Magistrati e politica: obbligatorietà, la querelle è tutta qua


Magistrati e politica: obbligatorietà, la querelle è tutta qua

E adesso preparatevi. Perché partirà un fuoco incrociato di contraerea che nemmeno a Bengasi sanno cos’è. Come nel 1997-98, ai tempi dell’ormai mitica Bicamerale sulla giustizia guidata da Massimo D’Alema; come nel 2008, quando Luciano Violante fece le sue proposte in materia; e (ancora) come nella primavera del 2010, quando il responsabile della giustizia del Pd Andrea Orlando avanzò una base di trattativa con il Pdl.

Il guardasigilli Angelino Alfano non aveva ancora presentato la sua proposta e già i magistrati protestavano. Piergiorgio Morosini, giudice a Palermo e da pochi mesi ai vertici di Magistratura democratica, la corrente di sinistra, ha addirittura invitato perentoriamente i colleghi che lavorano al ministero: se ne vadano da via Arenula. Sì, tornino a casa, perché «le proposte sul tappeto non debbono trovare in alcun modo l’appoggio e il contributo di magistrati che hanno giurato fedeltà alla Costituzione». Della serie: o con noi o contro di noi. E il minaccioso invito fa proseliti. Antonella Magaraggia, magistrato del tribunale dei minori di Venezia, e Valerio Fracassi, giudice a Brindisi, sono rispettivamente presidente e segretario di Movimento per la giustizia, corrente anche più intransigente: «Ci chiediamo» dichiarano «come sia compatibile la collaborazione tecnica su proposte che mostrano una matrice culturale indifferente alla nostra indipendenza e che esprimono un segnale di delegittimazione dei magistrati».

Oltre agli scioperi e alle proteste della categoria, insomma, si prepara un’uscita in massa dal ministero? Sarà un Aventino giudiziario? Si vedrà. È certo che, nella giustizia italiana, non c’è proprio nulla di nuovo sotto il cielo. E che molte delle proteste sembrano pretestuose e corporative. Bastano pochi esempi per descrivere i nostri squilibri, l’anomalia della nostra giustizia. All’estero, le carriere di giudici e pm sono ovunque nettamente separate. Quasi sempre lo sono anche fisicamente: palazzi diversi per gli uffici delle procure e per le aule di giustizia. È così in Gran Bretagna, Francia, Germania, Svizzera… Da Londra a Berlino, da Parigi a Madrid, poi, i pm dipendono dal potere esecutivo o sono nominati da soggetti subordinati al governo.

Attenzione: nessuno propone tanto in Italia; l’ipotesi di riforma cerca solo di separare carriere e di dividere in due il Consiglio superiore della magistratura. I magistrati, però, protestano: è il primo passo, dicono, per arrivare a un pm sottomesso alla politica. Sta di fatto che, in Europa, soltanto in tre paesi esistono enti simili al Csm in cui siano rappresentati, insieme, giudici e pm: Francia, Belgio, Romania. Ma nessuno di quei tre consigli esercita poteri paragonabili a quello italiano. E in quei tre paesi, invece, il ministro della Giustizia ha un ruolo centrale nelle valutazioni di professionalità dei magistrati, nelle azioni disciplinari, perfino nei trasferimenti e nelle promozioni agli uffici direttivi (cosa che in Italia nessuno si sogna nemmeno d’ipotizzare).

In Italia, comunque, il vero problema è l’obbligatorietà dell’azione penale: l’obbligo costituzionale a perseguire ogni reato. Gonfia a dismisura i faldoni dei tribunali, ma di fatto è una finzione letteraria: «Da noi si vorrebbe un processo penale mutuato dal processo anglosassone, di tipo accusatorio, alla Perry Mason» sostiene Carlo Nordio, procuratore aggiunto a Venezia e autore di un progetto di riforma del Codice penale. «Però dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda il public prosecutor è sì a capo della polizia giudiziaria, ma la sua azione penale è discrezionale. Non vuole dire affatto che sia arbitraria, ma che deve rendere conto dei criteri con cui porta avanti l’azione penale».

