

Un momento della manifestazione degli studenti contro il ddl Gelmini a Milano, il 30 novembre 2010 (ANSA/daniele.mascolo)
Qualcosa non torna. Perché si punta il dito contro il calo degli iscritti nelle università italiane, se poi continuano ad aumentare i senza lavoro tra i neolaureati?
La domanda non è maliziosa, perché i numeri parlano chiaro: oggi il 16,2% dei giovani a un anno dalla laurea risulta disoccupato, cioè quasi due su dieci rispetto all’11% del 2008. Che cosa significa questo? Che, purtroppo, il titolo - sudato e ottenuto meritatamente dopo tre o cinque anni (laurea triennale o specialistica) - spesso non ha alcun valore nel mondo del lavoro, anche perché il mercato è in grado di assorbirne un numero limitato.
Con le solite eccezioni: stando ai dati di Almalaurea (che riunisce i principali atenei italiani) il 98% dei laureati in medicina e nelle professioni sanitarie (gli infermieri laureati) trova lavoro dopo un anno; seguono l’86% del gruppo economico - statistico e di architettura e l’84,7% degli ingegneri. Tuttavia chi lavora dopo la laurea, spesso lo fa senza contratto e, in genere, per tutti le retribuzioni al primo impiego risultano basse.
Questa è la condizione dei giovani con un’istruzione universitaria nel nostro paese. E i nostri ragazzi lo hanno capito. A 18 anni si chiedono: perché laurearsi e spendere soldi, se dopo non si trova lavoro e, quando lo si trova, si guadagna poco, spesso anche meno di un operaio a contratto? La loro risposta è in una percentuale: solo il 62% dei diplomati nel 2010 ha scelto di immatricolarsi; l’anno precedente era il 66%, nel 2007 il 68%. A perdere matricole, poi, sono soprattutto le cosiddette lauree deboli, quelle umanistiche (lettere, filosofia, storia) e sociali (sociologia, scienze politiche e della comunicazione).
Eppure in Italia si continua a prendere come riferimento l’obiettivo fissato dalla Commissione Europea entro il 2020: il 40 per cento di laureati per la popolazione di età tra 30 e 34 anni; oggi in Italia non siamo neppure alla metà. Nel farlo, però, dovremmo anche raccontare ai giovani un’altra verità: una laurea oggi (se non è valorizzata e quindi calibrata sulle reali capacità di assorbimento di una professione sul mercato, magari estendendo in più facoltà il sistema del numero chiuso, che ha funzionato nel percorso delle professioni sanitarie) non serve, se non per migliorare la propria cultura personale. Il che, sia chiaro, non è irrilevante. Ma la nostra classe dirigente dovrebbe rispondere a una domanda: a chi conviene continuare a sfornare schiere di giuristi, se poi gli avvocati sono in sovrannumero, o di laureati in lettere, se le cattedre per l’insegnamento alla fine non ci sono?
- Martedì 8 Marzo 2011
Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 8 Marzo 2011 alle 12:31 indigesto ha scritto:
Per non dire delle lauree inutili, delle quali è meglio tacere per non sollevare vespai. Soprattutto di quelle che, a parere di chi si iscrive a questi corsi, lasciano intravedere un possibile futuro in politica. Carriera, quella politica, molto “fruttuosa” per chi vi riesce.
Ma, nonostante il dilagare dei politici in questo paese, spesso ci si ferma alle manifestazioni studentesche, poichè, soprattutto in questa “carriera”, la concorrenza dei figli di papà e degli ammanicati è molto forte. E il numero dei disoccupati con “laurea” intanto cresce!
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.