ndr), meno esaltato. E aveva vicino collaboratori più adulti. Mi chiamava principessina e mi proteggeva dal suo mondo di bische clandestine, locali notturni, droga e pistole» rammenta mostrando gli scatti che la ritraggono con lui dentro una macchina sportiva. «Una volta affrontò un ragazzo che fermo a un semaforo stava guardando l’auto. “Fissi la mia principessa o la macchina?” gli disse. E quello, coraggioso, rispose: “La tua principessa”. E lui: “Ce l’hai 5 miliardi?”» ride.
Poi continua:
«Tra lui e Renato (Vallanzasca, ndr) l’attrazione c’è stata fin dall’inizio, solo che facevano parte di due bande rivali. E i capi delle bande non si incontravano mai. Sono stati i ragazzi delle bande a fomentare l’antipatia» sostiene.
Poi si sofferma sull’immagine di un giovane, trench di pelle e pantaloni a zampa di elefante.
«Questo era Argento, un suo fedelissimo. È stato un bene che sia stato ucciso prima di Francis. Sarebbe morto di dolore, se gli fosse sopravvissuto» conclude, come fosse la normalità.
Eros, invece, ricorda momenti più familiari:
«Fuori era sempre elegante, quasi maniacale nella forma. Con me invece era divertente. Come quella volta che non volevo fare il bagno e tirò dentro la vasca la nonna vestita. Oppure quando arrivò a casa con 12 torte perché non sapeva quale mi sarebbe piaciuta di più. O ancora a Natale quando mi fece trovare sotto l’albero uno scatolone di 1 metro per 2 pieno di soldatini» sorride. «Non avendo avuto molti ricordi insieme, mi sono dovuto attaccare a quelli che avevo» si giustifica.
Poi con l’assassinio di Turatello tutto finì. Eros venne affidato alla nonna paterna e si allontanò dall’ambiente in cui aveva vissuto. Oggi vive a Monza con la moglie, conosciuta quando era animatore nei villaggi. Insieme hanno una figlia, Sara Jane, e un’agenzia di viaggi.
«Il giorno che ho chiesto a mia moglie di sposarmi mi sono trovato in macchina da solo e senza sapere perché ho cominciato a piangere. Ho accostato e sono rimasto fermo in quel parcheggio per un’ora. In quel momento ho provato dolore per non avere accanto mio padre»
confida, ammettendo però che al cimitero a trovarlo non è mai andato.
Poi riprende:
«Lui e Renato hanno buttato le loro vite nel cesso per qualche anno da intoccabili. Uno è morto, l’altro ha perso quarant’anni. Mi fa rabbia pensare che avrebbero eccelso in qualsiasi campo se avessero fatto altre scelte».
Però, giustifica anche: dice che la fortuna di crescere negli ambienti giusti con gli esempi giusti conta.
«La nonna faceva la sarta, si innamorò dell’uomo sbagliato e rimase incinta. Dal Veneto si trasferì a Milano e crebbe mio padre senza una figura maschile. Mia nonna in punto di morte mi ha confidato che mio nonno era un potente boss della mafia italoamericana (Frank Coppola, ndr). Lui e mio padre si vedevano spesso, ma la paternità non è mai stata ufficializzata».
Di eredità dal padre Eros assicura di non averne avuta.
«Quando è morto siamo rimasti senza un soldo, niente era intestato a lui. Avevo la casa dove vivevamo io e mia nonna, poi venduta per avviare la mia attività. Oggi ho un mutuo, spero che chi ha preso i soldi li abbia usati bene».
Il clima si distende, Antonella D’Agostino mostra la copertina del libro: un bandito con le ali. È indecisa fra due case editrici, non vuole cedere i diritti d’autore perché spera che diventi un film:
«Francis era un grande politicante, una volta uscito dal carcere ce l’avrebbe fatta a rimettere in piedi tutto, ne sono certa» conclude. «E male che andasse, aveva i soldi. A differenza di Vallanzasca lui i soldi li aveva per andarsene, e pure tanti. E invece ce l’hanno ammazzato».
- Martedì 1 Marzo 2011
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