Le ricadute, in Italia, sono pesanti. Lo Stato ha l’obbligo di finanziare tutte le spese che i pm considerano necessarie per condurre le loro indagini: qualsiasi limite alla spesa, del resto, configurerebbe un indebito limite all’osservanza del principio costituzionale. Ma l’obbligatorietà dell’azione penale trasforma ogni indagine, anche quella meno fondata, in un «atto dovuto», escludendo il pm da ogni forma di responsabilità: per questo, probabilmente, c’è chi tra i pm teme questa parte della riforma ancor più dell’ipotesi d’introdurre la responsabilità civile per gli errori dei magistrati.

Il governo, con la «riforma epocale», non vuole abolire l’obbligatorietà, ma la vorrebbe esercitata «secondo modalità stabilite dalla legge»: il Parlamento ogni anno dovrebbe indicare i «criteri prevalenti», cioè un elenco di reati da reprimere preferenzialmente, cui ancorare la responsabilità d’azione degli inquirenti. Del resto, proprio di un ritorno alla responsabilità parlava Giovanni Falcone: «Bisogna razionalizzare e coordinare l’attività del pm, finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticistica dell’obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività (…), altrimenti non sarà possibile disporre nel nostro Paese di un’amministrazione della giustizia realmente efficace e democratica».

Così scriveva il magistrato nel 1991, un anno prima della strage di Capaci. E aggiungeva che «se negli Stati Uniti la giustizia è più rapida, efficiente e attenta ai diritti della difesa», questo dipende anche dallo «strumento  fondamentale della non obbligatorietà dell’azione penale». Fu sicuramente quella posizione a rendere assai impopolare il giudice nella categoria (anche se soltanto fino al momento della sua morte…).

Lo stesso Csm almeno una volta ha ufficialmente accettato che il principio dell’obbligatorietà fosse violato, e da un’intera procura della Repubblica: nel maggio 2007 il Consiglio approvò a maggioranza i criteri con cui il procuratore di Torino, Marcello Maddalena, cinque mesi prima aveva fissato una serie di analitici criteri di «priorità nell’esercizio dell’azione penale». Maddalena aveva indicato ai suoi sostituti di «privilegiare la strada della richiesta di archiviazione ogni qual volta essa appaia praticabile o anche possibile» e aveva indicato anche quali reati fossero da «accantonare». Lo scopo, in quel caso, era regolare la discrezionalità dei singoli procuratori ed economizzare le risorse del suo ufficio.

Ce la farà la maggioranza a convincere le aree più moderate dell’opposizione? Qualcuno, quando se ne parlerà in Parlamento, potrebbe forse ricordare il «parallelo francese»: vista da questa parte delle Alpi, può sembrare una vicenda paradossale, ma non lo è affatto. Al contrario, è istruttiva. Nel 1997 l’allora presidente Jacques Chirac aveva chiesto a un comitato congiunto di deputati e magistrati di esplorare la possibilità di sottrarre il pm al controllo gerarchico del ministro della Giustizia e di adottare il principio dell’obbligatorietà.

Il comitato liquidò velocemente la questione ricordando che al mondo «nessun paese era mai riuscito né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati». E che quindi ogni pubblico ministero chiamato ad applicare quell’inapplicabile principio avrebbe comunque dovuto compiere «scelte di priorità, cioè scelte di politica criminale». Ma la commissione sottolineò che in ogni paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, «devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente». Quindi dal Parlamento.

Commenti

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Il 14 Marzo 2011 alle 18:36 indigesto ha scritto:

Si parla di separazione delle carriere per un equivoco di fondo, vien da pensare. La vera separazione è nelle figure. Difatti il Magistrato inquirente rappresenta la pubblica accusa su procura dello Stato, rappresentato dal Presidente della Repubblica. La Magistratura giudicante è invece organo a parte indipendente e dovrebbe essere rappresentato dai propri vertici, con poteri disciplinari e organizzativi, sia pure mediante un proprio Consiglio superiore presieduto, in senso onorario, dallo stesso Capo dello Stato. Al Ministro della giustizia dovrebbe essere riservato il compito assicurare il buon funzionamento delle strutture giudiziarie e, qualora ne dovesse costatare motivi di malfunzionamento, inoltrarne i relativi rilievi al Consiglio superiore

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