Testamento biologico: due medici a confronto


Testamento biologico: dilemmi di fine vita. Abbiamo il dovere di non mollare mai

Togliere l’acqua? Non si ammazzano così neanche i cavalli

di Alberto Zangrillo

Arrivo ora da una seduta di tesi di laurea che, fuori di retorica, rammenta i principi etici che devono guidare la nostra professione; nei 28 anni di vita in terapia intensiva e in sala operatoria mai è successo a me o ai miei collaboratori e allievi di entrare in conflitto con l’articolo 32 della Costituzione (diritto al rifiuto alle cure) cercando di salvare una vita.

Chi opera in terapia intensiva affronta la morte quotidianamente: a nessun rianimatore, di mia conoscenza diretta o indiretta, verrebbe mai in mente di sospendere l’idratazione. L’idratazione è un sostegno vitale non terapeutico, l’alimentazione deve essere assicurata sempre, fin quando ha un senso.

Cosa stabilisce se una condotta terapeutica è equilibrata e corretta? La competenza, l’etica professionale e la responsabilità del medico. Chi pensa di dover decidere in base ai codici o alle sentenze, per me, è bene che faccia un altro mestiere.

L’autodeterminazione prima ancora di essere affrontata sul profilo etico, filosofico e morale può confliggere con la mia autonomia decisionale che coincide con l’assunzione di responsabilità nei confronti del malato.

Il medico deve lavorare per salvaguardare la vita e conosce perfettamente il limite esistente fra l’approccio terapeutico tecnologicamente più sofisticato e l’accanimento terapeutico: ho il dovere di non mollare mai fino a che ha un senso e se ho dei dubbi mi consulto con i colleghi e dal confronto deve scaturire la decisione più giusta per il malato.

Certo è assolutamente necessario sapersi fermare, però mai, e sottolineo mai, abbandonando il paziente a se stesso. Tutto deve essere ricondotto alla centralità dell’unica persona che ha la responsabilità e le competenze per decidere: il medico.

La teatralizzazione del dolore, associato alla malattia e alla morte in nome dei principi a salvaguardia della democrazia in medicina è, a mio parere, fastidioso e dannoso esercizio di autocelebrazione: i soloni mediatici prima di mettere in scena la loro opera vengano in terapia intensiva o in pronto soccorso a parlare con la madre e il padre di un ragazzo che sta perdendo la vita. Bisogna superare la retorica che porta a risolvere il conflitto tra vita e morte attraverso l’interpretazione di un atto notarile.

Voglio concludere con un esempio molto chiaro: quando durante un Palio, purtroppo, si decide che questo o quel cavallo debba essere soppresso, interviene un veterinario con l’ingrato compito di fare un’iniezione letale al povero animale. Decidessimo di rinchiuderlo in un recinto senza idratarlo, morirebbe comunque, però dopo qualche tempo.

In entrambi i casi la pratica intrapresa è eutanasica, ma una delle due metodologie ci indignerebbe moltissimo, quella di togliere l’acqua.

Ma il paziente ha diritto di scegliere

Testamento biologico: dilemmi di fine vita. Il paziente deve venire prima di ogni altra cosa

di Marco Venturino

Idratazione e alimentazione non per via naturale ma attraverso la sonda, la Peg (gastrostomia endoscopica percutanea) o la via parenterale sono atti medici e credo che nessuno possa negarlo perché sono effettuati dai medici o dal personale sanitario. Nessuno per strada penserebbe di mettere una Peg a un’altra persona. Basta questa osservazione per rispondere alla domanda se idratazione e alimentazione siano da classificare come sostegno alle funzioni vitali o atti medici. Ho anche dei dubbi sul fatto che davvero la Chiesa neghi che siano un atto medico, perché nel 1977 il teologo tedesco Bernard Haering nell’opera Etica medica ha detto chiaramente che la volontà del paziente va rispettata. E Haering non era certo un pericoloso rivoluzionario laicista.

