Sostiene l’architetto giapponese Arata Isozaki, che ha progettato una delle torri per fare più alta Milano, che «se grande significa superiore i grattacieli potranno ancora cambiare la città ». E difatti i nuovi distretti di grattacieli sempre più longilinei, che stanno crescendo su quelle enormi buche con quelle gigantesche gru in due zone ormai centrali di Milano, cioè Porta Nuova e la Fiera, o meglio dove si trovava la Fiera prima di traslocare, sono una dichiarazione d’intenti per continuare a giocare al domani.
È da qui, da Milano, che si vede il Paese, diceva un tempo Gaetano Salvemini.
In futuro Milano guarderà la Penisola dal suo nuovo skyline, così poco italiano ma così americano, disegnato dai profili più alti del Paese: 231, 220, 190, 170 metri di lunghi palazzi e il nuovo orgoglio misurato 161 metri della nuova sede della Regione Lombardia.
Convivono il sogno verticale newyorkese e il richiamo del passato: il Duomo è così bianco, finalmente restaurato, e la sua piazza è ripulita dalle affissioni. Il Museo del Novecento, con i Boccioni, i De Chirico, i Fontana e il suo ristorante che affaccia sulle guglie, è la carta da estrarre per sedurre gli ospiti stranieri, è un record di 6.500 visitatori al giorno, 400 mila nei primi tre mesi quando l’ingresso era gratuito, è il luogo d’arte più visitato d’Italia, è un esempio di cultura tranquilla, di approccio divulgativo borghese con grandi artisti alla portata di tutti. La cultura d’avanguardia è dislocata più in là , tra le grandezze della Triennale e le terre vulnerabili all’Hangar Bicocca, dove un tempo si producevano bobine elettriche per i treni e ora si è così contemporanei nel riuso seriale degli spazi industriali, che fa tanto Nord Europa, o meglio Pittsburgh, Pennsylvania, dove non si trova una galleria che non sia dentro un’ex fabbrica.
Ed è vita lo sciame cosmopolita, e tuttavia milanese, dei giovani stranieri dell’Università Bocconi e dell’Istituto europeo del design, che una volta non c’erano, o almeno non erano così numerosi, perché negli anni Ottanta eravamo noi ad andare a studiare all’estero queste discipline.
«E infatti questa nuova Milano non è una Milano da ribere» dice Franca Sozzani, direttore del mensile Vogue, che con la Vogue fashion night si è inventata le aperture notturne e le feste dei negozi del quadrilatero della moda milanese. «Negli anni 80 c’era un perbenismo che oggi non c’è. Oggi Milano non è solo la borghesia milanese, ma i tanti giovani che si mescolano alla città provenendo da tutte le classi sociali, e molti sono stranieri».
È la Milano itinerante delle tribù della moda, del Salone del mobile, di una certa ora, dei pierre, dei media, della gente che sta fuori, anche solo a fare la coda per un gelato di Grom, un cornetto alla crema da Sissi, una manicure e pedicure in un nail salon di via Anfossi, dove sembra di stare nel centro del mondo perché vi trovi egiziani, francesi, americani, tedeschi, australiani, signore e signori della buona borghesia milanese, e li senti parlare in tutte le lingue del mondo, perché sei a Milano, finalmente il centro del mondo.
Che tu faccia giornali, mobili o vestiti, in questa città c’è una nevrosi progettuale che non si ferma mai. Pur avvelenata da nuvole di smog, compressa da turbolenze etniche, bloccata da tangenziali costipate, trafitta da varie affittopoli, ingessata da certi salotti buoni, Milano si allunga fra i ponti della moda, dell’arte, del design, della fiera, della finanza, delle periferie, del centro storico. È una madre severa, ma di solito mantiene le promesse. Qui sei sempre nell’arena: hai il record del carovita, delle sedute dallo psicoanalista, delle madri single, ma anche del numero di imprese, degli stipendi più alti, delle mostre d’arte. Cita la coreografa Pina Bausch l’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory: «Le nostre orecchie sentono altro, i nostri occhi vedono sogni, i nostri pensieri sono alti». I suoi pensieri per il 2011 sono lo sfoggio vanitoso di 50 mostre, 2 milioni di visitatori attesi.