Sono convinto perciò che discutere se mettere una flebo per alimentare e idratare può essere considerato un atto terapeutico sia un cavillo pregiudiziale e ideologico che non aiuta nessuno. È una questione capziosa buona solo per alimentare la divisione fra gli schieramenti. In realtà, all’interno di quello che viene genericamente definito «stato vegetativo», ci sono condizioni diverse, connesse a patologie e quadri clinici molto differenti. È sbagliato pretendere di indicare campi definiti in una situazione complessa, variegata e in continua evoluzione.

La risposta alla questione della presenza del dolore nella vita dell’uomo, nelle diverse forme in cui si manifesta, non può essere una risposta politica o ideologica. Ogni situazione, ogni patologia, ogni forma di sofferenza sono diverse e peculiari. Perciò non possono essere affrontate con dei codici ma attraverso l’alleanza terapeutica tra il medico, il paziente e i suoi familiari. Certo le norme servono e chi viola le regole va sanzionato. Ma nessuna legge può impedire al medico di agire secondo coscienza.

Uno dei principali errori dell’etica medica, a mio avviso, è stato pretendere di mettere la propria etica al posto del servizio al paziente. Non esiste il servizio alla scienza, in astratto, ma il servizio alla persona ammalata. Questo non vuol dire soggiacere alla volontà del paziente. Ma ci deve essere un confronto, un dibattito, una comunicazione efficace tra il medico e l’ammalato. Il paziente deve comprendere le ragioni e le motivazioni delle scelte terapeutiche e poi decidere. Il medico, a sua volta, deve rispettare queste scelte.

Perciò ritengo che una legge sul testamento biologico sia poco utile dal punto di vista pratico. Come dimostra l’esperienza dei paesi dove è già stato approvato. Spesso le volontà non arrivano in ospedale o, quando arrivano, non coprono il caso concreto nel quale il paziente si trova o non risultano abbastanza chiare rispetto alla situazione che si presenta ed è perciò necessario sempre un ulteriore approfondimento da parte del medico. Lo stesso accadrà in Italia se dovesse passare la legge attualmente in discussione in Parlamento.

  • biker
  • Martedì 8 Marzo 2011

Commenti

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Il 8 Marzo 2011 alle 20:02 pv21 ha scritto:

Accanimento dogmatico >

Tramite le DAT un cittadino comune dovrebbe stilare l’elenco, puntuale ed esauriente, di tutti i possibili trattamenti sanitari che non accetta. Un elenco che vale una laurea “honoris causa”.
Le DAT sono da rinnovare ogni 5 anni e comunque non sono vincolanti per il medico curante. Come dire che la “volontà” del cittadino diventa una semplice “opinione” (parere) nel caso di “cittadino malato”.

Idratazione e nutrizione artificiali (forzate) non possono essere mai rifiutate o sospese in quanto non classificate come terapie. Sarebbero semplici misure di “sostegno vitale”. Nessuno si sogna però di affermare che tali “atti” possono essere eseguiti senza presidio-controllo medico specialistico. Non è “pietas” il mantenere la sola idratazione e nutrizione artificiale fino all’inevitabile consunzione di un “corpo vivente”.

Compito del legislatore è salvaguardare l’equilibrio tra MEDICINA e DIGNITA’ UMANA …
http://www.vogliandare.it/nat/.....sd3.html

Il 9 Marzo 2011 alle 0:05 boghero ha scritto:

La solita esagerazione burocratica… è consentito fumare.. l’effetto “anticipo morte” è abbastanza noto.. è praticamente consenti “modicamente drogarsi” o fare sport estremamente pericolosi…
Un limite della classe politica è che non è libera di produrre leggi equilibrate, c’è la paura dell’opinione pubblice e di poteri d’opinione come la chiesa ecc..

Sono sicuro che alla maggioranza degli italiani non si dispera se esiste una legge che permette di fare un testamento biologioco semplice e conciso.
Stesso discorso su Prostituzione.. ed altri temi scottanti..

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