La si odia o la si adora, Milano. È competitiva, fa pochi sconti, se non ce la fai ti stende, sgretola le famiglie che non reggono la pressione, ricaccia via per selezione naturale i più deboli, ma è capace anche di ripagarti, se ci sai fare. Il suo recente, più azzeccato simbolo sono gli 11 metri di marmo di Carrara, il dito medio alzato verso il tempio della finanza italiana, l’opera L.O.V.E. di Maurizio Cattelan in piazza degli Affari. Osserva l’architetto Laura Sartori Rimini, che sta restaurando la Sala delle Cariatidi, ha progettato i dehors della galleria Vittorio Emanuele e il ristorante art déco del Museo del Novecento: «Milano non offre tanto per i bambini e le giovani coppie, è una città dura. Noi donne che cerchiamo di lavorare e avere i figli non siamo aiutate. A volte da architetto e da persona mi chiedo: invece di costruire grattacieli, perché non si migliora prima quello che si ha?».
Oggi si parla tantissimo dell’Expo 2015, «ma più che andare a Rho a vedere un modello di natura ecosostenibile» continua Sartori Rimini «è più facile che i visitatori vadano a vedere il Duomo e una mostra. Se ci sono ancora punti di riferimento per chi viene da fuori, questi sono la nostra qualità e il nostro passato. Bisogna riqualificare i parchi e il centro storico, non dimenticare la piacevolezza di fare due passi, ritrasformare i negozi, perché sembra che ci cibiamo di vestiti».
Quella dell’Expo 2015 è una scommessa che si doveva fare. Chiunque viva qui, dai tassisti agli imprenditori, si fa volentieri risucchiare dall’argomento. C’è chi la giudica una sfida imprudente, chi coraggiosa, ma nessuno è indifferente alla conduzione all’americana, da sindaco Michael Bloomberg di New York, di Letizia Moratti. Il critico d’arte Francesco Bonami commenta: «Dopo i fantastici anni 80, Milano è andata in declino, ora c’è sicuramente la volontà di farla tornare al centro dell’Europa, con segni di vitalità artistica come le opere di Maurizio Cattelan, il lavoro delle fondazioni Prada e Trussardi, il progetto per il Museo d’arte contemporanea di Daniel Libeskind. Si sta tentando di rimettere in piedi tantissime energie scoordinate e legate ai destini politici. L’Expo 2015 può essere una grande opportunità , se i soldi vengono usati non solo per gli eventi ma per realizzare infrastrutture che rimarranno anche dopo. L’errore di Milano finora sta nella gestione della cultura: non può essere qualcosa che si respira ogni cinque anni, con l’arrivo di una nuova giunta. Adesso si pensa al museo di arte contemporanea di Libeskind, quando in realtà ci sarebbero tanti posti da recuperare, come per esempio il Palazzo Citterio. Nell’84 si aprì con la mostra di Alberto Burri. Fatta la mostra, si chiuse il palazzo, recentemente recuperato dalla Fondazione Trussardi per una serata, poi di nuovo abbandonato».
Ma sono gli agglomerati urbani che stanno nascendo a Porta Vittoria, Porta Nuova, nell’ex Fiera a rappresentare la sfida più difficile. Difficile perché Milano è piena di appartamenti sfitti, difficile perché dove si trovano mai tutte le persone che vi andrebbero ad abitare o gli impiegati che vi andrebbero a lavorare? Difficile visti anche i precedenti fallimentari della «città nella città » di Santa Giulia progettata da Norman Foster. Difficile perché anche il quartiere della Bicocca è riuscito per tre quarti e basta: di giorno con l’università  è vivo, di notte sembra una città deserta. «Abbiamo appena fondato l’Associazione Bicocca per dare vita a un quartiere che di fatto non è ancora nato» dice Alberto Di Vita, uno dei residenti.
Eppure è uno spettacolo, è un inno alla vita, è la promessa di un futuro vedere giorno e notte gli operai lavorare al reticolo urbano di una decina di torri arroganti in acciaio, vetro e cemento tra la stazione Centrale e la stazione di Porta Garibaldi. Ed è un’operazione di fantasia immaginarsi su quell’enorme buco che è il cantiere di Citylife il Dritto, lo Storto e il Curvo, cioè le torri degli architetti star Arata Isozaki, Zaha Hadid, Daniel Libeskind. L’architetto Claudio Artusi, amministratore delegato di Citylife, dice che questi progetti vendono «anche un pezzo di qualità della vita, un sistema di relazioni urbane di qualità migliore rispetto a una Milano nata con i suoi slanci e con le sue irrazionalità ».
Artusi sostiene che Milano sia su un crinale: «In questi anni si gioca tutto, o la città riesce a mantenere l’attrattiva internazionale che ha avuto storicamente o perisce. Rispetto a Francoforte, Manchester, Barcellona, Milano ha un ventaglio di eccellenze più vasto. Non è una città d’arte, ma in realtà lo è. Compete con Francoforte per la finanza e con Parigi per la moda. Un tempo Milano giocava un campionato a livello nazionale, ora gioca una partita su scala mondiale. Ci sono tribù che emigrano e bisogna fare sì che atterrino in territori dove si vive bene con buone offerte culturali. Queste élite internazionali hanno bisogno di sapere dove mandare i figli a scuola, com’è la qualità dell’aria, com’è la qualità degli ospedali, dei centri della salute, della ricerca. Milano si gioca tutto sulla sua capacità di accogliere, d’includere, di pensare in modo aperto».
Milano non è più solo un retropensiero dopo la troika italiana del turismo, e cioè Firenze, Venezia e Roma, secondo il New York Times, che l’ha messa tra i 41 luoghi dove andare nel 2011. E ancora ha scritto: «Quando si dice Italia, in realtà s’intende Milano, la capitale italiana del design, il posto dove ogni aspirante designer vorrebbe andare». Del resto il palazzo del New York Times, a Manhattan, l’ha disegnato l’architetto Renzo Piano; e l’arredamento «cutting edge», come dicono loro, o «d’avanguardia», come diciamo noi, dentro quel grattacielo è di firma italiana.
«Milano è punto di riferimento del mondo per il design» conferma l’italiano Stefano Tonchi, direttore del mensile americano d’immagine W. «Non posso dire la stessa cosa per la moda. Milano ha i budget più cospicui dell’industria dell’abbigliamento, ma è sempre in affanno come capitale della creatività ».
Che cosa ne pensa un trend setter internazionale come Tyler Brûlé, grande viaggiatore, editorialista del Financial Times e direttore del mensile sugli stili di vita Monocle? «Penso che Milano si muova lentamente rispetto ad altri paesi europei e all’Asia. Non ha il dinamismo di Ginevra e Zurigo, che sanno attirare gli espatriati. A Linate non sai mai quando atterri. Malpensa è uno degli aeroporti più freddi del mondo. Non esiste una giovane classe imprenditoriale, oltre le grandi famiglie che sono tramandate da padre in figlio. Milano deve lavorare sulla vivibilità , deve diventare una città più dinamica per attrarre nuova gente dall’Unione Europea. Ma solo voi possedete tutta questa cultura che circonda la moda. C’è solo un posto al mondo che in qualche modo vi somiglia: Tokyo. Siete più importanti di Parigi. In nessun altro luogo c’è una tale comprensione di tessuti e tagli. La moda è l’Italia e, per definizione, sì, è Milano».
Pareri diversi. Intanto la Scala piena di luci, la Rinascente vista dall’alto, la stazione Centrale brulicante si affacciano in foto da 400 tram di Milano. Lì a dimostrare che questa città è bellissima, per chi la sa vedere.
- Venerdì 11 Marzo 2011



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Commenti
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Il 12 Marzo 2011 alle 17:19 indigesto ha scritto:
“..invece di costruire grattacieli, perché non si migliora prima quello che si ha?”.. proprio perchè è una Milano da bere, anzi da divorare. Felice banchetto!
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